In cella per mafia, difende ndo…

IN CELLA PER MAFIA, DIFENDO LA MEMORIA DI FALCONE E BORSELLINO
Claudio Conte* su Il Riformista del 17 giugno 2022

Nonostante io sia in carcere ininterrottamente da quasi 33 anni non mi addolora l’ulteriore rinvio della Corte costituzionale che sospende fino all’8 novembre 2022 gli effetti della sua ordinanza del 2021 sull’illegittimità dell’articolo 4-bis dell’Ordinamento Penitenziario in relazione alla liberazione condizionale. Non che io sia d’accordo sul dare altro tempo al legislatore per una riforma che, dopo la sentenza Viola contro Italia della Corte di Strasburgo, attendiamo dal 2019. O che io non condivida le rilevatissime “questioni costituzionali” che solleva la sospensione di una decisione favorevole in materia di libertà, di cui hanno scritto Andrea Pugiotto e Davide Galliani e alle quali aggiungerei quella sulla compatibilità di un giudice costituzionale che decide su una legge “sostenuta” dal Governo che ai tempi presiedeva.
Non mi addolora il rinvio per altri due motivi. Il primo è che né la sentenza sospesa né la legge auspicata cambieranno il destino del 71,1% dei 1.750 condannati alla pena dell’ergastolo che papa Francesco definisce una “pena di morte nascosta”. Perché, in ventuno anni – dal 2001 al 2022 – si contano solo 32 ergastolani usciti in “condizionale”. Altri 111 sono usciti pure, ma “coi piedi davanti”. Il secondo motivo è l’intempestività di una decisione che avrebbe fatto cadere nel pozzo delle illegittimità la norma simbolo della lotta alla mafia in coincidenza con il mese e nel trentennale della morte di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta. Sarebbe stato un atto di insensibilità umana e istituzionale. Come è pure quello di assegnare la paternità di tale norma ai due magistrati. Non vi è traccia documentale né alcuna intervista in tal senso. Anzi. Per la loro cultura giuridica e umana, Falcone e Borsellino mai avrebbero partor
​ ito o consigliato una legge palesemente incostituzionale.
Ma nessuno poteva farlo poiché la modifica del 4-bis con l’introduzione della “ostatività” è avvenuta con il decreto-legge dell’8 giugno 1992 n. 306 e, dunque, dopo l’uccisione di Falcone. E solo per coincidenza, nel 1991, l’alto magistrato arrivò agli Affari Penali di Via Arenula quando l’art. 4-bis rientrava in vigore con il decreto-legge del 13 maggio 1991 n. 152 che era alla sua quarta reiterazione. Esso prevedeva un regime più gravoso rispetto alle soglie di pena da espiare, all’assenza di attualità di collegamenti da dimostrare e alla pericolosità sociale da valutare. Aggravamenti che resterebbero intatti anche se il Parlamento da qui a novembre non legiferasse e la Consulta rendesse esecutiva la sua pronuncia di incostituzionalità del 4-bis (versione 1992) senza “diaboliche” o “magiche” interpolazioni additive. Dunque, nessun rischio di equiparazione agli altri detenuti, i condannati per mafia resterebbero soggetti a regime aggravato. In sintesi
​ , “entrerebbe in vigore” l’equilibrata proposta di legge n. 1951 presentata il 2 luglio 2019 dalla senatrice Bruno Bossio e che le Commissioni giustizia hanno ignorato.
A volerli ricordare, i “padri” del 4-bis hanno tra gli altri il nome di Giulio Andreotti, Francesco De Lorenzo e Claudio Martelli, tutti ministri in carica ai tempi delle “riforme” del 4-bis – da quello “aggravato” a quello “ostativo” – e loro malgrado poi infangati e in alcuni casi condannati per reati che, come quelli previsti nella legge “spazzacorrotti”, oggi sono inclusi nel 4-bis. Coinvolgere oggi Falcone e Borsellino fa effetto ma non aiuta né i loro familiari, né la loro memoria, né gli italiani. Non sono loro i “padri” dell’ergastolo ostativo, come ripete Fiammetta Borsellino e come ricordo personalmente, poiché ai tempi ero già in carcere e ne seguivo il pensiero in TV quando erano attaccati quasi da tutti. Ricordo la professionalità, la pacatezza e l’ironia dei due magistrati che oggi vedo trasformati in fanatici giustizialisti quasi ignoranti dei valori costituzionali per i quali invece sono morti.
A quel tempo, avevo 19 anni di età ed ero io che ignoravo finanche l’esistenza della Costituzione. L’ho scoperta in carcere dove mi sono laureato in Legge e sono ora impegnato in un Dottorato di ricerca sul nuovo paradigma della Giustizia riparativa: un modo per pensare meno alla punizione e più alle vittime, alla “Verità e Riconciliazione”. Quella a cui si riferisce il presidente del Tribunale di Roma Alberto Cisterna che, dopo l’incontestabile vittoria dello Stato sulle mafie, parla di necessaria “pacificazione”, perché – sottolinea – non si può essere sempre in “guerra”. Ed è paradossale che, in carcere dal 1989, condannato, salentino, lontano dalle storie siciliane, debba essere io, quasi, a difendere la “verità” in omaggio alla memoria dei due magistrati siciliani. O, forse, paradossale non lo è perché come le “buone idee” restano, così, anche le “persone cattive” cambiano.

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