Cinque sorelle nella Bibbia

Cinque sorelle

5 donne si presentano davanti a Mose in Num. 27,2 “e davanti al sacerdote Eleazar, davanti ai principi e a tutta l’assemblea all’ingresso della tenda di convegno per esporre e argomentare direttamente le loro richieste nel momento in cui ci si prepara a distribuire la terra ad ogni capofamiglia, dopo la morte del padre.  Un uomo che non ha avuto figli maschi.

La proposta dalle 5 donne è “Dateci una proprietà in mezzo ai fratelli di nostro padre” (v.  4b) ossia permetteteci di ereditare la arte di terra (della terra promessa)che sarebbe destinata a nostro padre.

Queste donne immaginano un privilegio ritenuto maschile, vietato. Mosé porta il caso davanti all’Altissimo e Dio da ragione alle donne. “Lefiglie di Zelofcad dicono bene Sì tu darai in eredità loro una proprietà tra i fratelli di loro padre e farai passare ad esse l’ereditàdel loro padre. (V. 7).

Loro costituiscono un precedente importante per il legislatore. La terra era un elemento importante all’epoca. Ledonne perderanno la terra quando si sposeranno con gli uomini di altre tribù. Ledonne si dovranno sposare all’interno del clan. Un pugno per la libertà di affetti di Macla, Noa, Ogla, Milka e Tirza.

Senza eredi maschi il loro nome dunque sopravvive e rimane impressa nella storia la loro sfida all’assemblea tuta per far valere una istanza di giustizia. Non siamo ancora all’eguaglianza…

Buon sabato

Dobbiamo esser pronti a lasciarci interrompere da Dio
D. Bonhoffer
Viene diffusa tutti i giorni a tutti e tutte

Salmi 29: preghiamo per la ripresa delle attività del Lessico Cristiano, la meditazione giornaliera e il Meeting del 28 maggio; Iddio ci accompagni nella testimonianza in tempi dove dobbiamo confrontarci anche con altre fedi viventi. E non solo a Londra.
1 Salmo. Canto per la festa della dedicazione del tempio.
Di Davide.
2 Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato
e su di me non hai lasciato esultare i nemici.
3 Signore Dio mio,
a te ho gridato e mi hai guarito.
4 Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,
mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba.
5 Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
rendete grazie al suo santo nome,
6 perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.
7 Nella mia prosperità ho detto:
«Nulla mi farà vacillare!».
8 Nella tua bontà, o Signore,
mi hai posto su un monte sicuro;
ma quando hai nascosto il tuo volto,
io sono stato turbato.
9 A te grido, Signore,
chiedo aiuto al mio Dio.
10 Quale vantaggio dalla mia morte,
dalla mia discesa nella tomba?
Ti potrà forse lodare la polvere
e proclamare la tua fedeltà?
11 Ascolta, Signore, abbi misericordia,
Signore, vieni in mio aiuto.
12 Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,
13 perché io possa cantare senza posa.
Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.
Ho camminato nella notte, alla luce delle fiaccole,
ho anticipato l’aurora ed ho affrontato le tenebre,
talvolta mi sono lasciato guidare
solo dal chiarore delle stelle e della luna.
Ma il buio più consistente, l’oscurità più densa,
mi sono piombati addosso nei momenti di smarrimento,
quando non sapevo più dove andare e cosa fare
e l’angoscia diventava una cattiva consigliera.
È allora, Gesù, che ho apprezzato la tua luce discreta
che non abbaglia e non ferisce,
la tua luce benevola che non umilia, né giudica,
la tua luce misericordiosa che ridona speranza e fiducia.
Si, tu sei la luce vera che illumina ogni uomo ed ogni donna
desiderosi di trovare la strada della vita.
Tu sei la luce che abbatte ogni pregiudizio ed ogni sospetto
e dona uno sguardo limpido,
capace di cogliere i prodigi dell’amore.
Tu sei la luce che accompagna ogni ricerca sincera
di fraternità, di giustizia e di pace.
(Roberto Laurita)

Lessico cristiano:

