Stefano Rodotà «il visionario di un mondo migliore»

Stefano Rodotà «il visionario di un mondo migliore»

Proponiamo una raccolta di alcuni estratti  redatti in ricordo di Stefano Rodotà a quattro anni dalla sua scomparsa, pubblicati nel 2017 nel Focus di Operaviva Magazine sul magistero e sulla eredità del grande giurista. Abbiamo voluto ripubblicare per Pressenza questi brevi interventi evitando così di cadere nel  possibile tranello di “tirar per la  giacchetta” la memoria del grande giurista con i condizionamenti che attraversano il nostro tempo pandemico

La separazione prodotta dal femminismo dall’idea di soggetto giuridico neutro ha interrogato profondamente il pensiero di Rodotà, spingendone la forza critica fino a mettere in discussione quella stessa idea di astrazione, il modello stesso della «grande divisione» tra norma e fatti sociali, tra diritto e vita. La riflessione sulla vita, sui problemi del suo inizio e della sua fine, annoda tutti questi punti critici: il corpo è non a caso citato continuamente da Rodotà come immagine dell’inappropriabile, contro ancora una volta quella tradizione «proprietaria», che, con Locke, aveva esordito proprio affermando la proprietà sulla propria persona come prima e fondamentale proprietà. Differenza e corporeità nutrono la critica del soggetto giuridico astratto e sempre più fanno emergere un’idea alternativa di centralità della persona e della sua dignità, concetti capaci di trattenere e potenziare tutti quegli elementi trasformativi e relazionali della vita, che l’astrazione del soggetto giuridico rischia di bloccare.

Il pensiero di Rodotà si inoltra così, sempre più intensamente, nel mondo delle intensissime trasformazioni delle soggettività che appaiono «dopo» il moderno. Dalla critica alla proprietà, all’emersione della rete, fino all’attenzione – centralissima nel suo pensiero più recente – per l’interazione uomo-macchina, fino all’universo cyborg: il «garante della privacy» ha colto in profondità come, nelle nuove reti comunicative, la questione non fosse tanto la protezione dell’idea classica di «soggetto» e della sua «privatezza», ma comprendere come la stessa relazione con la macchina comportasse una modifica cruciale del senso stesso dell’identità personale, dei suoi stessi confini. Differenza, corporeità, rete, macchina, da un lato: dall’altro lato, la necessità di ripensare la norma giuridica fuori dalla sua trascendenza, di immaginare una giurisprudenza capace di leggere questo divenire delle differenze e delle soggettività in modo da riconoscere, senza soffocare, le nuove forme di vita.

Questa relazione, esposta in tutta la sua criticità, tra forme di vita e norma, probabilmente è l’interrogativo fondamentale che unisce le riflessioni antiproprietarie sui beni comuni a quelle su vita e diritto, sulle trasformazioni della soggettività, su genere e famiglia, su reti e tecnologie. Le forme di vita non sono più trattenibili dentro le mediazioni normative tradizionali: il diritto «legislativo» e «sovrano» della tradizione moderna è completamente spiazzato. La strada di Rodotà è quella di una lettura dei diritti fondamentali tutta attraversata da una tensione che definirà come «costituzionalismo materiale dei bisogni»: ma dove questa materialità è il segno dell’intensificazione qualitativa delle forme di vita, dell’irrobustimento della forza delle differenze e del dinamismo delle soggettività. Una nuova intensità – soggettivamente qualificata – che nasce nel centro dell’effettività sociale e che produce una tensione dinamica – non pacificabile – con la macchina astratta della validità giuridica. Questa tensione tra forme di vita e invenzione giuridica, in Rodotà, è pienamente riconosciuta e, soprattutto, mantenuta sempre aperta. Ogni tentazione pangiuridicista qui è lontanissima: non si tratta di pretendere di giuridificare anche l’amore, secondo la facile obiezione che possono muovere a questa tesissima riflessione sul diritto i mistici delle forme di vita «in purezza», i retorici e teologi dello sganciamento assoluto tra vita e norma, tra divenire e istituzione, tra processi sociali e «costituzione». Si tratta, al contrario, di mettere in discussione le forme canoniche del diritto moderno – i suoi soggetti, la sua macchina ordinamentale, la sua potente ma ambigua astrazione – per riaprire la discussione sulla «forma» che le forme di vita possono produrre per se stesse.

