Il Tribunale Penale Internazionale apre l’indagine sulla “situazione in Palestina”

04.03.2021 – Riccardo Noury

Il Tribunale Penale Internazionale apre l’indagine sulla “situazione in Palestina”
(Foto di archivio Pressenza)

Il 3 marzo la procuratrice Fatou Bensouda ha formalizzato l’avvio dell’indagine del Tribunale Penale Internazionale sulla “situazione in Palestina”.

Oggetto dell’indagine saranno i crimini di diritto internazionale commessi a partire dal 13 giugno 2014 nei territori occupati palestinesi: Cisgiordania compresa Gerusalemme Est e Striscia di Gaza.

Dopo decenni di mancato accertamento delle responsabilità per i crimini di diritto internazionale, su cui da molti anni Amnesty International e altre organizzazioni raccolgono e pubblicano prove, l’indagine della procuratrice Bensouda potrebbe aprire la strada verso la giustizia in favore di migliaia di vittime di gravi violazioni dei diritti umani.

Sciopero di domani: La negazione del femminile

l maschilismo pervade istituzioni, lavoro, scuola e luoghi di ricreazione e, attraverso la rappresentazione lessicale, grammaticale e narrativa, cancella le donne, sin da bambine.

Ogni notte devo correggere la traduzione dall’inglese all’italiano dal maschile al femminile delle numerose (credo che siano la maggioranza) donne citate. Non so se è un peccato degli amici evangelici Mennoniti Marginali o del sistema Facebook. Il dubbio permane…

Qualsiasi uomo voglia esprimersi su femminicidio e discriminazione di genere dovrebbe prima chiedere ed ottenere il permesso di una donna! Profondamente convinto di ciò, inizio a scrivere solo perché quel permesso l’ho chiesto ed ottenuto.

Mentre le donne continuano a portare in grembo il mondo, prendendosene cura, nutrendolo e facendolo nascere e crescere, una parte degli uomini, che in esse trova riparo e vita, continua ad aggredirle mortalmente, in uno scenario in cui la carne si rivolta contro se stessa. Esattamente come ciò che avviene nelle patologie autoimmuni quando il sistema immunitario, impazzito, non riconosce più una parte di sé e la tratta come fosse entità avversa, come un nemico, annientandola sino all’autodistruzione!

Perché in una società in cui, malgrado l’emancipazione femminile e l’evoluzione paterna nei processi di cura, sono ancora le madri ad occuparsi prevalentemente dell’educazione di figlie/i, le donne continuano ad essere bersaglio di violenza e disprezzo, proprio da parte di quei bambini che diventeranno ragazzi e forse uomini? In che punto si frattura il legame di alleanza umana tra il grembo ed i suoi frutti? Come può un sangue condiviso ed offerto come nutrimento, che ha circolato nei medesimi sentieri del corpo, diventare rabbiosa bile da sputare sul volto delle donne?

Perché il famelico maschilismo che pervade istituzioni, lavoro, scuola e luoghi di ricreazione non dà cenni di sazietà, avendo banchettato per millenni sulla schiena delle donne, e continua ad ingoiare la componente femminile della società cercandone la negazione e la sottrazione dal mondo? Sino al punto paradossale e tragico di eliminarla anche come frammento parziale della stessa identità maschile! In ciò, inconsapevole, il maschile giustizia in ogni uomo la forza creativa, di cui il femminile è indiscusso emblema fisico e metafisico.

Una tale scellerata ambizione sfregia il volto dell’intero genere umano, impoverisce la vita nei sensi e nella reciprocità, amputa possibilità ed oscura gli orizzonti di tutte e tutti. Proprio per questo, femminicidio e discriminazione di genere son dilemmi che non possono essere affrontati e liquidati come questioni che riguardano responsabilità esclusive, torti o ragioni degli uni o delle altre. Maschile e femminile sono e restano i due volti di un compendio universale ed inscindibile. Nelle fragilità come nelle eccellenze, nelle singole peculiarità e contraddizioni, diventa precipuo l’interesse delle due parti a ritrovare l’originale alleanza nell’unità.

È indubbio che esistano tendenze naturali e caratteristiche del femminile quanto del maschile. Ma nessuna di queste, nemmeno la più nobile di esse, ne giustifica la supremazia. L’indispensabilità del grembo materno non giustifica la prevaricazione del femminile sulla vita e, parimenti, non vi è alcuna giustificazione della prevaricazione maschile in ragione della maggiore forza fisica. Le naturali identità e differenze di genere non vanno annullate nell’appiattimento né ignorate all’insegna di una fredda e sterile ripartizione matematica dei ruoli e delle funzioni. Entrambe le espressioni del genere umano vanno custodite ed affermate in reciprocità.   

Un uomo che sottrae il femminile dal femminile lo sottrae, contemporaneamente, anche da se stesso e con ciò accresce quella tendenza perversa, patologica e autodistruttiva. Un uomo, in conflitto con la porzione del femminile in sé, la respinge giudicandola aliena e lo fa ancora più platealmente quando questa porzione di sé si manifesta come esterna, nelle vesti di una donna. Chiunque essa sia!

Il problema è, più che negli uomini e nelle donne, nell’uso del femminile e del maschile.                La negazione del femminile e l’abuso del maschile continua e si perpetua nelle istituzioni che incessantemente cancellano le donne, sin da bambine, nella rappresentazione lessicale, grammaticale e narrativa.