Adixos o empio, peccatore, ingiusto, anche falso

A. Storia semantica di Adixos
1. In senso lato è Adixos colui che viola il diritto. Questa è la definizione di Aristotele (Eth Nic V 2 p. 1129 a 32 s) Analoga è quella di Senofonte (Mem. IV 4,13). Allo stesso modo anche Plutarco (Apophth. Lac. Ag. Ult., II 216 d) associa adixos e paranomes. Come dixaios anche adixos è in rapporto coi concetti di diritto, legge, costume, convenienza. To adixos non indica solo genericamente ciò che è ingiusto o avverso ma più esattamente, ciò che non è conforme alla legge, alla convenienza infine all’ethos, come attesta esplicitamente Epitteto, dove adixos equivale a “selvaggio”.
Si badi che il concetto di “scostumato” è chiaramente distinto da quello di “empio”. Adixos indica ciò che non è conforme all’ordine sociale e giuridico, distinto da quello religioso. Si veda inoltre, sempre in Senofonte che nella concezione ellenica che rispecchia di questi passi la sfera dell’ethos è autonoma rispetto a quella religiosa in quanto non poggia sulla divinità come su fondamento sovrano.
Come dixaios così anche adixos ha potuto passare dall’uso comune a quello biblico essendo un concetto sostanzialmente giuridico. Anche nei LXX adixos è usato come sinonimo di asebes. E’ significativo che questo accostamento dei due concetti sia stato oi ripreso soprattutto dai padri apostolici. Secondo Sap 14,31 è la parabasis che caratterizza gli adixos. Allo stesso modo in Filone sono le azioni non conforme alla legge, che però in Filone è spesso legge naturale. E’ il perverso che trasgredisce il nomos phuseos. Come su dixaios è imperniata la teoria delle virtù, così su adixos quella dei vizi. In Abr 103, Sobr 42, Gig 2 e passim adixos è inserita senz’altro nel catalogo dei vizi accanto a altri.
2. Nondimeno adixos può assumere talvolta timbro religioso. Tale è il caso di lat. Dove il termine è sinonimo di “non conforme”, “contrario “ a Dio. Analogo è l’uso di Adixos come sinonimo di asebes che si riscontra in epigrafi già del II sec a.C..
Ma ben poco rilievo hanno questi accenni isolati di fronte alla spiccata impronta religiosa che adixos assume nel mondo giudaico-cristiano sotto l’influsso dell’A.T. La differenza sostanziale tra la concezione greca e quella giudaica sta nel fatto che secondo quest’ultima il criterio di valutazione di ogni atto umano è esclusivamente il suo rapporto con la volontà divina.
Questo influsso dell’A.T. si avverte chiaramente anche quando giudaismo ed ellenismo si fondono. Ecclus 10,7 può usare adoxon in riferimento tanto a Dio che all’uomo. In realtà anche i giudei più imbevuti di ellenismo e più aperti all’etica greca risentono pur sempre dell’influsso veterotestamentario. Si veda in Ios Ant. VIII 251 dove adixos e asebes sono sinonimi. Qui in Ant X 83 adixos è l’opposto tanto di osios (verso Dio) che di epieixes (verso gli uomini).Una forte accentuazione religiosa si nota in Conf. Ling. 129. La stessa concezione di fondo si trova in Vit Mos II 107. Anche il libro della Sapienza usa adixos in senso prettamente religioso. Gli Adixoi non sono sottomessi al Creatore come la xtisis uperetousa (16,24) ma una triste fine li attende.

B. I VARI USI DI ADIXOS, SOPRATTUTTO NEL NUOVO TESTAMENTO
Quanto è più forte è l’influsso dell’A.T., tanto più chiaramente l’adixos è concepito come il trasgressore del diritto divino. Così avviene nel N.T. dove:
1. L’uso del termine è soprattutto in funzione della tipica antitesi veterotestamentaria giusto/empio.
A quanto dimostra p. es. Eict Diss II 11,5 III 1,8, questa antitesi non era estranea al pensiero greco, dove però non riceve mai quella vigorosa caratterizzazione religiosa che abbiamo trattato in A.2. Nei XXL adixos traduce spesso rasa, l’empio, il peccatore. Anche Giuseppe conosce l’antitesi dixaios/adiXos (Bell II 239; V 407) e così pure Filone ( Abr 33 passim).
Nel N.T. l’antitesi fra dixaioi (saddiqim) e aadixoi ( r sa im) si trova in Mt 5,45 e ritorna in Act 24,15.
Nell’ossimoro 1 Cor 6,1 i gentili sono definiti “ingiusti” perché trasgressori della legge divina e quindi incapaci di rendere ingiustizia. In 1 Cor 6,9 il termine significa schiavi del peccato, empi. Ciò che rende singolare e in qualche modo problematico l’uso di adixoi in questo passo è il suo evidente richiamo a 6,8 e il contrasto con teou che vien subito dopo. Affermare che qui Paolo riprende il tema sinottico della necessità della “penitenza” , accantonando la dottrina della giustificazione , non è una spiegazione soddisfacente. Il passo adombra invece tutta la problematica del rapporto fra la dottrina della giustificazione e quella del giudizio. In 1 Petr 3,18 l’immagine di Cristo rappresentante dell’umanità si sovrappone all’antitesi giusto/ingiusto mentre in 2 Pet 2,9 gli adixoi sono gli appartenenti al “mondo” che persevera nel male ed è maturo per il giudizio.
2. Adixos significa inoltre ingiusto in senso specifico, riferito ai sovrani, giudici e – in preposizioni negative – a Dio. In PS 17,24 è detto del Messia. Le parole di Rom 3,5 respingono la stolta insinuazione che Dio, scatenando la sua ira, venga meno alla sua giustizia, mentre Heb 6,10 ribadisce che Dio , anche quando è giusto giudice, non dimentica le opere compiute nell’amore.
Altri significati specifici di adixos sono ingannatore , fallace, calunniatore, inservibile.
In Lc 16,10 l’adixos ossia il disonesto che è infedele nella amministrazione dei beni affidatigli, viene contrapposto al pistos, all’uomo fidato e sicuro. Nella preghiera del fariseo in Lc 18,11 gli adixoi sono in particolare i falsi.
3. Adixos ricorre nei LXX come attributo di nomi concreti e astratti. Come per la disonestà nel commercio, l’acquisizione illegale, il guadagno illecito, il possesso ingiusto. Nei papiri il termine ricorre come ingiustificato, inadatto, inesatto, falso ecc.
Il cod. D in Lc 16,9 si tratta della contrapposizione fra bene reale e bene fallace, perché il contrario del bene vero e effettivo.
4. Per adixos cfr Ios Ant II 50 In 1 Petr 2,19 è il contrario esatto di dicaios
5. Il neutro esprime in contrario ed è molto frequente in Filone. Notevole è l’antitesi fra dicaios e aleteia. L’antitesi ritorna con particolare insistenza in 1 Esd 3,1-4,63 dove la “verità” è in ultima analisi anche la rivelazione attuatasi nella religione ebraica. Anche Giuseppe contrappone adixon all’aleteia: la verità è la forza suprema.