Smontare la logica proprietariaGiso Amendola

Rodotà coglieva da tempo i rischi presenti nei processi di deregolamentazione e di privatizzazione della produzione del diritto; e al contempo del diritto coglieva il ruolo fondamentale e strategico, a partire dai suoi dispositivi, dalle sue pratiche e in relazione a una dimensione di agita conflittualità da parte dei soggetti, in ordine a condizioni e situazioni concrete. Se il diritto non era mai disgiunto, nelle sue parole e nella sua pratica di vita, dalla politica e dalle istanze della società, i diritti fondamentali nella loro fondazione sociale erano sempre collegati a soggetti plurali e alla materialità delle loro vite, oltre qualsiasi dicotomia del passato (in primis tra sfera pubblica e sfera privata).

Nei suoi inviti continui a una ricostituzionalizzazione dell’Europa (così come ad una «costituzionalizzione» della persona), nei suoi appelli alla necessità di una politica costituzionale, volta a rafforzare il sistema delle tutele e delle garanzie, volta a dare attuazione a diritti costituzionalmente garantiti, protagonismo della giurisdizione e protagonismo della politica andavano di pari passo (con un forte monito, anzi, a che a questa ultima proprio non si rinunciasse). La politica intesa in senso arendtiano, come ambito in cui si realizza la natura umana, come attività relazionale dell’agire: vita activa.

Rodotà ha incarnato quel continuo anelito – proprio anche del costituzionalismo democratico – volto a funzionalizzare il potere ai bisogni della società e alle istanze degli individui, prime tra tutte quelle dell’égaliberté, in un percorso espressosi entro il fondamento materiale della «lotta per i diritti», esito e orizzonte, ideale e normativo, di conflitti incessanti agiti in nome di tali aspirazioni («anche quando – scriveva in Il diritto di avere diritti – i tempi e le contingenze sembrano più avversi»). L’anelito alla realizzazione dell’uguaglianza sostanziale ha accompagnato quello teso a una ««egualizzazione» della libertà» e ad una liberazione dell’eguaglianza (per usare una efficace espressione)3, senza mai perdere il profondo nesso costitutivo fra l’una e l’altra (fra libertà ed uguaglianza).

La sua è stata anche una grande lezione per gli storici: si pensi soltanto all’interpretazione della storia d’Italia – consegnata nelle pagine di un saggio originalissimo (Le libertà e i diritti, 1995) – attraverso il paradigma delle libertà e dei diritti, capace di cogliere gli aspetti qualificanti delle vicende nazionali dall’Unità sino agli anni Novanta del Novecento. Una lettura imperniata sulle mancanze e il particolarismo dello Stato unitario e della sua classe dirigente, sulla pervasività della logica privatistica e del diritto proprietario; sul carattere totalitario del regime fascista; sull’innovazione costituzionale della Repubblica; sul campo di tensione successivo (tra «la logica della «cittadella assediata» e l’apertura di nuovi spazi di libertà); su quell’«addensamento di atti riformatori» senza paragoni degli anni Settanta sino alle preoccupazioni della fine del secolo relative al palesarsi di «una frettolosa cultura maggioritaria» lesiva dell’idea stessa di costituzione e quindi del «fondamento moderno del sistema dei diritti».

I doveri del dirittoChiara Giorgi

Stefano Rodotà è stato il maestro di più generazioni; io appartengo a una di queste e, in particolare, a un gruppo di studiose e studiosi di diritto che sono cresciuti all’epoca dei beni comuni, un percorso giuridico e politico che non poteva non segnare il nostro punto di vista. Ricorderemo sempre la Commissione Rodotà, sebbene il professore preferisse l’espressione «cosiddetta Rodotà» per significare un lavoro e uno sforzo che erano stati collettivi: la ricorderemo perché i beni comuni sono stati un sintagma strepitoso con cui forzare le categorie del diritto esistente – la proprietà, il contratto, la necessità di una analisi ecologica delle istituzioni giuridiche – senza rinunciare a osservare la realtà politica in cui, per forza di cosa, siamo immersi.

