Roma, 1943. Tommasina Loreti e la bambina nascosta

20.06.2021 – Racconti della Resistenza

Roma, 1943. Tommasina Loreti e la bambina nascosta
(Foto di Emo Cecconi)

Quella che vi racconto è una storia piccola. Una di quelle storie così piccole che di solito restano confinate nell’ambito familiare. Doveva essere il 1943 quando avvenne il fatto che io scoprii da bambina piccola, verso la metà degli anni Cinquanta.

Mia nonna, protagonista di questo fatto, lo raccontò per caso, perché a quei tempi non ci si faceva belli per aver fatto una cosa che semplicemente sembrava giusta.

Ogni tanto nella mia famiglia veniva fuori qualche ricordo legato agli anni del fascismo e della guerra, ma sempre così, incidentalmente, come quando scoprii che mio nonno materno aveva un solo dente perché gli altri li aveva persi tutti il giorno che i fascisti lo massacrarono con i sacchetti di sabbia, lasciandolo con quasi tutte le ossa rotte quasi immobilizzato per circa sei mesi. Venne fuori così, durante un grande pranzo di famiglia in onore di vecchi zii che erano venuti a trovarci e ricordavano i tempi in cui erano stati al confino e quelli in cui, insieme a Di Vittorio, mio nonno aveva dovuto lasciare Cerignola per non essere ammazzato dalla banda dei Caradonna. Era stata una grande festa familiare tra persone che non si vedevano da tanti anni e che avevano un passato che ancora li univa. In questi casi, si sa, i racconti epici non possono mancare!

Insomma, sempre per caso venivano fuori tante di quelle storie che formano l’humus, ma in modo impercettibile, della Storia, quella che si legge sui libri. E capitò per caso anche il ricordo di mia nonna paterna, rievocato da una cosa da nulla. L’ho già raccontato in un’altra occasione, ma oggi lo racconto per Pressenza.

Patrizia Cecconi

Era un giorno d’estate e faceva molto caldo. Io ero una bambina di circa cinque anni e avevo i capelli lunghi e biondi che erano l’orgoglio di mia madre, quindi li tenevo sempre sciolti sulle spalle. Ma quel giorno faceva molto caldo e mia madre decise di farmi le trecce.

Mia nonna paterna che viveva con noi aveva sempre tante storie della sua gioventù da raccontarmi. Storie così straordinarie e divertenti che ancora me la fanno ricordare con un po’ di nostalgia. Era molto vecchia mia nonna, era nata a fine Ottocento da una famiglia, allora ricca, delle Marche “papaline”, ma era analfabeta perché aveva imparato a ricamare, a ballare e pure a ripetere le preghiere in latino – un latino che ve lo raccomando – ma aveva frequentato solo per pochi giorni la prima elementare e poi, chissà perché, aveva lasciato la scuola. Insomma, non era stupida mia nonna, ma era una donnina ignorante.

Quando mi vide con le trecce si portò le mani al viso, sbarrò gli occhi come se avesse avuto chissà quale visione e con l’accento umbro-marchigiano che non aveva mai perduto esclamò «Oh Gesù mio, sei proprio come quella pupa! Oh Dio, oddiomio quanto je somigli! Pure lei portava le trecce, proprio come te! Biondina, piccoletta, c’avrà avuto manco cinqu’anni, proprio come te!» Poi, seguendo il suo ricordo, proseguì: «Ma che paura! Mammamia ancora me lo ricordo. Che paura!» e allungava sempre molto sulla u come se quella paura non l’avesse ancora lasciata.

Io ero là, davanti a lei, con le trecce. Mia madre, abbastanza impaziente, temendo qualche racconto che mi avrebbe affascinato e a lei avrebbe fatto perdere tempo, disse: «Vabbè, ora andiamo, saluta nonna che usciamo».

Eh no! Come facevo a salutarla senza farmi raccontare il seguito? Allora mia nonna mi disse: «Lo voi che nonna te racconta?» e senza aspettare risposta, seguendo il suo pensiero, andò avanti così: «Ma che paura! Se quelle bestie scoprivano che l’avevo nascosta non c’eri manco tu, lo sai? Manco tu, perché c’avrebbero ammazzat’a tutti, pure a papà tuo. Manco tu!» Ripeté quel “manco tu” come se io potessi scomparire di lì a un momento. Poi, seguitando a parlare a se stessa più che a me, aggiunse: «Ma chissà mo ‘ndo sta quella pupa! Mi piacerebbe vedella, ma manco so come faceva di cognome! Però che paura!» ripeté allungando sempre la u e tenendosi ancora le mani sulle guance.

