Nessuno tocchi Caino

NOSTRO FIGLIO SUICIDA IN CELLA. PER IL GIUDICE NON DOVEVA STAR LI’
Stefania e Maurizio* su Il Riformista del 10 giugno 2022

Giacomo non avrebbe dovuto trovarsi in quella cella di San Vittore, dove una settimana fa si è tolto la vita con il gas di un fornellino da campeggio per cucinare.
A causa delle sue condizioni di salute mentale, il giudice aveva infatti disposto il suo trasferimento in una REMS, le residenze subentrate alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, ma la sua sofferenza non era evidentemente compatibile con i tempi della burocrazia e il disinteresse delle istituzioni.
Giacomo Trimarco, 21 anni, soffriva di Disturbo Borderline di Personalità, una patologia che provoca incapacità di regolare l’intensità delle emozioni, continua variazione di stato d’animo, sentimenti di vuoto, terrore dell’abbandono. Qualcuno la paragona alla pelle ustionata, sulla quale anche un tocco lieve può provocare sofferenze enormi. Tra chi è affetto da questo disturbo, le statistiche riportano un’incidenza di suicidi altissima, intorno al 10 percento.
Il disturbo ha origini biologiche (inadeguato bilanciamento dell’attività dell’amigdala e della corteccia prefrontale), ma è accentuato da fattori ambientali. Per Giacomo, i fattori ambientali negativi iniziano presto: i primi tre anni di vita passati in un orfanotrofio di San Pietroburgo prima dell’adozione, la richiesta di aiuto a dodici anni che si trasforma in infiniti rimbalzi da una comunità all’altra, il carcere minorile.
Il disturbo avrebbe anche una prognosi favorevole, se correttamente trattato, ma a Giacomo, malgrado le nostre lotte, è stata negata questa possibilità: ha ricevuto una diagnosi tardiva; non ha mai avuto una psicoterapia specifica; è stato trattato con dosi massicce di psicofarmaci inadeguati che spesso peggioravano i sintomi della sua patologia. In un crescendo di inadempienze che hanno attraversato servizi di tutti i tipi: Servizi Sociali Territoriali, Uonpia, CPS, SERD, SPDC, Psichiatria Forense, presidi psichiatrici in carcere…
È paradossale che spesso venga delegata al carcere la gestione di situazioni cliniche complesse, che i Servizi di Salute Mentale per anni non hanno affrontato con mezzi e interventi efficaci. E, invece, il carcere contribuisce ad aggravare le patologie psichiatriche, come ha evidenziato il sociologo Erving Goffman, che ha individuato varie fasi della vita detentiva:
– l’ingresso in carcere: la persona che soffre di disturbi mentali perde il proprio ruolo sociale, è privata dei suoi effetti personali, dei suoi spazi, del supporto della famiglia e del caregiver;
– l’adattamento regressivo: il malato mentale, ormai detenuto, prende atto che il sistema non solo non l’ha aiutato, ma l’ha anche punito;
– l’adattamento ideologico: il soggetto psichiatrico accetta/finge di accettare la condanna e subentrano/peggiorano gli stati depressivi, che possono condurre ad autolesionismo e tentativi di suicidio;
– l’adattamento entusiastico: ormai la realtà carceraria è la nuova e unica realtà (senso di irrealtà), si teme la vita esterna e le patologie possono degenerare in vere e proprie psicosi.
Nella migliore delle ipotesi, quindi, l’unico risultato della pena detentiva (che dovrebbe, secondo la Costituzione, essere rieducativa) per chi ha un disturbo psichico è l’ottundimento delle capacità intellettive. Nella peggiore, l’esperienza si interrompe drammaticamente alla terza fase, come è stato per Giacomo.
Noi, i suoi genitori, non ci diamo pace: i mesi e i giorni prima della tragedia, sono state ignorate le sue richieste di aiuto e i suoi gesti che segnalavano una situazione di rischio crescente, aggravata dal suicidio del suo amico e vicino di cella Abu El Maati, 24 anni, scomparso nel silenzio più totale.
Ora noi genitori cerchiamo di dare un senso a una tragedia che sembra non averne: vorremmo che servisse almeno ad aprire una riflessione sul diritto alla cura, che deve essere di tutti, dentro e fuori dal carcere. Troppi giovani – molti più di quanto ci si aspetterebbe – sono nelle stesse condizioni di abbandono di Giacomo: vorremmo impegnarci perché non capiti più a nessun altro, siamo disposti anche a percorrere le vie legali, se può essere di aiuto a questi ragazzi. Da anni facciamo parte di una rete di famiglie – “Ci siamo anche noi” – che cerca di portare l’attenzione su questi ragazzi “invisibili” e sul loro destino.

* Genitori di Giacomo Trimarco, morto suicida a San Vittore 1° giugno 2022

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