Avete mai fatto caso al convenzionale uso del maschile, in tutte le sue forme, per identificare indifferentemente il genere di appartenenza? In conseguenza di ciò nelle scuole di ogni ordine e grado esistono solo i bambini, i figli e gli studenti che sono valutati cumulativamente con aggettivi (bravi, attenti, indisciplinati) e definiti nei documenti e nelle circolari come se non vi fosse alcuna traccia del mondo femminile. Come mai (a casa, a scuola o al parco) rivolgendosi ad un gruppo eterogeneo di minori, fossero anche 8 bambine e 2 bambine, si usa sempre e solo il termine bambini?

Vi è mai capitato, durante le vacanze estive, di discutere con un gruppo di animatrici perché nell’annuncio al megafono per l’inizio della baby dance (nota attività d’interesse maschile) venivano esortati alla partecipazione “tutti i bambini del campeggio”?

Avete mai discusso con una collega, animatamente e senza successo, che stava stilando una lettera di protesta (a nome della professione) affinché la correggesse utilizzando il linguaggio inclusivo?

Se accettiamo tutto questo poi non possiamo sorprenderci se le donne crescono chiedendo il permesso di vivere, mentre gli uomini sviluppano la convinzione di poterne disporre. Né deve risultarci misterioso il motivo per il quale, a parità d’azione e d’intenti, un uomo è un seduttore mentre una donna è di facili costumi. Allo stesso modo e per le medesime distorsioni sociali di genere, molti uomini pretendono cieca obbedienza ed altrettante donne in muta rassegnazione la concedono. Ancora troppi padri e, ahimè, madri crescono figli/e concedendo privilegi agli uni che negano alle altre, solo in ragione di antichi stereotipi patriarcali e maschilisti. Senza esitazione, sento di poter dire che per gli uomini quanto per le donne corre l’obbligo urgente di esumare il femminile dal terreno dell’oblio.    

Nel rosso di quel sangue, che scorre sul corpo delle donne e tra le mani degli uomini, ce n’è una parte blu non certo riferita alle leggende nobiliari, ma a quell’inchiostro che non abbiamo utilizzato per scrivere nelle pagine del libro della storia il nome delle donne! Sin da quando erano ancora bambine, ragazze, studentesse e poi lavoratrici, mogli e madri. Ed è anche per questo che la negazione del genere femminile è passata e passa ancora oggi dall’inchiostro al sangue.

Myanmar: i comitati popolari non riconoscono l’esecutivo della giunta militare

03.03.2021 – Agenzia DIRE

Myanmar: i comitati popolari non riconoscono l’esecutivo della giunta militare

Villaggi ma anche interi quartieri delle città più popolose del Myanmar, nell’ex capitale Yangon e a Mandalay, hanno dichiarato di non riconoscere il governo dei militari e hanno deciso di autorganizzarsi seguendo le indicazioni di un parlamento-ombra composto da esponenti della National League for Democracy (Nld) che non sono stati arrestati: a riferirlo all’agenzia Dire sono Hnin e Moe, due ragazze che vivono nel Paese raggiunte tramite Whatsapp.

In Myanmar prosegue da circa 30 giorni una mobilitazione popolare contro l’intervento dell’esercito che l’1 febbraio ha rovesciato il governo eletto guidato dalla Nld e ne ha arrestato i dirigenti più importanti, come il presidente U Win Mynt e la consigliera di Stato nonchè Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi. Nel Paese sono in vigore coprifuoco e legge marziale e le manifestazioni sono più volte degenerate in scontri. Domenica almeno 18 persone sono rimaste uccise durante le proteste.
Nelle scorse settimane gruppi di deputati che non sono stati arrestati, principalmente della Nld, hanno costituito comitati di rappresentanza del parlamento, i Cabinet of Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (Crph), sorta di assemblea nazionale-ombra che non riconosce l’esecutivo della giunta militare e guidato dal comandante in capo Min Aung Hlaing. Il 21 febbraio il Crph ha chiesto alla cittadinanza di creare gruppi di amministrazione locale di supporto, composte da almeno dieci persone, con ex-deputati, notabili locali, ma anche, dicono le fonti, “chiunque stia facendo parte del movimento di disobbedienza civile e sia a favore della democrazia”. È stato deciso che i gruppi siano non violenti e che i suoi componenti non portino armi.

Hnin, che ha chiesto di non rendere noto il nome completo per ragioni di sicurezza, è una ventenne, dipendente di un’azienda di Mandalay, quasi un milione di abitanti nel centro del Paese. Alla Dire riferisce che con l’amministrazione “popolare” si sente “più sicura”. “Siamo uniti” dice. “Dove mi trovo tutti riconoscono l’autorità della persona che abbiamo scelto per guidare il gruppo, un ex paramedico che conduceva un’ambulanza”. Hnin descrive una situazione difficile: “Abbiamo costantemente l’ansia che succeda qualcosa, i militari fanno irruzione nelle case in cerca di video delle proteste e sparano, non solo a chi sta prendendo parte attivamente alle manifestazioni ma anche a chi e’ solo di passaggio”. La giovane riferisce di augurarsi che le Nazioni Unite intrevengano in modo deciso e che i vertici della giunta “siano portati davanti alla Corte internazionale di giustizia, all’Aja”.

Un appello rilanciato da Moe, che vive a Yangon, la città più popolosa del Paese. Vent’anni ancora da compiere e studi universitari ancora da cominciare, la giovane chiede che i militari siano giudicati per i loro crimini. E continua: “Quest’amministrazione popolare era assolutamente necessaria; prima quando succedeva qualcosa si andava dai poliziotti, ma adesso sono proprio loro a costituire il pericolo maggiore”. Moe stessa è figlia di un agente e sottolinea che “ci sono anche poliziotti che si stanno comportando in modo corretto”. La ragazza però si dice “spaventata” da quanto sta accadendo: “Molti militari rubano, arrestano e quando sei in loro custodia, soprattutto se sei una ragazza, può capitare che molestino con la scusa di perquisire”.

