LA STORIA DI ANTONIO, APPESO AL FILO DELLA VITA E DELLA SPERANZA CHE ANCHE LA CONSULTA HA TESO
“Vorrei avere la possibilità di salutare mia madre, prima che muoia, per chiederle perdono”. Con queste parole, il 13 marzo, Antonio mi ha salutata alla fine del nostro colloquio. Sicuramente provato dalla lunga detenzione, oltre 28 anni di carcere ininterrotto, dalla nostalgia dei familiari, dalla solitudine e dal senso di abbandono.
In carcere tutto è congelato, immobile; tutto sa di vuoto e di assenza; tutto è terribilmente pesante. Ciò che invece non si arresta è la pandemia, che corre a velocità drammatiche, facendo implodere un’intera struttura carceraria. Dal 13 marzo a oggi, 7 aprile, giorno del suo compleanno, Antonio si trova ricoverato nel reparto infettivi, con un’embolia polmonare da Covid-19. Del resto, i suoi compagni nel carcere di Reggio Emilia non stanno vivendo momenti migliori. I dati sono agghiaccianti: sono risultati positivi 60 agenti e, sul totale di 400, anche 119 detenuti, 5 dei quali sono ricoverati in ospedale. La situazione è preoccupante anche in altre carceri: a Parma, dove ci sono 18 positivi detenuti al 41-bis; a Catanzaro, dove uno è morto; a Rebibbia, nella sezione femminile, dove oltre 50 detenute risultano positive.
La storia di Antonio è simile a quella di molti altri: un ergastolo ostativo raggiunto in giovane età; la piena consapevolezza dei propri errori; una carcerazione lunghissima e una rivisitazione del proprio passato, studi universitari e percorsi di giustizia riparativa a favore delle proprie vittime. Antonio non è più pericoloso nemmeno per il DAP tanto da ottenere la declassificazione dall’Alta sicurezza alla sezione dei comuni. Non avanza nessuna giustificazione né richiesta di benefici. Esprime solo il desiderio di riparare, anche con la propria vita, e di avere quell’ultima possibilità di riscatto verso la madre, la propria famiglia di origine. La sua storia è emblematica. Insieme a quella di tanti altri, potrebbe rappresentare un campione significativo per uno studio scientifico che superi quegli slogan, lombrosiani quanto tristemente efficaci, della “mafiosità” che parte dalla nascita e giunge fino alla morte.
Compito di noi difensori è anche quello di valorizzare la persona, l’umanità e la concretezza del vissuto, che hanno preso forma e direzione durante un percorso di carcerazione, a distanza di anni, se non decenni, dai fatti e dalle sentenze di condanna. Ed è ciò che ha sempre affermato, tra l’altro, anche la Corte costituzionale, dalla sentenza n. 149 del 2018, alla n. 253 del 2019, fino all’ultima, la n. 56 del 2021. “La personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento”, afferma la Corte costituzionale nella sentenza del 2018. Non si tratta, quindi, di “abolire” la normativa antimafia, né di entrare nel merito di scelte legislative, bensì di consentire al giudice naturale di valutare la persona, attribuendo una dimensione civile alla pena e un volto umano anche a chi ha commesso gravi errori. Non vuol dire n
 emmeno che tutti i meccanismi indice di pericolosità sociale siano stati o verranno altrimenti abrogati. Questo passaggio è ben espresso dalla Consulta anche nella pronuncia n. 56 del 2021, con cui ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del divieto assoluto di accesso alla detenzione domiciliare per la persona ultrasettantenne, anche se dichiarata recidiva o delinquente abituale, professionale o per tendenza: il giudizio espresso durante il processo non può impedire, in assoluto, vita natural durante, una rivalutazione anche della pericolosità sociale del detenuto, a fronte dell’età avanzata, e della sofferenza addizionale della permanenza in carcere.
È la stessa Corte costituzionale, lungo un percorso motivazionale equilibrato e rispettoso di tutte le istanze in gioco, a indicarci la via della speranza e della vita. Rimaniamo saldamente fermi su questa rotta, legati a quel filo della dignità umana che anche Antonio merita di ritrovare.
Veronica Manca