Il grande Hescel: l’uomo non è solo

La filosofia del giudaismo in senso stretto ha per fine di riscoprire una dimensione esistenziale dimenticata o trascurata, la cosiddetta «dimensione santa» (holy dimension) della vita ebraica, e di mostrare come essa rappresenti la fonte più intima dell’essere ebreo, il piano più adeguato per accedere all’essenza stessa dell’uomo. È altresì una via privilegiata per scoprire, nella contemplazione del mondo, le tracce del Divino e per saper scorgere in tutto ciò che esiste un’allusione al trascendente, attraverso lo studio della Torah. Heschel esprime una critica serrata alle prove classiche dell’esistenza di Dio e, più in generale, alla illusione di ascendere a Dio per via speculativa. La via ebraica non è speculativa. Qual è l’intrinseca debolezza delle prove razionali dell’esistenza divina? Si tratta fondamentalmente dell’inadeguatezza dello strumento, la ragione dialettica, rispetto all’oggetto: Dio. Senza negare il valore della ragione quale fonte di certezza, Heschel ritiene che, per la dimensione religiosa ebraica, occorra utilizzare un’altra via di certezza, questa volta di segno intuitivo, che sappia scendere in profondità nella natura dell’uomo e che procuri la chiave d’accesso all’interrogativo ultimo: il regno dell’ineffabile e non la speculazione è l’ambito in cui sorge l’interrogativo ultimo, ed è appunto in questa sua dimora, qui dove il mistero è accessibile a tutti i pensieri, che l’interrogativo dev’essere studiato. All’ambito di conoscenza proprio della scienza, e nel suo campo pienamente legittimo, va contrapposto il cosiddetto ”regno dell’ineffabile”, nella cui dimensione anche ciò che non è definibile può essere conosciuto.

In concreto, il regno dell’ineffabile è descritto mediante sei termini divisi in tre coppie: il sublime e lo stupore, il mistero ed il timore, la gloria e la fede. Se l’uomo si pone di fronte alla realtà con stupore, timore e fede, vi scorgerà il sublime, il mistero e la gloria. Lo stupore può essere punto di partenza tanto della scienza, e in questo caso è meglio definibile come “curiosità”, quanto della religione, e allora si parla di “meraviglia radicale”. Lo stupore in senso religioso ebraico nasce nella scoperta del sublime, intendendo con questo termine non una categoria estetica rapportata al bello, bensì l’allusività trascendente di tutte le cose. Il timore è invece l’autentica risposta al mistero del mondo. Non si tratta di una resa all’ignoto, di una abdicazione della ragione, ma piuttosto della ricerca di una comunicazione con ciò che trascende il mistero. Anche qui il timore permette la percezione del trascendente e svela le allusioni al Divino nella realtà.

È dunque mediante lo stupore ed il timore che l’uomo acquista la consapevolezza di non essere solo nel mondo e del carattere allusivo del creato. L’uomo è così nella condizione di aprirsi alla possibilità di Dio. Sembra un cammino parallelo alle prove razionali dell’esistenza di Dio, ma Heschel ne rimarca la differenza: la possibilità di porre il problema di Dio non è un avanzamento da certe premesse alla prova, bensì l’inverso. È proprio la presenza divina a consentire il processo di auto-coscienza e di auto-esame che svela, dietro la realtà quotidiana, quella realtà ultima, quel presupposto ontologico che è l’essere divino. Questa è dunque la successione che s’instaura nel nostro pensiero e nella nostra esistenza: ciò che è supremo, ovverosia Dio, viene prima e il nostro ragionamento su di lui viene dopo. La speculazione metafisica invece ha invertito l’ordine: il ragionamento viene prima e soltanto dopo si pone il problema della sua realtà: o se ne dà la dimostrazione o egli non è reale. Ma la piena consapevolezza di un mondo riempito dalla gloria divina è raggiungibile solo mediante la fede e lo studio della Torah. È in essa che l’uomo scopre come la via verso Dio sia in realtà l’itinerario di Dio, come la ricerca umana di Dio abbia quale esito la scoperta che Dio per primo è alla ricerca dell’uomo. È l’iniziativa divina a rendere possibile l’incontro. Ottenere la fede, d’altro canto, non è in totale potere dell’uomo: con le sue sole forze Abramo poté conseguire soltanto meraviglia e stupore, l’intuizione: la consapevolezza del Dio vivente gli fu data da Dio. Qui è racchiusa la via per il regno dell’ineffabile, la via della religiosità ebraica, della rivelazione e della profezia. La grande utilità di una teologia ebraica, che si adoperi a risvegliare la sensibilità al mistero, consiste nel provare a rimuovere uno dei più grandi ostacoli alla fede. Ma tal fine, per giungere effettivamente alla concreta relazione tra Dio e uomo, può essere compiuto solo mediante l’adesione all’evento profetico, per l’ebraismo, nella fede nella Rivelazione del Sinai e nel carattere divino della Torah. Lo studio della Torah è la via verso la consapevolezza di un mondo riempito dalla gloria divina, verso la fede, la concreta relazione tra Dio e uomo.

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