Nel quartiere i residenti hanno firmato una dichiarazione con la quale si dissociano dalla giunta. “Non vogliamo che si torni all’epoca della dittatura” dice Moe guardando a un passato che in parte non ha neanche conosciuto direttamente, gli oltre 40 anni di potere militare, tra uomini forti e giunte, che ha marcato la storia dell’ex Birmania tra gli anni ’60 e il 2011. Moe vuole però pensare anche al futuro. “Dedico una parte della mia giornata a pensare a notizie e aspetti positivi” dice. “Alla mia età voglio concentrarmi sull’avere un’istruzione”.

Meeting Minutes

Meeting Minutes

In questa data nel 1998 (4 marzo), Nancy Meek Pocock morì. (Nato il 24 ottobre 1910.) #Quaker#Pacifista. Attivista per la pace. Nata a Chicago, Illinois. Trasferita a Toronto, Ontario, con suo padre quando aveva 10 anni. Nel 1950, Nancy e suo marito si sono uniti ai Quaccheri. Durante la guerra del Vietnam, i Pococks hanno aperto la loro casa per i draft dodgers dagli Stati Uniti. Hanno anche iniziato a fornire assistenza ai rifugiati vietnamiti. Per i prossimi tre decenni la casa Pocock è stata un rifugio per profughi di ogni genere. Nel 1978, Nancy ha ricevuto la medaglia di amicizia dalla Repubblica Socialista del Vietnam. Negli anni ‘ 1980 ha lavorato con i rifugiati centroamericani a Toronto. Giorni prima della sua morte, distesa su un letto al pronto soccorso, stava firmando carte per conto dei suoi amici profughi. Seppellita al Quaccher Burial Ground, 17000 Yonge Street, Newmarket, Ontario, Canada.~ La serie Heroes Graveyards.

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Ci sono molti uomini buoni
sotto un cappello trasandato.
Proverbio cinese

  • 1970 Entra in vigore il Trattato di non proliferazione nucleare.
  • 1990 Inizia l’Assemblea mondiale ecumenica di Seul su “Giustizia Pace e salvaguardia del creato”
  • Martedì grasso, ultimo giorno di carnevale (festa popolare per il solo rito Romano)
  • 1976 esce a Milano il primo numero del “Corriere della Sera”
    “Dio è un Dio che porta : suo Figlio portò la nostra carne , portò tutti i nostri peccati e, con il suo “portare”, creò riconciliazione”

La vita è divisa in tre momenti: passato, presente, futuro. Di questi, il momento che stiamo vivendo è breve, quello che ancora dobbiamo vivere non è sicuro, quello che già abbiamo vissuto è certo.
Lucio Anneo Seneca

“Lasciatemi essere me stessa, e sarò contenta.” – ANNE FRANK

“Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime”

Etty Hillesum

Appunti quaccheri

Annuncio un REGALO ad Amici e altri lettori interessati:In collaborazione con la rivista ′′ Quaker Theology,” Doug Gwyn metterà a disposizione il suo libro del 1998, ′′ Parole nel tempo ′′ come e-book GRATUITO da leggere e scaricare, nel giorno in cui il giorno delle chiamate del mondo) Natale, 2015.Guarda questo spazio per dettagli completi per leggere e scaricare.Dall’Intro a ′′ Parole nel tempo “:Questo libro è una raccolta di pezzi brevi, la maggior parte dei quali sono apparse in stampa altrove. Coprono un periodo di nove anni, 1988-97. Ho scelto il titolo Words in Time perché diversi pezzi sono stati scritti per occasioni particolari, e si rivolgono a specifici dilemmi che affrontano gli amici all’epoca. In quanto tali, questi appunti e questi saggi sono in qualche modo legati al tempo e specifici per la situazione. Ad esempio, ′′ The Covenant of Light ′′ ha affrontato l’incontro degli amici Uniti poco prima che la polemica ′′ Riallinment ′′ scoppiasse alla fine del 1990. Ma i problemi di alienazione e di esclusione reciproca all’interno della più ampia famiglia quacchera continuano; il messaggio di riconciliazione deve ancora essere Ho sentito.Tutti i pezzi di questa collezione tentano di collocare le attuali lotte quaccheri in un contesto più vasto. Il radicamento della nostra tradizione quacchera, nell’espressione unica dell’antica fede ebraicocristiana, può fornire un’importante prospettiva sui dilemmi odierni. In particolare, due temi comprendono questa collezione: patto e semi.

′′ Teologia quacchera ′′ Il numero n. 27, per l’autunno-2015, è ora fuori. Puoi leggerlo online qui: http://quakertheology.org/QT-27.html
Ecco i contenuti:
Quaccheri e ′′ Trasformazione “: Un editoriale
Commentario
George Fox University e gli amici di West Hills: polemiche e
Conflitto nel Meeting annuale nordoccidentale, di Stephen Angell
Incontri dall’Oltre: Quakerismo, Credenza negli extraterrestri
E i confini della religione liberale, di Isaac May
Tuoni in Carolina, seconda parte: riunione annuale del Nord Carolina –
FUM e ′′ Unity ′′ contro. Uniformità, di Chuck Fager
Recensioni:
Per quanto riguarda Mary Dyer: una misura di luce, un romanzo di
Beth Powning; e Mary ‘ s Joy, un dramma di Jeanmarie Simpson.
Recensione & Musings di Jeanmarie Simpson
Santa Nazione: il ministero transatlantico quacchero in un’epoca di
Rivoluzione, di Sarah Crabtree.
Recensione di Chuck Fager
Estratti dalla Santa Nazione: il ministero transatlantico quacchero
in un’era della rivoluzione di Sarah Crabtree
Una vita sostenibile: fede e pratica quacchera nel rinnovo di
Creazione. Douglas Gwyn. Recensione di Chel Avery

