Scuola, un bilancio in rosso

Non è solo questione di Covid: da un po’ di tempo si è persa di vista l’esigenza di essere una “comunità educante”. La diffusione di varie patologie fra ragazzi e ragazze suona come un allarme

Il bilancio dell’anno scolastico appena concluso è in rosso. Pesante per studenti, docenti e famiglie, alle prese con una improvvisata didattica “mista”, proteiforme e dagli esiti incerti. È costato troppo, questo anno scolastico… non certo per l’assunzione di personale, né per investimenti nei trasporti o per l’allestimento di locali adeguati!

I costi altissimi sono stati pagati in primo luogo in termini di salute di chi ha vissuto dentro la scuola che, al di là della retorica, non è stata affatto un luogo sicuro. Non per gli insegnanti ammalati e purtroppo deceduti a causa del Covid, ma soprattutto non per tutti gli studenti medi colpiti da malattie correlate allo stress, aggravate, piuttosto che prevenute, dalla scuola. Di fronte allo scenario inquietante di Pronto soccorso ingolfati da ragazzi e ragazze, ai reparti di Psichiatria saturi di adolescenti, all’emersione di disagi molto seri (autolesionismo, attacchi di panico, sindrome di hikikomori, depressioni, disturbi alimentari e di altro genere…) i docenti si sono sentiti impreparati nell’arginare, o perfino intercettare, tutto questo malessere. A volte il sistema scolastico, in modo colpevolmente inconsapevole, lo ha piuttosto aggravato.

Abbiamo pagato costi molto alti in termini di abbandono scolastico, ma anche in termini educativi per i più piccoli: cassato il canto, la palla, un sacco di giochi… ma soprattutto il contatto, i lavori di gruppo, la condivisione. Per quanti progressi alcuni abbiano potuto compiere in materia di competenze tecnologiche, alcuni problemi risultano aggravati: immaturità (rispetto ai coetanei di qualche anno fa), tempi di attenzione ancora più brevi, ridotta capacità di comprendere un testo scritto, maggiore affaticabilità. Per quanto la passione di molti docenti abbia cercato di sopperire alle difficoltà con proposte nuove, generose e perfino ingegnose, nel complesso gli esiti sono stati comunque problematici; talvolta gli insegnanti stessi si sono sentiti isolati, anche rispetto a chi avrebbe avuto il compito istituzionale di sostenerli, ingabbiati in un sistema burocratizzato e rigido o in team con scarsa attitudine alla collaborazione.

Senza pretendere che la scuola risolva da sola problemi che hanno radici profonde e che riguardano tutto il contesto sociale (anche europeo), il susseguirsi di errori gestionali, teorici e politici, l’hanno progressivamente allontanata dal suo compito di essere “comunità educante”, effettivamente inclusiva e proattiva rispetto alle disuguaglianze, laboratorio di impegno civile sul territorio. Forse nel tentativo di arginare i segni evidenti di sbandamento, quest’anno è stata introdotta una nuova disciplina trasversale (con legge 20/8/2020): l’Educazione civica (EC). Accanto a chi si è rimboccato le maniche e ha preso spunto per elaborare un’offerta formativa di qualità, altri si sono appoggiati a testi di qualità scadente o hanno ritenuto più comodo delegare il compito agli insegnanti di religione cattolica considerati esperti in materia che possono «rispondere non solo alle motivazioni dordine sociale dellE.C., ma addirittura, anche, al fondamento filosofico e dottrinale, come si evince dai numerosi corsi di formazione organizzati proprio dalle Diocesi italiane» (orizzontescuola.net, 18/6/2021).

Il bilancio dell’anno scolastica è negativo anche per lo spreco di preziose risorse che pure esistono. Accanto a esperienze positive sperimentate dai docenti, anche i giovani hanno dimostrato di essere una grande risorsa: li abbiamo visti, nelle associazioni di volontariato, rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco; sappiamo la loro sensibilità sui temi ambientali: il desiderio di confronto e di cambiamento…

Sono entrati nella scuola coloro che hanno competenze sociali particolari, pensiamo a esempio agli interventi della Diaconia valdese, di Mediterranean Hope, oppure all’invito spesso rivolto agli evangelici in qualità di esperti su vari argomenti. Certamente senza alcuna velleità colonizzatrice, gli evangelici possono costituire una risorsa per la scuola. Ma avvertiamo ancora, come parte del nostro compito, implementare la produzione di materiali di qualità, offrire corsi di aggiornamento ai docenti, supportare chi mette in campo buone pratiche?

La questione è cruciale e riprendere il dibattito su questi temi urgente. Siamo consapevoli che si tratta di una sfida impegnativa, ma altrettanto consapevoli di avere un gruzzolo di talenti da disseppellire e spendere… nella speranza certa in chi ci ha chiesto di farli fruttare.

Di Patrizia Barbanotti