Io non è che avessi capito molto, ero piccola e mi piacevano tanto i suoi racconti di quando ballava nelle feste paesane fino alle cinque del mattino con i “giovanotti”, come li chiamava lei, che si litigavano per farle i “cavalieri”. Infarciva così bene di dettagli quei racconti, che io li vedevo tutti quei giovanotti, e lei, e i balli,  come fossero film. Ma questa della bambina nascosta per due giorni, che le faceva tanta paura anche solo  ricordare e che poteva essere causa dell’eliminazione di tutta la sua famiglia, compreso mio padre, non l’avevo mai sentita e non riuscivo a capire perché l’avesse fatto.

Mia madre scalpitava perché voleva portarmi via dall’influenza di mia nonna, però all’epoca i vecchi si rispettavano e quindi si limitava a stare sulla porta facendo sentire il piede che batteva a terra. Io stavolta non chiesi alla nonna il racconto dei particolari perché avvertivo il respiro nervoso di mia madre e poi non sapevo proprio nulla di leggi razziali e robaccia simile, quindi mi limitai a chiederle: «Scusa, nonna, ma se avevi tanta paura perché l’hai fatto?»

Ho detto che mia nonna era una piccola donna ignorante, sapeva ricamare, ballare e pregare in quel suo latino un po’ fantasioso, ma non avrebbe davvero mai saputo spiegare il concetto di “imperativo categorico”. Lei aveva molte parole per i racconti e ascoltarla mi piaceva da morire, ma non ne aveva certo per definire un concetto astratto. Così mi guardò stupita. Come se le avessi chiesto qualcosa che doveva essere chiaro di per sé. Fece una smorfia con le labbra, alzò le spalle come a dire “embè”, poi tolse le mani dalle guance, le aprì verso l’esterno in una gestualità che appartiene a tutto il centro Italia e disse, con delle pause per cercare parole che non venivano – e non venivano perché in fondo ne bastava una sola – disse: «Embè, perché? Perché? Perché… e perché era giusto, no?»

Perché era giusto. E come lei tanti altri avevano fatto cose simili, anche senza vera e propria coscienza politica, solo perché era giusto!

Poi, mentre mia madre diceva: «Dai, adesso da’ un bacetto a nonna e andiamo», la nonna ripeté:  «Sì, era proprio bionda, piccoletta e con le trecce come te. Era giusto fallo, mica la potevo fa’ pijà da quelle bestie».

Credo di non averci più pensato per parecchio tempo, ma ci sono cose che ti segnano per sempre, nel bene e nel male e restano a lavorarti dentro. L’etologia e la psicologia le chiamano “imprinting”.

Dopo diversi anni, mentre studiavo un periodo cupo della nostra storia contemporanea, mi tornò alla mente il racconto di mia nonna e ne capii il contesto storico. Ma non serviva. Quello che lei aveva detto, e che avrebbe indirizzato la mia vita, era tutto in quell’aggettivo con funzione di categoria morale: era giusto.

Alcune cose si fanno perché è giusto. Basta così.

Mia nonna, nella sua semplicità, aveva chiaro che il senso di giustizia non ammette compromessi. Lei aveva imparato a pregare in latino sì, ma non credo conoscesse il concetto di giustizia secondo i padri della Chiesa, forse non sapeva nemmeno che la giustizia secondo le Sacre Scritture è la prima delle virtù cardinali. L’unico San Tommaso che conosceva era il discepolo incredulo, non certo il filosofo. Ma il senso della giustizia ce l’aveva talmente forte da rischiare la vita sua e della sua famiglia per proteggere una bambina che conosceva appena.

Così si salvarono molte vite in quel periodo terribile, vite di ebrei e vite di antifascisti, e altre se ne sacrificarono a causa di qualche delatore, quelle sordide figure che a Roma vengono definite “infami”. Anche queste figure sono elementi che costituiscono l’humus della Storia, ma non sono elementi nobili come le tante piccolissime storie simili a quella appena raccontata. Quella di una piccola donna analfabeta che amava la vita eppure l’aveva rischiata, mettendo a rischio anche quella dei suoi familiari, per fare la cosa giusta.