Buon compleanno, Lois B. Wilson (4 marzo 1891-ottobre 1891 5, 1988). Co-fondatore di Al-Anon, un programma di recupero per famiglie e amici degli alcolizzati. Anche se indipendente, Al-Anon si basa sulle idee e sui principi degli Alcolisti Anonimi. Lois e Anne B. iniziò Al-Anon nel 1951, 16 anni dopo la fondazione di A. A., in risposta alla preoccupazione che anche i familiari degli alcolizzati abbiano bisogno di aiuto con i loro problemi.Lois è nato al 182 di Clinton Street a Brooklyn Heights, New York City. Ha sposato Bill Wilson il 24 gennaio 1918. Ha sopportato il bere di Bill per molti anni prima che diventasse sobrio nel 1934. Purtroppo, le cose non erano sempre migliori per Lois dopo che Bill ha smesso di bere. Ha trascorso la maggior parte del suo tempo con i suoi ′′ amici alcolisti anonimi,” lasciando Lois rancoroso e geloso. Ha dovuto anche sopportare il fatto che Bill aveva diversi affari con altre donne negli anni in cui stava sviluppando il programma A.A.Lois sopravvisse a Bill per 17 anni, durante i quali divenne venerata come la ′′ first lady di A. A.” Oggi ci sono decine di migliaia di gruppi Al-Anon nel mondo. Autore di ′′ Lois Remembers ′′ (1979). Seppellito nel Cimitero Dorset East Dorset, Vermont.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society

Appunti Hutteriti

′′ Ho saputo di recente che c’era un piccolo gruppo di Hutteriti che viveva vicino a Kiev, decenni prima che le prime famiglie mennonite arrivassero nell’Ucraina orientale (poi una parte della Russia appena acquisita). Questa comunità ha inviato due uomini in Austria per reclutare più Hutteriti. Quando i due uomini hanno saputo che c’erano ancora degli anabattisti che vivevano in Polonia (poi in Prussia) hanno camminato per 400 miglia verso il Delta della Vistola per incoraggiare i mennoniti a trasferirsi nell’impero russo.”

Preghiera per Patrick Zaki col Salmo 90


1 Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
2 di’ al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio, in cui confido».
3 Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
4 Ti coprirà con le sue penne
sotto le sue ali troverai rifugio.
5 La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
non temerai i terrori della notte
né la freccia che vola di giorno,
6 la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
7 Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra;
ma nulla ti potrà colpire.
8 Solo che tu guardi, con i tuoi occhi
vedrai il castigo degli empi.
9 Poiché tuo rifugio è il Signore
e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,
10 non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
11 Egli darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi.
12 Sulle loro mani ti porteranno
perché non inciampi nella pietra il tuo piede.
13 Camminerai su aspidi e vipere,
schiaccerai leoni e draghi.
14 Lo salverò, perché a me si è affidato;
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.
15 Mi invocherà e gli darò risposta;
presso di lui sarò nella sventura,
lo salverò e lo renderò glorioso.
16 Lo sazierò di lunghi giorni
e gli mostrerò la mia salvezza.

Tavernola, il Monte Saresano chiede giustizia. Intervista ad Anna Sorosina

03.03.2021 – Sebino – Redazione Sebino Franciacorta

Tavernola, il Monte Saresano chiede giustizia. Intervista ad Anna Sorosina
(Foto di CISL)

Sono ore di allarme sul Sebino, soprattutto per i paesi di Tavernola Bergamasca e di Montisola. Per ora i geologi affermano che la situazione è sotto controllo, ma questo non toglie la gravità del fatto. Il Professor Nicola Casagli, esperto del Centro per la Protezione Civile dell’Università di Firenze chiamato ad ispezionare la frana in corso a Tavernola Bergamasca, ha affermato che sebbene gli scavi nel Monte Saresano siano fermi circa dal 2000, le attività estrattive sono state comunque il fattore determinante per la frana. Sempre lo studioso ha affermato: “Il versante del Monte Saresano interessato dal crollo è fatto di calcari e di calcari marnosi, cioè le pietre da cemento, che sono disposti in strati inclinati verso il lago, ma scavando alla base si innesca uno scivolamento degli strati stessi. (…) La causa qui è sicuramente l’escavazione fatta al piede della montagna, perché senza gli scavi la frana non avrebbe potuto verificarsi. Avere una cava lì sotto ora equivale ad un mazzo di carte inclinato al quale si toglie la base”.

Il tema è che bisogna riconvertire l’area e il suo uso industriale in linea con nuove tutele ambientali del paesaggio. Di questo e molto altro ne parliamo con Anna Sorosina, moglie dell’attuale sindaco di Tavernola Bergamasca Joris Pezzotti e da sempre attiva nei comitati di cittadini che si mobilitano per la riqualificazione ambientale dello storico cementificio di Tavernola.

Il pericolo che un’onda anomala travolga Tavernola Bergamasca non è un fatto sconosciuto. Da quanto si parla di questo rischio?

Che vi sia sul Monte Saresano un’area instabile è noto fin dagli anni ’70 ma non mi risulta che si temesse un’onda anomala che coinvolgesse Tavernola. Mi risulta invece che fossero state evacuate le case in riva al lago della frazione Porto di Montisola che sono ubicate proprio di fronte al cementificio. Oggi, ci troviamo a dover fare i conti anche con questa probabilità che, per quanto remota, non è possibile al momento escludere. Le frane che si sono staccate da quel versante sono state diverse: 1970, 1986, 2010. Da anni l’area è monitorata e si muove di 3 millimetri circa al mese, ora però il movimento è aumentato e, grazie al monitoraggio e all’installazione del radar da terra da parte della Provincia di Bergamo, si è potuto iniziare da subito a studiare i possibili scenari dell’evoluzione del fenomeno in atto in questi giorni e a programmare alcune azioni.

