La fine del petrolio?

Tra giustizia, attivismo ed economia, l’importanza del combustibile fossile appare sempre più ridimensionata

Di Alessio Lerda

Sarà senz’altro una coincidenza, ma, nell’ambito delle speranze riguardo ad un superamento dei combustibili fossili, è incoraggiante la serie di notizie in merito al petrolio che si sono avvicendate negli ultimi giorni.

A conquistarsi un posto tra i titoli principali del 26 maggio è stata la sentenza di una corte olandese, all’Aia, che obbliga la Shell, colosso petrolifero con sede nei Paesi Bassi, a ridurre le sue emissioni di CO2 del 45% entro il 2030, rispetto ai volumi del 2019. Il verdetto precisa che l’azienda è responsabile delle proprie emissioni, ma anche di quelle dei propri fornitori. Questo giudizio (che segue una causa avanzata dall’organizzazione ambientalista Friends of the Earth, ovvero Amici della Terra) pone dei precedenti importanti: è la prima volta che  un’azienda viene legalmente obbligata ad allineare le proprie emissioni con gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, che finora era stato preso in considerazione soltanto per entità pubbliche. Il fatto che quest’azienda sia un gigante dell’estrazione del petrolio non può che far immaginare possibili procedimenti simili in futuro. Per quanto sia fondamentale far pressione sui governi, questo caso mostra che la giustizia possa perseguire anche enti privati, tanto più se si tratta di imprese che sono attive ben oltre i propri confini nazionali.

All’incirca nelle stesse ore, le travagliate votazioni per il consiglio di amministrazione della ExxonMobile, altro gigante del petrolio, portavano all’elezione di almeno due esponenti del fondo Engine No 1, che pur detenendo una minima quota azionaria è riuscito a farsi spazio tra gli azionisti, sulla leva, forse, di un’attenzione sempre più diffusa anche in ambito finanziario riguardo alla lotta alla crisi climatica. Che si tratti di un attivismo autentico o di facciata, il risultato è che a prendere decisioni per l’azienda saranno ora, anche, azionisti che spingono per un passaggio a politiche più sostenibili e lontane dai combustibili fossili.

La terza notizia è circolata meno, ma non è da sottovalutare, se non altro per il valore simbolico. Uno studio della scozzese Robert Gordon University prevede che entro il 2030 la maggior parte dei lavoratori nel settore energetico off-shore (e quindi al largo delle coste) nel Mare del Nord saranno impiegati nel settore dell’energia a bassa emissione di carbonio. Per decenni l’estrazione di petrolio in quelle acque è stata uno dei motori economici del Regno Unito e la fonte di numerosi posti di lavoro per gli scozzesi, ma ora gli sforzi (sia pubblici che privati) per la transizione energetica stanno ribaltando la situazione. Secondo la ricerca, nel giro di dieci anni i lavoratori impiegati per la produzione di energia eolica, di estrazione di idrogeno e di stoccaggio sottomarino di anidride carbonica “catturata” passeranno dal 20% attuale al 65% del totale, in contemporanea ad un declino delle attività economiche legate al petrolio.

La fine di questo combustibile è ancora ben lontana dall’essere certa, ma i segnali in suo sfavore si fanno man mano più concreti. Un elemento significativo che accomuna queste tre storie è la presenza di uno sforzo deciso e mirato nella direzione della transizione energetica. Se davvero abbandoneremo i combustibili fossili, non sarà per un facile automatismo, ma come conseguenza di un impegno collettivo e duraturo.

Foto da Pixabay