Lia e Rachele

Oggi parliano di …
Lia e Rachele
Giacobbe, dopo la collera di Esaù per avergli sottratto la benedizione, incontra Rachele al pozzo. Può contare solo sul fascino e non su doni per la sposa. Esibisce la forza nel rotolare la pietra che chiude il pozzo. E’ amore a prima vista, che lo porta a lavorare duro per superare gli ostacoli. Ma Rachele ha una sorella maggiore. Anch’essa lacerata dalla passione per lo stesso uomo. Lia ha uno sguardo dolce ma non avvenente come la più giovane. Ma è la primogenita con diritto a sposarsi per prima. Anche se un Dio bizzarro a volte non li preferisce sempre i primogeniti.
Ma è di Rachele che Giacobbe si innamora. Lui vittima di Lia, che pur di carpire l’amore si fa passare per la sorella minore. Giacobbe sposa così la donna sbagliata e lo status di moglie non fa Lia una donna felice, anche se arrivano dei figli.
Rachele sterile si impegna, come la sua antenata Sara, a dare a Bilhà, la sua schiava personale in sposa al marito. Una maternità surrogata che supera la sterilità viene superata e arrivano i figli.
Il popolo di Israele, con le sue dodici tribù, nasce proprio dai figli di quelle due sorelle che trasformano il senso tradizionale delle cose. Lia vince nella storia divina. E la sorella sterile morirà durante un parto

Rebecca

 

Rebecca

Rebecca non incontra lo sposo promesso, Giacobbe, prima del matrimonio.  Proprio  come accadeva allora. Era la nipote di Abramo e viveva col fratello Labano.  Ma sentiva di non aver subito la scelta ed offre ad esempio acqua in abbondanza al pozzo, luogo decisivo in tutta la Scrittura, al servo di Abramo e a tutto il seguito.

Il fedele Ezier, in missione per cercare una giovane sposa ebrea a Isacco, rimane da lei ammaliato e legge in quel incontro la volontà di Dio. Lei accetta i doni sponsali prima ancora di aver consultato la famiglia, mettendola sul fatto compiuto. Il padre ha solo funzione notarile su tutto anche i tempi della sua partenza.

Forse Isacco non era l’uomo che aveva sognato. Ma fu un matrimonio d’amore contraccambiato. Solo grazie a Rebecca Isacco riesce a superare la morte della madre e trova consolazione. Nonostante la sua sterilità. Isacco prega (e non Rebecca) per avere un erede. Avrà un figlio a fronte di sofferenze (“Se Dio che ha voluto questo, perchè mi trovo in una condizione simile?). Dio risponde con due gemelli da cui derivano due popoli.

La peluria che ricopre il corpo del primogenito, Esaù, fa forse intuire alla madre che quel ragazzo diventerà abbastanza forte da affrontare la vita con o senza la benedizione di Dio. Come, di fatto, accadrà. Esaù riconosce in Gen 33 di essere stato benedetto con mogli, figli e beni materiali. Giabobbe risulta invece perfino incapace di cacciare con la sua indole tranquilla. Si allontana con difficoltà dalla tenda dell’accampamento e usare l’astuzia per sopravvivere . Esaù è visto come una figura capace di autonomia che lui non ha che gli procura anche la cacciagione che adora. Un vero beduino. Per questo motivo Rebecca si affeziona più al secondo genito che sente di dover aiutare ad affrontare la vita.

La logica del clan non segue la benedizione o la logica materna: ha il criterio di chi viene prima.  Giacobbe deve prendersi con l’astuzia ciò che la vita non gli ha dato, altrimenti soccomberà.

Rebecca cerca di amarlo fornendo tutte le possibilità per camminare da soli. Oggi un manuale di pedagogia la metterebbe in luce  per la sua capacità materna di coniugare amore, astuzia e autonomia? Esaù può farcela da solo. Giacobbe cambierà radicalmente dopo le parole benedicenti del padre.

 

Meeting quacchero: le figlie di Lot — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Le figlie di Lot Prima della nascita di Isacco è narrato l’episodio delle figlie di Lot (Gen 19,30-38). Costoro, portate in salvo dal padre in una grotta, dopo la distruzione di Sodoma, fanno ubriacare il genitore per unirsi a lui e avere figli. Aggirano i divieti compreso quello inviolabile dell’incesto e dalle figlie di […]

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La Moglie di Lot al meeting del 28/5 — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Meeting quacchero del 28 maggio a Olgiate ore 16: La moglie di Lot Cara Lot, hai esitato, dubitando e voltandoti indietro, che il male è più profondo e non si può separare dal bene. Non eri certa che lontano da Sodoma saresti stata al sicuro, tu e la tua prole. Figlie trattate come carne da […]

via La Moglie di Lot al meeting del 28/5 — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Un invito al meeting degli Amici del 28/5

Abbiamo creato l’evento “Le donne della Bibbia al Meeting quacchero per la liberazione” per il 28 maggio ore 16 al Parco Gonzaga di Olgiate Olona (VA). Aderisci anche te sebbene non abbiamo potuto invitarti personalmente. Se hai bisogno info sui mezzi telefona al 0331 641844 o scrivi nella inbox. e ti spediamo gli orari bus da stazione Busto Arsizio. Grazie.

Anteprima: Agar, la serva sofferente

Agar la schiava egiziana nella vicenda di Abramo e la potente Sara mostra l’essere vittima di un’oppressione nazionale, sessuale e di classe.