Come movimenti ambientalisti locali quali lotte avevate intrapreso sul territorio? E quali sono state le vostre richieste?

Premetto che, per quanto mi riguarda, non si tratta di un movimento ambientalista, si tratta di un gruppo di cittadini del territorio che da anni hanno a cuore la tutela ambientale e paesaggistica di questo luogo e da tempo vedono alcune richieste del cementificio del tutto incompatibili. In particolare:

1) No ai rifiuti o CSS o CSS-C (combustibile derivato dai rifiuti) da utilizzare come combustibili in aggiunta a quelli tradizionali, nel cementificio. Su questo tema pende un ricorso al Tar. Mi preoccupa molto che un’attività di questo tipo, a ridosso delle abitazioni e davanti ad un luogo naturalistico di pregio, non sia MAI stata sottoposta a Valutazione di Impatto Ambientale. L’essere impianto esistente a nostro avviso non basta, anche in virtù del fatto che oggi si è introdotto il concetto di V.I.A. postuma proprio con lo scopo di rivedere con nuovi occhi situazioni esistenti.

2) Riqualificazione degli edifici e dell’area dello stabilimento. Su questo tema c’è una prescrizione di Regione Lombardia, nell’autorizzazione dell’escavazione della Miniera “Ca Bianca”. La volontà dei richiedenti è quella di ridurre sensibilmente la grandezza dell’impianto cementiero a lago, abbattere le strutture non più utilizzate e inserire altri interventi di mitigazione paesaggistica.

3) Riconversione nel medio termine del cementificio, considerata ormai un’attività troppo impattante per questo luogo e che ha ormai fatto il suo tempo. Le risorse del domani del Lago d’Iseo non sono da ricercare, secondo noi e secondo l’esito di un recente referendum, nel cementificio che, peraltro, a fronte dei 400 addetti degli anni ’70, raggiunge oggi solo 70 unità circa.

Secondo voi negli anni sono stati fatti i dovuti studi sui permessi per le cave, o ha prevalso più il bisogno di profitto e speculazione sul territorio? Cosa non si è considerato?

Non sono un tecnico per esprimermi su questo tema. Certo l’emergenza di questi giorni e le frane che negli anni sono già avvenute ci devono far riflettere sul fatto che la natura, quando viene pesantemente aggredita prima o poi ci presenta il conto. Credo che sarà necessario fare una rivalutazione complessiva sui disagi e sui danni di questo evento, e porre in essere tutte le misure, anche drastiche, che, da ora in poi, possano ridurre i rischi di altri eventi franosi e ciò, quand’anche la frana non si verificasse. Questi giorni stanno provocando disagi gravissimi che stanno condizionando la vita di molte persone, pensiamo agli abitanti di Parzanica isolati, pensiamo alle case della località Squadre evacuate per qualche giorno, agli isolani della frazione Porto che hanno lasciato le loro case per precauzione, agli abitanti di alcune aree di Tavernola che devono ipotizzare anche l’eventualità peggiore di evacuazione se la situazione dovesse precipitare, condizione ritenuta poco probabile ma non escludibile del tutto. Tutto ciò ha il diritto/dovere di essere rimesso in conto. Sull’attuale Miniera Ca’ Bianca ricordo le molteplici assemblee pubbliche e la contrarietà di una parte della cittadinanza, supportata da esperti che mettevano in evidenza i danni della deturpazione di un paesaggio pressochè incontaminato come quello collinare tra Vigolo e Parzanica, risalente ad una trentina d’anni fa circa. Certo questo “povero” Monte Saresano è stato negli anni aggredito da due parti, oggi che la crisi del cemento è irreversibile forse si potrebbe pensare a ridare un po’ di pace a questo territorio, sperando che le ferite già inferte con tornino periodicamente a riaprirsi.

Quale è stata, negli anni, l’azione delle amministrazioni di Tavernola per la salvaguardia della sicurezza ambientale in merito?

Il Comune di Tavernola Bergamasca è da anni attento all’ambiente e alle problematiche ad esso legate, certo è che spesso le norme non ci aiutano. Il no ai rifiuti e ai combustibili alternativi, così come la riqualificazione e la riconversione sono obiettivi che fanno parte del Programma elettorale dell’Amministrazione Comunale.

Quali sono le vostre preoccupazioni oggi per un eventuale disastro ambientale? Bisognerà ricercare e riconoscere le eventuali responsabilità politiche? 

Come sempre, durante un’emergenza si devono unire le forze per risolverla al meglio e non sprecare tempo ed energie per fare altro. Terminata l’emergenza si faranno tutte le valutazioni del caso che mi auguro finalizzate ad abbracciare questo territorio troppo maltrattato e ferito a curare le sue piaghe per rinascere.

Vista la situazione drammatica, secondo voi tutte le attività estrattive sul vostro territorio devono cessare?

Che dire: indipendentemente dalla frana non credo che questo sia mai stato un luogo indicato ad attività estrattive né alla presenza di un impianto cementiero con i suoi 260 passaggi al giorno di camion su un’unica strada che dovrebbe essere possibile percorrere per gustare l’armonia del territorio e non con l’impressione di essere in superstrada. Questa è un’occasione di ulteriore riflessione.

