Il grembiule

La Chiesa del grembiule

Don Tonino Bello vent’anni dopo

Bartolomeo Sorge SJ *

Don-Tonino-Bello

Alla luce di tre eventi significativi per la storia della Chiesa – i 1.700 anni dall’Editto di Costantino, il cinquantesimo del Concilio Vaticano Il e l’elezione di papa Francesco – p. Sorge prova a ricostruire il volto della Chiesa auspicato da don Tonino Bello, di cui ricorrono i vent’anni dalla morte. In che senso il vescovo di Molfetta intendeva la Chiesa come libera, povera e serva? Che valore ha ancora oggi la sua testimonianza evangelica?

Vent’anni fa, il 20 aprile 1993, moriva don Tonino Bello. Tracciarne il profilo biografico è un’impresa ardua, quasi impossibile. Ci ha già provato, con ottimi relatori, il Convegno nazionale promosso dalla diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi nel decennale della sua morte (24-26 aprile 2003). La personalità di don Tonino, infatti, e il suo instancabile servizio pastorale appaiono estremamente frammentati, intessuti da una serie impressionante di aspetti diversi, di iniziative, di episodi e di avvenimenti, piccoli e grandi, tutti intrecciati tra di loro. A tal punto che si può benissimo applicare a lui il giudizio che don Tonino stesso un giorno diede di mons. Achille Salvucci, il «vescovo buono», suo predecessore: la sua vita – disse – appare come un «cumulo di frammenti poveri, quasi tasselli di un mosaico, che la mano di Dio in parte scarta tra i rifiuti e in parte adopera per inserirli nel suo grande disegno»; e concludeva citando Dietrich Bonhoeffer: «Esistono frammenti che stanno bene solo nella spazzatura, e frammenti, invece, la cui importanza dura nei secoli, perché il loro compimento può essere soltanto affare divino» (SMAB 6, 21).
In questi vent’anni sono stati messi in luce quasi tutti gli aspetti o «frammenti» più significativi della vita di don Tonino: «Il sacerdote, il vescovo, il terziario francescano, il pacifista, il salentino, il molfettese, lo studioso mariano, il mistico, lo scrittore, il poeta, l’utopista, l’impegnato, l’eccentrico, e così via» (Minervini 2004, 107). Perciò, anziché cercare di scoprire qualche altro aspetto della sua vita, è più utile approfondirne ulteriormente l’eredità spirituale. Infatti, la testimonianza evangelica di don Tonino è certamente il “frammento” più prezioso della sua opera, destinato a durare per sempre, perché il compimento del Vangelo «può essere soltanto affare divino». Ora, non c’è dubbio che l’eredità spirituale più attuale di don Tonino sia il discorso sulla «Chiesa del grembiule».
Ciò appare ancor più evidente alla luce di tre grandi eventi ecclesiali, la cui memoria cade proprio nel ventennale della sua morte. Il primo evento è antico: il 1.700° anniversario dell’Editto di Costantino (313 d.C.); il secondo è recente: il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962); il terzo è recentissimo: l’elezione di papa Francesco (13 marzo 2013). Sono eventi di natura molto diversa e molto distanti tra loro, ma che aiutano a ricostruire il vero volto della «Chiesa del grembiule» sognato da don Tonino: quello di una Chiesa libera, povera e serva.
Anzitutto, però, lasciamo che sia don Tonino stesso a dirci, con le sue parole, come nacque in lui questa felice intuizione della «Chiesa del grembiule».
«L’altra sera – raccontò ad Assisi nel 1989 – sono stato in San Giovanni in Laterano. C’era una grande veglia missionaria. […] mi è venuto in mente di dire alcune cose sul servizio. Ho sfilato l’amitto con le striscioline e ho detto: “Se lo rivoltiamo e ci stringiamo i fianchi, questo è un grembiule. Invece l’abbiamo messo attorno al collo. Non ce l’abbiamo più intorno ai fianchi. Il grembiule lo abbiamo perso”. Proprio così: “amitto” da “amittere”, che significa perdere. Lo abbiamo perso come grembiule e ce lo siamo messi al collo. Ma questo è uno dei parametri simbolo del nostro impegno» (Bello 2012, 112). E poi lamenta: «Le nostre Chiese, purtroppo, sono così. Riscoprono la Parola […]. Celebrano liturgie splendide […]. Quando però si tratta di rimboccarsi le maniche e di cingersi le vesti, c’è sempre un asciugatoio che manca, una brocca che è vuota e un catino che non si trova» (SMAB 6, 552). Da questa intuizione ha preso corpo il volto evangelico della «Chiesa del grembiule», quel volto che è rimasto a lungo oscurato in conseguenza dell’Editto di Costantino, che il Concilio Vaticano II ha riportato alla luce e che papa Francesco

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