Il grande patriarca perde i tratti del protagonista per divenire figura minore del dramma che ha due donne come co-protagoniste. Sara è vecchia e sterile ma ricca e potente e dispone la sorte della straniera schiava, giovane e fertile. Abramo declina ogni interesse e responsabilità e Agar è solo un oggetto ai suoi occhi.

La fuga di Agar testimonia l’esodo dall’oppressione della matriarca ebrea. Nel deserto incontra Dio ad una sorgente: un Dio ambivalente che le ordina di tornare indietro. Qui troverà ancora l’invidia di Sara verso il figlio nato da Abramo, Ismaele come concorrente di Isacco.

Un esodo non più fuga ma cacciata nel deserto. E Agar cercherà per Ismaele un ragazza egiziana, non ebrea dunque.

Un Dio ambiguo sperimentiamo con la donna.

 

 

Genesi 18: (il libro in generale più importante per la teologia quacchera della somiglianza a Dio di noi esseri umani):
Il riso di Sara, l’incredula.
La risata sonora di Sara riecheggia nella Bibbia quando Sara, ormai anziana e stanca di aspettare il figlio della “promessa non mantenuta”, sente ribadire nuovamente l’annuncio della fertilità. La lunga progenie promessa in Gen 12,1-3 era un ricordo del lontano passato infatti. Il risentimento verso Dio era costante per la prom…essa fumosa di un Dio inaffidabile, perché non mantiene la parola data.
Il riso è una tensione fra Dio e Abramo che Sara osa manifestare apertamente. Abramo il paladino della fede che risponde alla chiamata non crede alla promessa e si unisce ad Agar per rimediare alla latitanza di Dio e non avrebbe di certo dato Sara in moglie al faraone (Gen 12,10-20).
Sara ride perché “sapeva che il tempo di avere figli era passato e si domandava Posso ancora mettermi a fare l’amore? E mio marito è vecchio anche lui”. (Gen 18,11-12).
Quella risata sofferta esce dal grembo sterile di una donna delusa da Dio, che non può ancora prendere tempo. Lei inqueta e interpella e lo costringe ad anticipare i tempi: “Quando tornerò da te fra un anno Sarà avrà un figlio (Gen 18,14).
Dio abbandona i meccanismi di difesa di un umano quando si sente in difficoltà per parole brucianti che scuotono . Si ride anche per ricordare. La fede di Sara non percorre scorciatoie ma prende faccia a faccia Dio e toglie ad Abramo la maschera di “campione della fede”. E’ una fede incredula quella di Sara ma non per questo incapace di stupore.
Riderà ancora di gioia per la nascita del figlio Isacco (Gen 21,6).

 

Culto sospeso in memoria del assassinio di Bonhoeffer

In ricordo del martirio odierno di Bonhoeffer il Culto del Sabato è sospeso

Riprendo la meditazione – ricordandoVi Zoom meeting alla 16 con Giacomo – con un testo ieri sera letto durante una conferenza parrocchiale sullo straniero a Buon Gesù frazione di  Olgiate Olona, dove abito: amiamo anche i nostri nemici e non sono gli stranieri, come per loro sottointeso. Hanno diffuso in passato le tesi contro la c.d. teoria gender. Inventata dagli omofobi. Io sono felicemente gay nonostante loro. E prima di essere cristiano! E con orgoglio.La mia fede è più grande della loro. Inutilmente battezzati con acqua e non con lo Spirito.

“Non è affatto ovvio che al cristiano sia consentito di vivere in mezzo ad altri cristiani. Gesù Cristo è vissuto in mezzo alla gente a lui ostile. Alla fine fu abbandonato da tutti i discepoli…. Quindi anche il posto del cristiano non è l’isolamento di una vita claustrale, ma lo stare in mezzo ai nemici. Li si svolge il suo compito e il suo lavoro. Fino a quando il Signore non ritornerà la sua unica forma di unità è far memoria di Gesù Cristo nei luoghi più remoti…  (…)

Alla prima sera inizia il Sabato di Gesù….

Con Dio non si giunge in un luogo, ma si percorre una via.

  1. Bonhoeffer anche via e.mail da benny1varese@gmail.com – Siamo a 87 adesioni oggi

 

Una preghiera per i profughi della guerra siriani ma anche quelli per fame che cercano un riscatto.

 

Salmi 27

 

Il trionfo della fede

Sl 3; 4; Ro 8:31, ecc.

1 Di Davide.

Il SIGNORE è la mia luce e la mia salvezza;

di chi temerò?

Il SIGNORE è il baluardo della mia vita;

di chi avrò paura?

2 Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici,

mi hanno assalito per divorarmi,

essi stessi hanno vacillato e sono caduti.

3 Se un esercito si accampasse contro di me,

il mio cuore non avrebbe paura;

se infuriasse la battaglia contro di me,

anche allora sarei fiducioso.

4 Una cosa ho chiesto al SIGNORE,

e quella ricerco:

abitare nella casa del SIGNORE tutti i giorni della mia vita,

per contemplare la bellezza del SIGNORE,

e meditare nel suo tempio.

5 Poich’egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura,

mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora,

mi porterà in alto sopra una roccia.

6 E ora la mia testa s’innalza sui miei nemici che mi circondano.

Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia;

canterò e salmeggerò al SIGNORE.

7 O SIGNORE, ascolta la mia voce quando t’invoco;

abbi pietà di me, e rispondimi.