L’Ebola colpisce ancora l’Africa occidentale: domande chiave e lezioni dal passato

02.03.2021 – The Conversation

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

L’Ebola colpisce ancora l’Africa occidentale: domande chiave e lezioni dal passato
Personale dei Medici Senza Frontiere vestito con abito protettivo (Immagine di CDC Global – Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0))

La notizia del nuovo focolaio di Ebola in Guinea è davvero preoccupante. In Africa occidentale l’ultimo risale al 2014-2015 e ha colpito Liberia, Sierra Leone e Guinea. È stata l’epidemia mondiale di Ebola più mortale, partita dalla Guinea dove sono decedute più di 11.300 persone. Tra queste oltre 500 lavoratori della sanità.

Ma sette anni dopo i paesi nella regione dell’Africa occidentale hanno posizioni molto diverse.

Liberia e Sierra Leone hanno già mobilitato e attivato piani di risposta e preparazione: chiara indicazione che una volontà politica c’è.

I paesi della regione hanno anche l’esperienza del passato, così come nuovi strumenti per fronteggiare l’Ebola. Hanno una forza lavoro competente, i sistemi di laboratorio sono più sviluppati e le organizzazioni regionali, come la Mano River Union (organismo regionale economico e di sicurezza) e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) sono maggiormente proattive.

Per esempio, uno dei risultati di una riunione di pianificazione del 2018 a Freetown (Sierra Leone) è stato quello di prepararsi alla trasmissione transfrontaliera. È stata sviluppata una piattaforma whatsapp che prevedeva il monitoraggio in tempo reale dei focolai. Ora è operativa e viene utilizzata per trasmettere gli aggiornamenti dalla Guinea ai team di sorveglianza e risposta dei paesi membri.

Tuttavia, come Pierre Formenty, capo del team per le febbri virali ed emorragiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, mi ha fatto notare: il peggior errore che si possa fare riguardo all’Ebola è quello di sottovalutarla o di pensare di sapere tutto su questa infezione.

Sono un esperto di malattie infettive e ho guidato squadre nazionali di risposta nelle precedenti epidemie di Ebola. Una lezione fondamentale che ho imparato è che il successo di una strategia di controllo non si basa sulle informazioni ovvie che si hanno, ma sulle sottili domande senza risposta. L’ho imparato nel modo più duro.

Un episodio in particolare mi è rimasto impresso. All’inizio dell’agosto 2014, ho incontrato il rappresentante dell’OMS della Liberia che mi ha chiesto come stava andando il West Point. Il West Point è il più grande slum della Liberia e si trova a Monrovia, la capitale del paese. Ho detto, con grande fiducia, che era molto tranquillo e che non c’erano trasmissioni di Ebola in corso. Tuttavia, proprio in quel momento, c’erano trasmissioni attive di Ebola nella zona e le sepolture avvenivano segretamente nelle prime ore del mattino. I casi a West Point sono esplosi.

È fondamentale continuare a scavare, e continuare a fare domande. Ho compilato una serie di domande che sono fondamentali per le strategie di preparazione, e che tutti i paesi della regione dovrebbero affrontare.

Domande chiave

Ci sono alcune domande biologiche chiave a cui coloro che dirigono sorveglianza e tracciamento dei contatti devono rispondere.

1) La prima è: per quanto tempo è stato malato il primo caso, prima di morire?

Rispondere a questa domanda è fondamentale affinché i paesi vicini possano rintracciare le possibili volte in cui una persona malata, o un contatto del presente cluster, possa essere entrato nel loro paese. Molti dei casi si sono diffusi attraverso la regione in questo modo durante l’epidemia del 2014-2015. Molte persone hanno oltrepassato il confine per sfuggire all’epidemia o per cercare aiuto.

L’Ebola non uccide in un giorno. Il virus ha un periodo di incubazione tra i due e i 21 giorni. Le persone si ammalano progressivamente man mano che il virus si moltiplica nel loro corpo. Alcuni studi della precedente epidemia in Guinea hanno indicato una media di otto giorni dall’inizio dei sintomi alla morte.

Avere una linea temporale è fondamentale per capire a chi potrebbero aver passato il virus.

2) La seconda domanda importante è: qual è stata la fonte dell’infezione? Come si sono infettati?

Questo aiuta i team di sorveglianza a identificare se la persona era l’indice (o primo caso) e a tracciare i suoi contatti. Se la fonte dell’infezione non è chiara, significa che essa è da qualche parte là fuori, e quindi ci potrebbero essere più casi in circolazione.

Una volta che il primo caso è infetto, sappiamo che si diffonde da uomo a uomo attraverso contatti diretti, fluidi, cadaveri e materiali contaminati da una persona infetta.

3) L’ultima e più seria domanda è: con quale ceppo di Ebola abbiamo a che fare?

I vaccini sono disponibili per il ceppo Ebola Zaire, ma non per altri. I rapporti che ho ricevuto indicano che l’attuale epidemia in Guinea è dovuta al ceppo Zaire.

Ci sono anche fondamentali domande epidemiologiche a cui bisogna rispondere rapidamente:

1) Quanti contatti ha generato finora il primo caso riconosciuto?

È fondamentale trovare il 100% dei contatti. Mancarne uno solo può portare a un’epidemia. Questo comporta la necessità di tracciare i movimenti, di intervistare le famiglie, gli amici e i luoghi in cui potrebbero aver cercato una cura. È qui che entra in gioco il complesso lavoro investigativo del tracciamento dei contatti.

Nel caso di questa recente epidemia in Guinea, le persone infette avevano partecipato alla sepoltura di un’infermiera. Sapere questo è essenziale, perché permette al team di iniziare a mappare la potenziale diffusione della malattia.

In questo caso, il fatto che si tratti di un funerale e del funerale di un’infermiera, indica che si tratta di un evento superdiffusore.

