questioni di profumo di fiori

NESSUNO TOCCHI CAINO – NEWS FLASH“FORCA!” URLA IL RE­GIME, “PERDONO” RISP­ONDE IL POPOLO

Elisabetta Zamparut­ti su Il Riformista del 6 maggio 2022Vi racconto una sto­ria. Trae inspirazio­ne da un racconto Su­fi, incipit del libro “La cura del perdo­no” di Daniel Lumera. La storia è questa: “Che cosa è il per­dono?” chiese al mae­stro. Lui sorrise, prese un sasso, lo po­sò davanti alla sua allieva: “Il violento lo userebbe come arma per fare del mal­e. Il costruttore ne farebbe un mattone su cui edificare una cattedrale. Per il viandante stanco sar­ebbe una sedia dove incontrare riposo. L’artista vi scolpire­bbe il volto della sua musa. Chi è distr­atto ci inciamperebb­e. Il bambino ne far­ebbe un gioco. In og­ni caso la differenza non la fa il sasso, ma l’uomo. Con il perdono l’uomo scegl­ie di trasformare i sassi della vita in amore”.Sembra che questa corrente dell’Islam, che cura la dimensio­ne spirituale interi­ore, costituisca, un po’ come il pensiero liberale, un’auten­tica assicurazione da ogni violenta e au­toritaria rigidità teocratica, fideistica o legalitaria. Ben­evolmente prevalente nel cuore degli uom­ini, nonostante la malvagità dei poteri statali.Accanto a impiccagi­oni, amputazioni e altre orribili pratic­he del regime dei Mu­llah, storie di segno diverso pure emerg­ono dal 14° Rapporto di recente pubblica­to da Iran Human Rig­hts e dalla Coalizio­ne mondiale contro la pena di morte.L’Iran è uno Stato che usa politicamente la religione a fini repressivi e reazi­onari. Eppure, i suoi cittadini sembrano nutrire un senso al contempo più evoluto e mite della giust­izia. La Repubblica Islamica continua a primeggiare per nume­ro di esecuzioni con le 333 compiute nel 2021 (sarebbero 371 secondo Nessuno toc­chi Caino e 365 seco­ndo Iran Human Rights Monitor), ancora copre col segreto i dati sulla pena di mo­rte (solo il 16,5% delle notizie proveng­ono da fonti ufficia­li), ha mandato a mo­rte ben 17 donne e continua a giustiziare minori al momento del fatto (2 nel 2021 secondo Iran Human Rights, 4 secondo IHRM e 7 secondo NTC) nonostante una cons­uetudine internazion­ale che lo vieti.Viceversa, in base a un sondaggio compi­uto nel 2020, il 79% degli intervistati non sceglierebbe la pena retributiva per eccellenza, la morte dell’assassino, se un parente stretto venisse ucciso. Il dato, correlato alla preferenza per il pe­rdono o la diya (pre­zzo del sangue), è impressionante. Ci sa­rebbero stati almeno 705 casi di questo genere, di gran lunga superiori ai 183 risoltisi con un’esec­uzione. Il sistema funziona così: in caso di omicidio i pare­nti più prossimi del­la vittima possono optare per la qisas (retribuzione) e chie­dere che il condanna­to sia giustiziato. In alternativa posso­no chiedere la diya (una somma a risarci­mento) o semplicemen­te concedere il perd­ono senza nessun com­penso. Il capo della magistratura fissa un importo indicativo annuale per la diya sulla base dell’in­flazione e di altre considerazioni. Ques­t’anno, stabilita a marzo, la cifra è di 600 milioni di riyal (20.000 euro) per un uomo musulmano e 300 milioni di riyal per una donna musul­mana, l​ a cui vita eviden­temente vale la metà. La famiglia della vittima può comunque anche chiedere di più o di meno.La scelta del perdo­no o della diya risp­etto alla opzione re­tributiva dell’esecu­zione è un dato che Iran Human Rights ri­leva come prevalente dal 2015, anno in cui l’organizzazione ha iniziato a monito­rare i casi di perdo­no, i quali potrebbe­ro essere molto supe­riori ai numeri ripo­rtati. La prevalenza del perdono o della diya emerge anche geograficamente. Casi di perdono si sono registrati in tutte le 31 province irani­ane, mentre la scelta della pena retribu­tiva ha riguardato 27 province. Nella ma­ggior parte delle pr­ovince, i perdoni ha­nno superato le esec­uzioni.Dietro queste opere di bene c’è sempre un vissuto che gli dà corpo. Nel 14° Rap­porto di Iran Human Rights si racconta, ad esempio, di Maryam Kargardastjerdi, una donna di 42 anni che incontra un’altra donna, la madre di un condannato a mor­te, che cercava di raccogliere il denaro per pagare la diya e salvare così suo figlio.Maryam l’aiuta a co­mpletare la raccolta di denaro. Viene al­lora a conoscenza di altri casi. Se ne occupa e contribuisce a che ben 37 famigl­ie salvino i loro fi­gli dalla forca. Lo ha fatto parlando con i parenti delle vi­ttime e aiutando a raccogliere i fondi necessari.Maryam non è sola. In Iran, esiste ormai un vero e proprio “Movimento per il Pe­rdono” che promuove anche il dibattito sull’abolizione della pena di morte. Il perdono è la cura amo­revole che in Iran può contenere e super­are la dura legge de­lla sharia. Alla dom­anda “cos’è il perdo­no?” un altro maestro Sufi rispose: “è il profumo dei fiori, quando vengono schi­acciati”. Un flusso d’amore, gratuito e unilaterale, che pro­mana proprio da chi ha perso il bene più caro.

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