Fu disastro ambientale a Taranto

 di Marta D’Auria

 08 giugno 2021

Finalmente sono emerse le responsabilità dell’azienda. Ne parliamo con una delle parti civili nel processo, Emanuele De Gasperis, veterinario e membro della chiesa battista di Roma-Trastevere

Il 31 maggio è arrivata la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Taranto per il processo Ilva «Ambiente svenduto» che ha condannato rispettivamente a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex-proprietari ed ex-amministratori dello stabilimento tarantino, che devono rispondere di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari e all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Tra i soggetti che si sono costituiti parte civile – circa mille – c’è anche Emanuele De Gasperis, veterinario e membro della chiesa battista di Roma-Trastevere, e la moglie Maria Fornaro, figlia di Angelo Fornaro, famiglia di ex-allevatori da quattro generazioni, che dovette abbattere 600 pecore dal momento che nel latte e poi nella carne ovina si riscontrarono livelli elevati di diossina. La Masseria Fornaro, insieme ad associazioni ambientaliste e alla mobilitazione della cittadinanza, è stata in prima linea nella lunga lotta contro il disastro ambientale a Taranto. A Emanuele De Gasperis abbiamo chiesto che cosa rappresenta la sentenza sull’Ilva.

«La sentenza rappresenta una vittoria sotto diversi punti di vista, innanzitutto perché la realtà dei fatti oggi è nota a tutti: nel capoluogo jonico c’è stato un disastro ambientale causato dall’Ilva. Essa è dimostrazione del fatto che vale sempre la pena combattere contro la superbia del “Golia di turno” abituato a non essere mai ostacolato. È un risultato importante per la città di Taranto, per le associazioni di cittadini e per il nostro paese. Inoltre, dal punto di vista personale, è stata una grande vittoria per Angelo Fornaro, un uomo di 87 anni, che dopo aver lottato 13 anni, ha potuto ascoltare – restando due ore in piedi – ogni parola di quella sentenza nella quale venivano pronunciati i nomi di “uomini” corrotti o compiacenti che lo avevano accusato di essere responsabile dell’avvelenamento dei propri animali per negligenza. È stata una vittoria sentir ribadire che le vittime durante tutti questi anni lo sono state non per negligenza propria o dei propri familiari, ma a causa di un’economia malata e di una politica miope e inadeguata».

– Siamo ancora al primo grado del processo. Quali sono i passi successivi che dovrebbero essere fatti? Che cosa occorre mettere in campo per far sì che il lavoro e l’impresa collochino al primo posto la dignità e la salute della persona e il rispetto del territorio?

«Ormai a Taranto sono nate negli anni numerose associazioni di cittadini che lottano e che continueranno a lottare nella stessa direzione con una sempre maggiore consapevolezza, e noi naturalmente continueremo a farne parte. Alla seconda domanda non saprei che cosa rispondere. I lavori non sono tutti uguali, e purtroppo non a tutti viene data la stessa considerazione e tutele, e gli obblighi variano talmente tanto che non è possibile per me parlarne senza banalizzare il problema. Posso però dire che in questi anni ho avuto il privilegio di conoscere persone che hanno perso la salute, sono rimaste senza lavoro, ma hanno dimostrato una dignità che nessuno è riuscito a togliere loro».

– Nel 2014 insieme alla denuncia iniziò anche la resistenza della Masseria Fornaro: decisi a non lasciare quell’amata terra, prendeste parte con altri soggetti al progetto scientifico C.a.n.a.p.a., un esperimento di “fitodepurazione” del terreno tramite la coltivazione di canapa. Sono passati quasi sette anni dal suo avvio, a che punto è quel progetto? Ci sono risultati che incoraggiano a proseguire in questa direzione?

«Non arrenderci è stato sempre il nostro obiettivo, per necessità ma anche per convinzione. C.a.n.a.p.a. fu un progetto iniziale che ha incontrato molte difficoltà. Successivamente abbiamo continuato a tentare la coltivazione della canapa cercando di affrontare gli ostacoli legati alla mancanza di una filiera produttiva per la fibra. Nonostante i problemi, crediamo ancora nelle potenzialità di questa pianta, ma ci siamo aperti a esplorare anche nuove strade per rinascere, mantenendo l’ambizione di contribuire a esplorare alternative per il territorio. In masseria sono state promosse diverse iniziative di interesse culturale e sociale. Personalmente mi sono interessato di alcune attività di interesse scientifico come, a esempio, la classificazione di tutte le piante spontanee presenti in masseria; da anni un appassionato naturalista insieme alla moglie fanno questo lavoro che condividiamo sul sito dell’azienda. Inoltre, stiamo per pubblicare un lavoro sulla sperimentazione di fibre vegetali da utilizzare per la mitilicoltura, frutto della collaborazione tra la Masseria e l’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) – Cnr di Taranto: si sta studiando la possibilità di usare reti in fibra vegetale anziché di plastica per l’allevamento delle cozze. Quest’idea è nata poco più di due anni fa, e i primi risultati sono promettenti. Per questo progetto c’è stato anche il sostegno dell’Associazione Kyrios-ODV, nata nella chiesa battista di Roma-Trastevere che ha voluto contribuire al tentativo di sostituire le reti in plastica che da anni inquinano il meraviglioso mare di Taranto».

– Che ruolo ha giocato la sua fede in Dio in questo lungo tempo di resistenza contro l’ingiustizia e di impegno nella salvaguardia del creato?

«Un ruolo fondamentale. Se il mio modo di pensare non fosse cambiato, avrei tentato di salvare il salvabile, rivolgendo lo sguardo altrove. Invece, è stata proprio la fede in Dio che mi ha permesso di distinguere nettamente tra speranza e illusione. La stessa differenza che passa fra la ricchezza del creato che siamo chiamati a difendere e l’inganno della ricerca ossessiva di un profitto che continua a distruggere l’ambiente, gli animali e gli esseri umani».

Foto di mafe de baggis: Ilva

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