La Germania riconosce lo sterminio delle popolazioni in Namibia come genocidio

Storica ammissione di Berlino ma non tutte le parti in causa sono soddisfatte, anzi. Da anni le chiese luterane sono impegnate in un percorso di riconciliazione ma molta strada rimane da fare

«Ora, anche in veste ufficiale, chiameremo questi eventi come giusto indicare in una prospettiva odierna: un genocidio». Poche parole quelle del ministro degli esteri tedesco Heiko Maas, ma che cambiano il senso di una vicenda storica. Una ferita profonda del secolo scorso, del tempo del colonialismo europeo in Africa: il massacro sistematico e quasi totale delle popolazioni Herero e Nama in Namibia, in Africa australe, da parte delle forze militari tedesche in quella che dal 1884 al 1919 si è chiamata Deutsch-Südwestafrika, Africa tedesca del Sud Ovest.

Una stagione oscura quella della presenza di Berlino nei grandi territori namibiani, i cui riflessi arrivano fino all’oggi, con un pugno di discendenti tedeschi a possedere la grande maggioranza delle terre coltivabili e con le immense risorse minerarie (diamanti in particolare) in mano ad aziende per lo più tedesche.

Gli storici generalmente accettano che fino a 65.000 delle circa 80.000 persone Herero che vivevano nell’area in quel momento, e almeno 10.000 delle circa 20.000 persone Nama, furono uccise.

La segregazione razziale in Namibia è ancora plasticamente visibile, soprattutto nella capitale Windhoek, dove la distanza abissale fra le ville coloniali del 6-7% della popolazione di origine tedesca e le immense distese di baracche del 90% della restante popolazione rappresentano non solo un pugno nello stomaco, ma l’esempio di quanta strada ci sia ancora da compiere nel continente per un reale superamento di logiche che ora sono per lo più economiche ma che mantengono in uno stato di perenne indigenza e impossibilità di sviluppo la pressoché totalità di una nazione.

Secondo l’accordo, la Germania prevede di pagare alla Namibia 1,1 miliardi di euro in aiuti alla ricostruzione nei prossimi 30 anni. Maas ha parlato di un «gesto di riconoscimento della sofferenza incommensurabile che è stata inflitta alle vittime». Un documento è stato provvisoriamente firmato dai negoziatori di entrambi i paesi e sarà presto siglato dai ministri degli esteri.

Non si tratterà però di risarcimenti individuali come richiesto dalle associazioni che rappresentano gli Herero e i Nama, ma di sovvenzioni che lo Stato namibiano gestirà per lo sviluppo. Poco cambia da questo punto di vista perché a partire dal 1990, data dell’indipendenza namibiana dal Sud Africa, la Germania ha riversato milioni di marchi in progetti, attenta a ottenere al contempo il controllo delle materie prime e dei relativi appalti di estrazione.

La paura o la quasi certezza di questi gruppi è di vedere sparire i denari, spartiti dai gruppi etnici al potere, gli Ovambo in particolare, e di venire beffati quindi ancora una volta in quella che ritengono la premessa fondamentale per avviare un vero processo di emersione dalla povertà: poter gestire a livello di varie comunità tali fondi.

«Non è abbastanza per il sangue dei nostri antenati e il governo namibiano non ha alcun mandato per rappresentare i nostri popoli» ha affermato Vekuii Rukoro, rappresentante della comunità Herero.

Rukoro ha messo in dubbio l’intenzione della Germania di scusarsi, dicendo che quello in corso è un tentativo «di evitare di pagare riparazioni, motivo per cui la stanno ridefinendo come “ricostruzione” e “riforma”. Questo è un insulto ai nostri antenati e alla nostra intelligenza», ha sottolineato. Sulla stessa linea sui siti di informazione namibiana è l’intervento di uno fra i rappresentanti della popolazione Nama, Johannes Isaack, che si è detto «sorpreso dall’annuncio di un accordo», aggiungendo di non sostenerlo.

«Siamo stati esclusi dalle trattative e non possiamo che ribadire il nostro motto per cui “qualsiasi cosa senza di noi è contro di noi”».

Sia Rukoro che Isaacks hanno sostenuto che l’inviato speciale della Namibia per il genocidio, Zed Ngavirue, e con lui il governo, si sono svenduti per aver accettato l’offerta.

Ngavirue ha a sua volta affermato che il team negoziale ha lavorato a stretto contatto con le comunità colpite negli ultimi sei anni.

Lager, studi sui crani, tentativo di sistematica cancellazione di un popolo: le prove di quanto avverrà per mano del nazismo 30 anni dopo aveva visto qui tutti i suoi cattivi maestri. A partire dal primo, il generale Lothar Von Trotha, la cui statua che lo vede fiero a cavallo, solo da pochi anni è stata spostata da una piazza di Windhoek all’interno dell’Alte Feste, il fortino sulla collina che fu il primo nucleo della presenza coloniale tedesca in Namibia. Un po’ più nascosta insomma, ma non abbattuta né rimossa. I tedeschi di Windhoek, stivaloni di pelle e sahariana, dalle loro ville extralusso e dai ristoranti dove si mangia stinco di maiale e patate non avrebbero gradito.