I funerali sono spesso presenziati da parenti che potrebbero aver viaggiato per lunghe distanze, forse anche da altri paesi, per giungere sul luogo. L’azione può essere intrapresa partendo da questa base e i paesi vicini vengono messi in allerta. Nel 2016 i controlli alle frontiere hanno funzionato: siamo stati in grado di catturare casi fuggiti dalla Guinea per cercare rifugio presso parenti in Liberia.

Il fatto che fosse un’infermiera indica un focolaio più grande e non rilevato.

2) Qual è la demografia del caso di allarme? Questo include età, etnia, occupazione e attività economiche.

Tutti questi sono pertinenti per capire con chi la persona potrebbe essere entrata in contatto.

Per esempio, nel 2014, un caso infetto dalla Guinea, ha attraversato la Sierra Leone per cercare cure da un guaritore tradizionale del suo gruppo etnico. Questo ha posto le basi per la più grande epidemia in Sierra Leone che si è poi propagata in Liberia.

3) Quali sono stati gli spostamenti della persona e quanti luoghi ha visitato quando si è ammalata?

Questo include ospedali, cliniche e guaritori tradizionali. Deve essere costruita una mappa di trasmissione che esamina tutti i possibili movimenti e contatti. Se il primo caso si è spostato utilizzando i trasporti pubblici, sono necessari i registri dei veicoli e i movimenti degli altri passeggeri.

In Liberia, abbiamo lavorato con i sindacati dei trasporti, visitato gli ospedali e spulciato le cartelle dei pazienti. Abbiamo lavorato con motociclisti professionisti per mettere insieme queste complesse mappe di trasmissione per determinare il numero totale di contatti, luoghi e status. Il motivo per cui questo è fondamentale è che nel controllo dell’Ebola vige il principio “tutto o niente”. Bisogna raggiungere il 100% dei contatti, monitorarli e assicurarsi che nessuno scappi o si ammali e muoia nella comunità. Altrimenti, inizia una nuova catena di trasmissione.

Finché ognuna di queste domande molto complesse non avrà una risposta, i paesi vicini dovrebbero operare sotto l’ipotesi che i casi siano nei loro paesi. C’è già un allarme di un caso sospetto in Liberia che proviene dalla Guinea.

I prossimi passi

I governi di questi paesi devono sostenere gli alti livelli di allerta e di preparazione che hanno intrapreso. Tutto deve essere fatto per assicurare che l’Ebola non entri in aree densamente popolate.

La sorveglianza deve essere effettuata, specialmente nelle città di confine. I sintomi che i team devono cercare includono febbre, mal di testa, dolori articolari e arrossamento degli occhi. L’attività di sorveglianza deve anche individuare i gruppi etnici a cui appartengono le persone malate. È meglio raccogliere tutti i casi potenziali, piuttosto che rischiare di perderne anche uno solo.

Ci dovrebbero essere visite a tutti gli ospedali e alle cliniche delle città confinanti. Le cartelle cliniche dei pazienti devono essere controllate.

Tutti i farmaci e i vaccini che possono trattare la malattia devono essere pronti per essere distribuiti rapidamente.

E infine, l’Ebola inizia e finisce nella comunità. È fondamentale attivare, educare e responsabilizzare le comunità a comunicare e segnalare quando vedono qualcosa.

Traduzione dall’inglese di Angelica Cucchi. Revisione: Silvia Nocera

Voli della morte: i testimoni rompono il silenzio

Voli della morte: i testimoni rompono il silenzio
(Foto di Gustavo Molfino/La Retaguardia)

Il genocidio argentino degli anni ’70 è stato messo a tacere, le decine di migliaia di corpi scomparsi non sono stati ancora ritrovati, e forse non lo saranno mai. I giovani che all’epoca della dittatura militare argentina (dal ’76 all”83) avevano 18 anni, prestarono il servizio militare proprio a Campo de Mayo, e oggi sono gli unici testimoni che possono rompere il patto del silenzio e dimostrare che i voli della morte sono realmente esistiti, come metodo per eliminare le tracce di tante vittime.

“Io vedevo arrivare camionette di trasporto dei detenuti, una volta vidi una di queste dirigersi alla pista degli aeroplani che conoscevamo come Fiat (Fiat G222), simili agli Hércules (aerei di trasporto) ma più piccoli. All’arrivo delle camionette, gli aerei si disponevano a inizio pista con i motori accessi”. Alberto Espila è una delle 5 persone che lo scorso lunedì 22 febbraio ha reso testimonianza nel processo dei “Voli di Campo de Mayo”.

Gli ex coscritti, essendo personale temporaneo nell’esercito, non erano personale di fiducia e non facevano parte dell’apparato repressore, quindi non avevano una partecipazione diretta nella macchina operativa della sparizione di persone. In alcune occasioni, durante i turni di guardia, si trovavano sufficientemente vicino alla pista di atterraggio degli aerei a Campo di Mayo, e quindi erano testimoni indiretti di quanto stava accadendo. Ma tra loro tutto era un segreto di Pulcinella “la pulizia degli aerei la facevano i soldati stessi. Si diceva che una volta avessero ripulito un aereo pieno di sangue ed escrementi. I voli erano all’1, 2 o 3 del mattino”.