 

Aiutaci, Signore, a creare le condizioni affinché

il potere sia utilizzato nel senso del servizio.

Aiutaci, Signore,

a proclamare in parole ed in atti,

che il progetto di Dio in Gesù Cristo

è radicato nella solidarietà,

nella libertà responsabile per tutti

e non nei privilegi, nel dominio,

nel culto della ricchezza

e nelle divisioni fra i popoli.

Aiutaci, Signore,

a rendere testimonianza al tuo Regno,

operando per una società fraterna,

una società in cui possiamo essere

il prossimo gli uni verso gli altri.

Mario Yutzis – Argentina

 

 

Agoghe ossia condotta, guida

 

Nel N.T. ricorre solo in 2 Tim 3,10. Dal contesto si ricava che agoghe, il cui significato letterale è condotta, guida, indica la condotta seguita dall’Apostolo e che anche il destinatario della lettera deve far propria, allo stesso modo nella didascalia. La migliore traduzione è quindi “condotta di vita”. Come la parola italiana “condotta” così anche agoghe può essere usata tanto transitivamente che intransitivamente. Nel significato di condotta di vita agoghe è attestato nella prosa attica, nelle iscrizioni, nei papiri, nei LXX e soprattutto nei tardi scritti filosofici e in quelli giudaici. E cristiani. In particolare la agoghe ha come oggetto coloro che devono essere guidati, ossia allevato, i fanciulli. Cfr. il titolo dello scritto di Plutarco. L’educatore dei fanciulli si chiama o paidagogheo e  l’educazione e paidagoghia  da cui deriva paidagogheo e altri vocaboli. I lessicografi greci hanno fissato e precisato questa accezione di agoghe. In Suida si cita Polibio (I 32,1). Esichio interpreta come protos. Guido Polluce associa con vari.

 

Come dimostrano questi esempi, un elemento determinante dell’agoghe è l’educazione non soltanto in se stessa, ma anche nei suoi effetti, ossia l’educazione in quanto crea un comportamento e uno stile di vita. Perciò si parla spesso di  biou agoghe oppure semplicemente di agoghe senz’altra specificazione, nello stesso significato. Un motivo prediletto è il richiamo della agoghe spartana. Anche le varie scuole filosofiche si distinguono ovviamente per la loro agoghe.

 

Tranne qualche accezione specifica non diverso è l’uso della parola nell’epoca e nell’ambiente del N.T. Certi scrittori giudaici (Giuseppe , Io ps. Eraclito, i LXX) attingono perciò l’espressione dell’uso greco comune.

 

Non diverso probabilmente è l’addentellato di agoghe in 2 Tim 3,10, poiché anche altrove le lettere pastorali usano i termini comuni del gergo filosofico. In 1 Cor 4,17, riferendosi sempre allo stesso Timoteo al quale sono rivolte le parole di 1 Tim 3,10. Qui En Xristo cristianizza nella forma e nella sostanza il concetto di odoi; allo stesso modo 1 Clem 47,6 può parlare come anche in 48,1.

 

Benedizione

 

Una benedizione per i nuovi arrivi e coloro che gradiscono

Che l’Iddio che crea, redime e inspira Tutti: guidi i nostri pensieri e determini i nostri piani.

Che l’Iddio che ci chiama in una vita nuova nel Suo servizio Tutti: ci insegni come imparare uno dall’altra e dai doni della sua bontà.

Che l’Iddio che è la fonte di ogni creatività Tutti: ci doni una nuova visione ed ispirazione per il nostro compito.

Che l’Iddio, eterno amante, creatore e ispiratore Tutti: ci faccia vedere la luce del suo volto, oggi e per sempre. Amen.

 

Sabato alla Ragaz con Internazionale del primo aprile

Gli arabi non sono tutti barbuti come i personaggi di Aladdin

Igiaba Scego, scrittrice

01 aprile 2016 15:42

Quando vedi un arabo a cosa pensi? Quali immagini ti balenano in mente?

Ti viene in mente un padre amorevole? Un bambino che gioca? Una famiglia che cucina? Una coppia innamorata?

Cosa ti viene in mente quando pensi agli arabi?

Se l’è chiesto quasi dieci anni fa Jack Shaheen nel libro Reel bad Arabs: how Hollywood vilifies a people, diventato poi un documentario nel 2006. La domanda è stata ripresa anche dalla giornalista di The National Fatima al Shamsi, nel suo articolo I’m sick of seeing Arab stereotypes on television.

Jack Shaheen, nel suo libro, sostiene che tra il 1896 e il 2000, su un campione di mille film girati a Hollywood, ben 936 (quasi il 90 per cento del campione) abbiano messo in cattiva luce i personaggi arabi. E questo ben prima degli attentati delle torri gemelle del 2001.

Questo dato ci dovrebbe preoccupare, soprattutto ora che i mezzi d’informazione, dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles, sono ripieni come certi arrosti di immagini negative e stereotipate del mondo arabo. Quello che preoccupa del nostro presente è l’ignoranza assoluta del mondo occidentale sulla natura complessa dell’homo arabicus (musulmano e non solo) del terzo millennio. La giornalista e studiosa Paola Caridi li ha chiamati nel suo blog gli “arabi invisibili”, una definizione che ha ispirato anche l’omonimo libro.