«Gli Herero devono ad ogni costo lasciare la terra – scriveva Von Trotha nel 1904. Se non lo faranno verranno costretti con le armi. Entro i confini tedeschi si sparerà ad ogni Herero, con o senza un’arma, con o senza bestiame. Non escluderò più neppure donne e bambini, o se ne andranno o gli spareremo addosso. Queste sono le mie parole al popolo Herero. Ieri ho ordinato che i guerrieri catturati siano sottoposti alla corte marziale e impiccati e che tutte le donne e i bambini che cercano rifugio siano ricacciati nel deserto, con una copia del mio proclama nella loro lingua».

Esperimenti medico-scientifici sui corpi vivi e spedizione a Berlino dei crani degli Herero per l’avanzamento della scienza antropologica, guidata dal professore Eugen Fischer, pilastro poi dell’eugenetica nazista e delle leggi razziali insieme al suo allievo prediletto, Joseph Mengele. Alla Craniologia Hererica darà un fattivo contributo l’italiano Sergio Sergi dell’Università di Roma. Il 29 agosto scorso del 2018, la Germania ha avviato la restituzione di  alcuni resti mortali di persone delle popolazioni indigene degli Herero e dei Nama, portati fuori dal paese durante il periodo coloniale  ed esposti nei musei in patria. Per l’occasione era stato celebrato un culto commemorativo a cura della Chiesa evangelica in Germania e del Consiglio delle Chiese in Namibia presso la Französische Friedrichstadtkirche di Berlino.

La dichiarazione dovrebbe essere firmata da Maas nella capitale della Namibia, Windhoek, all’inizio di giugno. I parlamenti di entrambi i paesi dovranno in seguito ratificare la dichiarazione. Quindi il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier si recherà in Namibia e parteciperà a un atto commemorativo in Parlamento, dove chiederà formalmente perdono a nome di Berlino.

L’ex ministro dello sviluppo tedesco, Heidemarie Wieczorek-Zeul, ha offerto le prime scuse del suo paese per le uccisioni durante un viaggio in Namibia nel 2004, affermando che le azioni  sarebbero state viste come genocide nei termini odierni. Da allora si è intensificato il dialogo fra le parti.

Non è certo un caso in questa prospettiva che la Federazione luterana mondiale abbia scelto proprio Windhoek come sede della propria XII assemblea nel 2017. Tre distinte chiese luterane hanno in effetti operato e operano ancora nella nazione e sono state a più riprese complici delle politiche coloniali volute da Berlino.

Sempre nel 2017 alcuni mesi prima dell’Assemblea mondiale luterana con una confessione di colpa e una richiesta di perdono la Chiesa evangelica in Germania (Ekd, la principale denominazione luterana del paese) si è rivolta ai discendenti delle vittime di ciò che la maggior parte degli storici riferisce come il primo genocidio del XX secolo:

«Confessiamo oggi espressamente la nostra colpa verso il popolo namibiano e davanti a Dio – si legge nell’ampio documento intitolato “Perdona i nostri peccati (Matteo 6:12)”, che così prosegue-: Dal profondo dei nostri cuori chiediamo ai discendenti delle vittime e a tutti coloro che patirono per il ruolo coloniale della Germania il perdono per il male fatto e per il dolore subito».

Nel documento prodotto dal consiglio dell’Ekd, la chiesa protestante affronta le proprie responsabilità storiche davanti alle atrocità commesse nel paese africano fra il 1884 e il 1915 dalla potenza occupante, la Germania. Per quanto è noto fino ad oggi dalle fonti, si legge nel testo, è da escludere totalmente un ruolo attivo diretto da parte dei pastori luterani tedeschi inviati in Africa sud occidentale nelle uccisioni di massa, da molti considerate le prove generali dello sterminio nazista di pochi decenni dopo; tuttavia, attraverso la giustificazione teologica del potere imperiale e del dominio coloniale, condita da un profondo razzismo, essi hanno in qualche maniera preparato il terreno per la morte di migliaia di persone di diversi gruppi etnici. Il testo a tal proposito afferma: «Questo è un grande peccato che non può essere giustificato».

Dichiarazioni che «non possono cancellare le ingiustizie subite» ma che vogliono esprimere «l’obbligo e l’impegno duraturo dell’Ekd a unirsi ai discendenti delle vittime per tenere viva la memoria, per chiedere che il genocidio venga riconosciuto come tale e per lavorare al superamento delle ingiustizie».

Con queste parole l’Ekd aveva accolto espressamente il percorso di negoziazione in corso fra i due governi al fine di stabilire sia le corrette formule per definire il massacro, sia gli eventuali riconoscimenti alle popolazioni coinvolte, in particolare di etnia Herero e Nama.

Il percorso ha radici ancora più profonde. Nel 1971 i rappresentanti della United Evangelical Mission(Uem) in Namibia ammisero di «aver spesso ceduto alla tentazione di cooperare con i governi di occupazione a spese dei nostri fratelli e sorelle indigeni». I delegati Uem hanno ribadito tale confessione di colpa nel 1978 e nel 1990. Da allora il dialogo è continuato fino alle parole del 2017. A febbraio di quell’anno si era svolto in Namibia il primo incontro tra i rappresentanti di chiese evangeliche tedesche e namibiane volto alla commemorazione delle vittime del genocidio.

Claudio Geymonait