Una generazione di ricercatrici e ricercatori precari aveva e ha bisogno di trasformare in dispositivi giuridici il messaggio politico del 99%; cresciuti negli anni delle grandi dismissioni del patrimonio pubblico, non potevamo che cercare nuove istituzioni della solidarietà che difendessero i beni comuni ripensando la partecipazione e la rappresentanza. Stefano Rodotà è stato un maestro generoso, che amava ascoltare e dialogare, in modo discreto e sempre acuto. Per queste ragione e per molte altre, a me e a tanti altri pareva il Presidente della Repubblica che volevamo provare a costruire ed è per questo che alcune frasi – dall’ottuagenario riabilitato dal web di Beppe Grillo al cognato di Fassina – oggi ci sembrano ancora più dolorose perché pronunciate da chi si candida – indirettamente o direttamente – a essere classe dirigente del nostro paese.

Il professore Rodotà ci ha insegnato a non essere supponenti e a essere sempre disponibili, pronti a misurare i nostri studi con i bisogni delle persone. Si tratta di un monito rivolto a tutti e soprattutto ai giuristi, troppo spesso chiusi in torri di avorio, dimentichi di essere scienziati sociali. I beni comuni, il diritto all’acqua, le disobbedienze proprietarie, il grande conflitto tra esclusione e inclusione, il retroterra non proprietario sono parte della mia formazione anche grazie a Stefano Rodotà.

Un sintagma strepitosoAlessandra Quarta

Per Rodotà, il diritto non è più riducibile alla somma delle leggi dell’ordinamento o degli articoli che compongono il Codice civile e il ruolo del giurista non consiste più nel raccogliere a «sistema» le leggi del Parlamento, ma nell’orientare questa caotica produzione normativa alla luce di quei princìpi generali, ricchi di contenuto assiologico, che stanno nella Costituzione. In questa prospettiva, ideologia e tecnica giuridica devono ricongiungersi, perché soltanto in questo modo il giurista può riacquistare il senso profondo della propria funzione, sapendone cogliere anche i limiti intrinseci: «… se il diritto non è soltanto un umile strumento di retroguardia, infatti, neppure può ritenersi che le strutture giuridiche siano in grado di sottrarre una società alle vicende della storia o al quotidiano accrescimento che solo può venirle da una fervida e rigorosa lotta politica».

Perché, a scorno dei suoi (in realtà non molti) detrattori, questa è stata la cifra di tutta la luminosa parabola di Rodotà, la stella polare della sua azione di studioso militante: la consapevolezza – che si direbbe istintiva, se non fosse anche così lucidamente riflettuta e argomentata – dell’incompletezza del diritto, della necessità per il giurista di sporgersi incessantemente sul fuori dell’ordinamento. Un fuori che però – paradosso topologico – è strutturalmente interno alla Legge, attraversata com’è in lungo e in largo dalle fessure del reale: «Il sistema giuridico […] non deve essere riguardato come un insieme compatto di norme, ma come un’entità discontinua, percorsa da fratture, in cui trova espressione la logica antagonistica delle forze produttive»3.

Di qui il senso profondo del suo realismo, del rifiuto netto di ogni formalismo dogmatico, di ogni pretesa autonomia del giuridico, nella convinzione che «la legittimità della presenza del diritto discende così anche dalla sua capacità di negare se stesso»4. Di qui il suo posizionamento eccentrico, la sua scelta di abitare con ostinata coerenza quello spazio «tra diritto e non diritto» che si apre solo a chi è in grado di spingersi oltre le tecnicalità e i bizantinismi accademici. Dalle sue pagine affiora sempre una tensione costante verso quei territori di frontiera – la libertà, la vita, l’amore, la politica – che altri giuristi meno coraggiosi avevano preferito lasciare all’hic sunt leones delle cartografie giuridiche, come se il diritto non fosse per lui un hortus conclusus in cui prendere dimora ma un avamposto da cui partire per esplorare il mondo. No, non per esplorarlo: per cambiarlo.

Perché Rodotà non ha mai inteso la sua decennale frequentazione della materia giuridica come un prolungato pranzo di gala, ma come una serie successiva di azioni di «guerriglia». Anche la sua grande passione per i diritti (civili, innanzitutto, ma anche sociali) non è stata mai fine a se stessa, residuo magari di una visione illuministica della trasformazione politica. Tutt’al contrario: i diritti sono per lui il grimaldello – meglio, uno dei grimaldelli – con cui tentare di incrinare il modello culturale capitalistico e il suo assetto di poteri

Il terribile maestroAntonello CiervoLorenzo Coccoli

Il terribile diritto, Un omaggio a Stefano Rodotà,