Il mondo reale descritto da Paola Caridi è fatto di femministe agguerrite che portano il velo, ragazzi che smanettano su internet meglio di un hacker occidentale, cineasti raffinati che mescolano mondi. Tra gli arabi invisibili ci sono atleti, professori, scrittori, scultori, ma il mondo in cui viviamo rimane ancorato allo stereotipo della sensuale odalisca o del barbuto terrorista con il kalashnikov in mano. Nell’immaginario dominante, gli arabi sono brutti, sporchi e cattivi.

Non minimizzo di certo la violenza del terrorismo internazionale, ma non è attraverso la diffusione di stereotipi che si potrà combattere il fenomeno. Anzi. Lo stereotipo potrebbe farci precipitare tutti in una incomprensione globale che favorirà chi semina odio e terrore. D’altronde il gruppo Stato islamico (Is), nel suo testo di riferimento L’estinzione della zona grigia, ha detto chiaramente che uno dei principali obbiettivi dell’organizzazione è quella di creare incomprensione tra noi e minare alla radice la convivenza nelle società europee. Il loro nemico è il multiculturalismo, il loro alleato il razzismo e i gruppi xenofobi che lo alimentano.

Ora più che mai, serve riflettere sugli stereotipi, per conoscerli e, un giorno, superarli. Lo scrittore egiziano Ala al Aswani, nell’introduzione al libro Arabi invisibili, denuncia “la grande mistificazione che è alla base dello stereotipo, che racconta l’altro senza umanizzarlo, anzi, dimenticando che l’altro è un essere umano”. Lo studioso Edward Said, nel suo libro fondamentale del 1978 Orientalismo, lo aveva già detto chiaramente che l’orientalismo era un modo “per esercitare la propria influenza e il proprio predominio sull’Oriente”.

Da Charlie Hebdo a Indiana Jones

Ma quando parliamo di stereotipi applicati al mondo arabo, di cosa parliamo esattamente?

Sulla copertina del settimanale Charlie Hebdo uscita il 14 gennaio 2015, dopo gli attentati di Parigi, c’è una vignetta che rappresenta, nelle intenzioni degli autori, il profeta dell’islam che regge un cartello con la scritta “Tout est pardonné” (“È tutto perdonato”). Pur condannando con forza quell’odioso attentato, quella vignetta (e quelle che l’hanno preceduta sia in Francia sia in Danimarca) mi ha sempre lasciato un po’ perplessa.

Quello che mi aveva colpito non era il disegno in sé, ma quello a cui rimandava. Le rappresentazioni del profeta che conoscevo erano quelle delle miniature turche e persiane medievali, nelle quali il volto del profeta non veniva mai mostrato, ma coperto da un velo di seta per rispetto. Spesso la figura, insieme a quella dei famigliari, era contornata da un fuoco sacro che fungeva da aureola e che ne sottolineava la sacralità. Morbidi tessuti, spesso seta pura, avvolgevano quei corpi. La dimensione che domina nelle miniature è quella della contemplazione.

La vignetta di Charlie Hebdo è diametralmente opposta. Il turbante della figura che rappresenterebbe il profeta non è certo un turbante di seta. La stoffa ci appare grezza, così come gli abiti. La testa inoltre ricorda la figura stilizzata di genitali maschili rozzamente agghindati.

E più in generale, mi chiedevo in quei giorni, come mai quel disegno mi ricordava la versione negativa di un “beduino” dell’Asia minore? La figura di un suddito coloniale privo non solo di mezzi, ma anche di libertà? Quella vignetta mi ricordava in modo preoccupante qualcosa di già visto, un vecchio stereotipo della cultura occidentale. E mi preoccupava anche la mancanza di ironia. La vignetta non faceva ridere. Era solo la riproposizione dello stereotipo dell’homo arabicus brutto, sporco e cattivo.

Quella di Charlie Hebdo è solo l’ultima di una lunga sequenza di rappresentazioni negative. Basta pensare al libro di Karl May Orangen und datteln, pubblicato nel 1904, un romanzo d’avventura ambientato in luoghi esotici simili a quelli di Emilio Salgari. Sulla copertina, realizzata dell’artista tedesco Sascha Schneider, c’è un disegno in bianco e nero dove sono rappresentati, uno accanto all’altro, Gesù e il profeta Muhammad. Entrambe le figure sono stereotipate. Un Gesù bianco che più bianco non si può, avvolto da una veste naturalmente più bianca di lui, si trova accanto a una specie di pirata dei Caraibi. Il pittore non ritrae il profeta dell’islam con il classico turbante, ma lo mostra in primo piano con la testa pelata e il torso seminudo. Il corpo è avvolto da una sorta di sarong e al suo lato dondola minacciosa una scimitarra. La barba naturalmente è molto folta. L’intento dell’illustrazione è quella di contrapporre un mondo giusto e pieno di virtù (Gesù) a uno barbarico, violento, oltraggiosamente altro, quello arabo. Un corpo ipersessualizzato che rimanda solamente a una disturbante inferiorizzazione.

Le donne arabe o sono velate completamente o sono danzatrici del ventre seminude

La scimitarra non manca quasi mai in questo tipo di immagini. Basta pensare alle feste di paese nel nord della Spagna per celebrare la Reconquista medievale, ovvero la conquista della Spagna musulmana da parte dei cattolicissimi re Isabella e Ferdinando, dove l’effige di un “Mahoma” con scimitarra viene bruciata nella pubblica piazza. La scimitarra appare anche sul quotidiano The Star il 18 agosto del 1925, per celebrare le vittorie del campione di cricket Jack Hobbs. L’atleta britannico viene disegnato come un gigante accanto a dei personaggi famosi in versione rimpicciolita. Tra un Charlie Chaplin e un Giulio Cesare, viene anche disegnato un uomo con scimitarra e turbante, che nell’intenzione del vignettista sarebbe il profeta dell’islam.