Sono già diverse le persone che hanno reso la propria testimonianza nel corso di questo processo, ma per la maggior parte i racconti sono stati un po’ vaghi o confusi. Invece, in questa giornata, le testimonianze sono state per la prima volta più precise e, nonostante si senta ancora la lotta interiore nelle loro dichiarazioni per riuscire a vincere la paura, una crepa nel muro di contenimento inizia a farsi strada. Dietro quel muro c’è la prova definitiva di come operava la grande macchina del genocidio. Edgardo Villegas è molto attento a quello che dice, ma sembrerebbe che voglia trasmetterci le conclusioni che emergono dal suo racconto nel modo più chiaro possibile. “Ci dissero che dovevamo portare del pane dolce, prima di Natale, all’isola Martín García. Viaggiavamo nella parte anteriore di un aereo da combattimento, grande verde. Quello che con il tempo mi è sembrato strano è che non atterrò mai. Atterrò nuovamente a Campo de Mayo”.

Juan Carlos Lameiro è stato ancora più incisivo: “Mi è toccato fare turni di guardia in aereoporto, ho visto situazioni che nella mia ignoranza non capivo in quel momento, riguardo persone che facevano salire sull’aereo G222. Mi sembrava di vederli, a distanza di 30 o 40 metri, incappucciati e in fila. Come minimo ho visto circa 10 volte queste situazioni, perché non sempre ci toccava la guardia negli stessi settori. Tenendo conto della distanza, avevo l’impressione che avessero le mani legate. Erano minimo tra le 10 e 20 persone ogni volta. Era una situazione anomala che non rientrava nella mia logica. Non ero io l’unico a vedere, eravamo in 20 circa a fare i turni di guardia”.

Il fatto che solo una minima percentuale degli ex coscritti renda oggi testimonianza spiega come la paura riuscisse a condizionare tutto il gruppo. La strategia della repressione era cooptare quante più persone possibili coinvolgendole nei loro crimini, rendendoli responsabili a loro volta e assicurandosi così il loro silenzio. Per questo motivo, anche se i giovani che facevano servizio militare non si macchiarono le mani di sangue, sono comunque cresciuti con la paura di essere stati testimoni di qualcosa di più grande di loro e che li metteva a rischio. Sapevano che un passo falso, in dittatura o in democrazia, poteva costare loro la vita. È quindi fondamentale che finalmente le testimonianze vengano alla luce in modo aperto e che sia la cittadinanza ad assumersi la responsabilità, divenendo una garanzia contro l’attuale clima di impunità istituzionale.

Carlos Dornellis si è trovato a fare la guardia in posti chiave e la sua dichiarazione ci ha permesso di comprendere tutta la dinamica dei voli: “Ricevevo ordini dall’ufficiale della torre di volo di aprire i cancelli in certi orari e di non chiedere niente sui veicoli e i camion che entravano. Dovevo lasciar passare i Ford Falcon e i Peugeot che scortavano i camion (refrigerati) con il cartello ‘sostanze alimentari’. Io alzavo la barriera e loro entravano e si dirigevano verso l’aereo che aspettava in fondo alla pista (Fiat G222), con i motori accesi. I veicoli erano guidati da persone vestite in abiti civili e si commentava tra noi che portavano gente e la buttavano giù”.

Di fronte ad una simile dichiarazione, il magistrato Marcelo Berro gli ha subito chiesto: “Dove…? In mare”… è stata naturalmente la risposta.

Il peso enorme dell’apparato repressore presente in ogni angolo dello stato, non è riuscito a contenere la necessità di giustizia di chi oggi ci racconta la verità. Dopo 45 anni, la macchina operativa messa in atto dai vertici militari per far sparire i corpi torturati ed assassinati durante il genocidio, comincia ad essere documentato per quello che era, di fronte alla giustizia.

Agustín Saiz

Fonte: Trasmissione La Retaguardia

Foto © Gustavo Molfino/La Retaguardia

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Articolo originale: https://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/231-guerre/82466-voli-della-morte-i-testimoni-rompono-il-silenzio.html

Meeting Minutes

Meeting Minutes

Buon compleanno, Dorothy Buxton (3 marzo 1881-1881 aprile 1963)! #Quaker. #Pacifista. Umanitario. Internazionalista. Avvocato per i bambini. Membro della Lega internazionale femminile per la pace e la libertà (WILPF). Segretario del Combattito contro la Carestia durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1919 Dorothy e sua sorella Eglantyne hanno fondato il Save the Children Fund allo scopo di aiutare i civili danneggiati dal blocco alleato della Germania. (Save the Children esiste ancora oggi, lavorando in 120 paesi.) Nato a Ellesmere, Inghilterra. Morto a Peaslake, Inghilterra.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society.

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Nella vita non si strappa niente. Non basta volere qualcosa per ottenerla. E tante volte è proprio quello che si desidera che non succede mai.
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“La Terra è un solo paese.
Siamo onde dello stesso mare,
foglie dello stesso albero,
fiori dello stesso giardino”


Lucio Anneo Seneca

  • Giornata del malato
  • Induismo: MahaScivatri
  • 1967 muore a Zagabria Vladan Desnica, poeta, romanziere, e drammaturgo croato
    ” Si vedrà se avremo davvero trovato la pace di Dio da come resisteremo alle afflizioni che ci giungeranno”.
    Dietrich Bonhoeffer

Sappiamo che Patrick Zaki come copto amasse i Salmi molto presenti in quei riti…

“Pregare significa trovare il cammino verso Diuo; e parlargli, sia quando il nostro cuore è pieno , sia quando è vuoto”.

Così inizia Bonhoeffer il sui libro Il libro di preghiere della Bibbia.

Appunto di una quacchera

′′ Pregate continuamente.” Come non potreste? Un amico citava: ′′ Sono sempre in riunione per il culto “. Perché separiamo ciò che è santo, o quali stati d’animo o esperienze sono spirituali? Dio è in ogni essere umano, e continua a comunicare. ′′ Tutto ciò che è, è santo “, come disse William Blake. Non ci sono miracoli, soprattutto, perché non c’è nulla che non sia miracoloso.