La stessa figura viene usata tre anni più tardi, nel 1928, per pubblicizzare l’estratto di carne della Liebig. Qui il disegno non è caricaturale, ma elegante. La storia raccontata è quella del mihraj, il viaggio ultraterreno del profeta Muhammad in groppa al cavallo alato Buraq. Ma nonostante l’eleganza dei tratti, lo stereotipo prevale, soprattutto nelle atmosfere esotizzanti.

Non solo i simboli religiosi vengono piegati all’esotismo o alla caricatura, lo stesso accade al paesaggio. Tutto diventa volontà di inferiorizzazione. Lo si nota in particolare nel cinema, fin dai suoi esordi, dove domina l’equazione arabi uguale deserto, arabi uguale harem. È come se molta produzione cinematografica non si fosse mai resa conto che molti paesi arabi sono mediterranei e quindi hanno una vegetazione selvatica, a tratti molto rigogliosa. La palma la fa da padrone in quasi tutti i film, mai l’albero di olivo. Sempre la sabbia, quasi mai il mare. Il deserto, poi, ha tratti umani. È sempre ventoso e violento. È come se fosse un’anticipazione del carattere brutale degli arabi. Un luogo popolato però di creature mitologiche come i grassi geni della lampade, i banditi senza scrupoli, i tappeti volanti, gli sceicchi lascivi e, naturalmente, le odalische dell’harem.

Donne sciite pregano nel mausoleo dell’imam Ali a Najaf, in Iraq, nel marzo del 2014. (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

Le donne arabe o sono velate completamente o sono danzatrici del ventre seminude. Non c’è quasi mai una via di mezzo. Basta vedere film come Lo sceicco con Rodolfo Valentino o Il ladro di Baghdad con Douglas Fairbanks, due successi del cinema muto che con i loro costumi creavano un’Arabia davvero improbabile, regno di sesso, ambiguità, violenza e dolore.

Il sesso la fa da padrone nella produzione pittorica. C’è una lascivia votata alla morte. Un orientalismo spiccio che confina con la pornografia. Basti pensare ai quadri di Delacroix, come La morte di Sardanapalo, dove un regno in decadenza, prossimo alla morte, gode dell’ultimo istante di lascivia. Corpi morti di leggiadre odalische che mischiano l’ultimo respiro con l’ultimo orgasmo. Lo sceicco, al centro, si gode la scena della sua stessa fine.

E poi opulenza, gioielli, broccati a non finire. Sempre nel deserto o meglio nella sua oasi. Questo immaginario è stato talmente forte da arrivare perfino nei film per ragazzi, come ci ricorda Jack Shaheen nel già citato Reel bad Arabs. Per esempio in Aladdin della Disney, uscito nel 1991, i protagonisti (Aladdin e Jasmine) hanno la pelle chiara, mentre tutti gli altri arabi connotati negativamente hanno la pelle scura. I mercanti sono senza denti, grassi e barbuti. Gli atteggiamenti sono violenti, naturalmente. Chi ruba una mela rischia il taglio del braccio. Ma il personaggio più ricco di stereotipi è quello del cattivo, Jafar. Ha la faccia lunga, sottile e nera. Non è bello e a tratti sembra quasi una donna. Ha gli stessi occhi lunghi di Jasmine, marcati da un trucco molto pesante.

L’idea di femminilizzare il personaggio negativo non è un’invenzione della Disney. Durante la Reconquista medievale i cristiani di Spagna, per minimizzare la forza del nemico, escludevano nei loro romanceros (poemi) i personaggi arabi dallo status dominante maschile. Nel Medioevo, infatti, le donne non avevano nessun ruolo rivelante nella guida della società e il paragone con loro significava automaticamente l’esclusione dal potere. Questa trasformazione simbolica veniva accentuata attraverso diversi elementi che denigravano non solo l’altro, ma anche tutto l’universo femminile. Le città musulmane venivano trattate dai cristiani come spose e, in generale, i musulmani venivano descritti come,inetti, facili al pianto, preoccupati per il loro aspetto fisico e il loro abbigliamento.

La scrittura di propaganda tipica della Reconquista la ritroviamo nella figura di Jafar, il cattivo di Aladdin

Le donne musulmane nei romances della Reconquista erano un semplice oggetto sessuale. Nel romance Morilla Burlada, Moraima è una donna musulmana di bell’aspetto, una “morilla de un bel catar”, che subisce un inganno con tremende conseguenze: un cristiano finge di essere suo zio, braccato dalla giustizia perché colpevole di aver ucciso un cristiano. La ragazza si fida perché il finto zio “hablóme en algarabia”, le parla in arabo. Gli apre la porta e viene violentata. Un immaginario che torna anche in molta produzione cinematografica attuale, dove prima dello stupro in senso stretto della donna musulmana, avviene la lacerazione del velo da parte del maschio dominante bianco.

Lo stesso termine mora, che indicava le donne arabe e musulmane, era anche usato dagli allevatori castigliani per le mucche nere. Dunque mora, ma anche moro, non definiva semplicemente un colore più scuro, ma alludeva alla bestialità dei musulmani. Per i cristiani della Reconquista gli arabi erano gli antagonisti principali. Il compito dei letterati era di esaltare la cristianità e denigrare i suoi nemici. L’atteggiamento verso gli arabi cambierà con la conquista di Granada nel 1492 e la fine del regno arabo in Spagna, diventando più benevolo, anche se sempre carico di pregiudizi.

Questa scrittura di propaganda tipica della Reconquista la ritroviamo nella figura di Jafar, il cattivo di Aladdin. Molti hanno visto nel film una rilettura in chiave Disney della guerra del Golfo: Jafar-Saddam Hussein doveva essere ridicolizzato per tenere alto il morale delle truppe statunitensi. Dai fratelli Marx all’Indiana Jones di Harrison Ford, tutti hanno umiliato gli arabi. Proprio in Indiana Jones un un arabo vestito di nero viene freddato da Harrison Ford, che lo uccide quasi per per la noia di dovere aspettare il suo assalto condito da virtuosismi con la scimitarra. La scena fa ridere. La vita dell’arabo in questione non crea commozione, anzi non viene nemmeno percepita, lui è un subumano, nessuno, nemmeno Indiana Jones prova pietà per lui.

Gli arabi sono brutali, ma anche maldestri in molti film. E di solito nelle scene di massa muoiono come mosche, corpi disumanizzati, che non suscitano nessuna emozione. E se proprio dobbiamo avere pietà ecco allora che saltano fuori le donne che devono essere salvate. Le “lapidate”, “bruciate vive”, “spose bambine”. Non che questi problemi non ci siano. I femminicidi in oriente come in occidente sono all’ordine del giorno, il patriarcato è tale ovunque si presenti. Ma ragionare per stereotipi non aiuta di certo le donne a emanciparsi.

Un nuovo umanesimo

Come scrive Paola Caridi in Arabi invisibili: “Il mondo arabo è altro, ed è oltre la maschera ingrugnita e spaventosa che ci viene proposta da anni. Non ha la faccia iconica di Osama bin Laden, non ha solo l’aspetto della vendetta che riempie i sonni disperati dei kamikaze”. Caridi, che ha scritto il libro nel 2007, propone delle soluzioni che sono ancora più attuali adesso. Se “quello che esiste e vive di fronte a noi è un mondo arabo arrabbiato, spesso indignato, che si vede appiccicare tutte le nefandezze che lo stesso Occidente ha covato nel suo percorso millenario” forse, spiega Caridi, servirebbe un nuovo patto, “un manifesto che, prima di tutto, venga scritto da arabi e occidentali insieme, chiedendosi dove possa arrivare la convivenza, e dove, invece, l’osmosi debba lasciare il passo al buon vicinato”. Un manifesto “di quelli che, ancora oggi e con sempre più difficoltà, continuano a parlare la lingua perduta del mare di mezzo”.

Quello che propone Paola Caridi è un nuovo umanesimo. Sembrerà ad alcuni un piano utopico, in epoche di attacchi terroristici nelle città europee. Ma a ben pensarci è l’unico da poter attuare. Anche perché, come abbiamo visto con la prima e la ancora più nefasta seconda guerra del Golfo, il conflitto alimenta se stesso e porta alla distruzione delle relazioni.

Il Medio Oriente un tempo era tra le regioni più tolleranti del mondo, come ha ricordato di recente la scrittrice palestinese Suad Amiry al festival Libri come, a Roma. Ora la pioggia di armi e insensatezze ha distrutto questa convivenza, forse per sempre. Ma noi, che spesso assistiamo attoniti sulle nostre poltrone alla distruzione del mondo, possiamo almeno fare una cosa: spingere i mezzi d’informazione dei nostri paesi a raccontarci un’altra storia.

Come sipuò creare un nuovo umanesimo se continuiamo a guardare gli altri attraverso gli stereotipi? È necessario, ora più che mai, cercare di conoscere l’altro. Spingere, come chiede la petizione di Progressi, i nostri governi a “soluzioni orientate alla pace e al dialogo” perché “l’arma più potente che abbiamo è l’inclusione sociale”.

Bandire una visione stereotipata, quindi, è il primo passo. Pensare, per esempio, che il maggior poeta siriano Nizar Qabbani (di cui l’editore Jouvence sta per pubblicare Le mie poesie più belle, a cura di Nabil Salameh e Silvia Moresi) non parlava certo di jihad, ma di amore. Dovremmo spingere le televisioni generaliste a lasciar perdere i talk show con i soliti professionisti dell’odio e a trasmettere film provenienti dal Medio Oriente. E sarebbe bello trasmettere un po’ di musica araba anche alla radio, avvicinandoci al pop dei Mashrou’ Leila, per esempio, autori di una bellissima canzone dedicata all’amore tra due uomini intitolata Shim el yasmine.

Scrive Ala Al Aswani nella prefazione diArabi invisibili:

Per quanto mi riguarda, io non posso considerare l’Occidente come il mio nemico. So che l’Occidente non è un unicum. So che George W.Bush non rappresenta l’Occidente. Se penso a un simbolo dell’Occidente e della sua civiltà, per il mio retaggio culturale e la mia formazione, penso a Vivaldi, a Shakespeare, a Molière, a Victor Hugo. Non certo a Dick Cheney.

Leggendo le sue parole, penso che quest’anno in Italia abbiamo una grande occasione. Il salone del libro di Torino 2016 sarà dedicato proprio alla letteratura araba, dal Maghreb al Mashreq. Invece delle urla dei professionisti dell’odio, potremmo riportarci a casa una bella manciata di parole dei maggiori scrittori arabi contemporanei. Solo così avremo meno paura e saremo pronti a quel nuovo umanesimo prospettato da Paola Caridi. Un umanesimo da costruire tutti insieme, il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi.