DAL PAKISTAN UNA LEZIONE DI CIVILTA’: MORATORIA DELLE ESECUZIONI E DIRITTO ALLA ASPETTATIVA DI VITA

DAL PAKISTAN UNA LEZIONE DI CIVILTA’: MORATORIA DELLE ESECUZIONI E DIRITTO ALLA ASPETTATIVA DI VITA
Sergio D’Elia

Nei Paesi musulmani, è tradizione che tutte le esecuzioni siano sospese durante il mese di Ramadan. Nel 2020, in Pakistan, la tregua religiosa di un mese è durata tutto l’anno. Nessuno è stato impiccato, e la moratoria è sconfinata nei primi mesi di quest’anno.
L’ultima esecuzione in Pakistan è avvenuta il 16 dicembre 2019, quando Taj Muhammad è stato impiccato per aver aiutato i Talebani nel massacro del dicembre 2014 in una scuola a conduzione militare di Peshawar, in cui rimasero uccise 150 persone, tra cui 134 bambini.
Gli anni successivi alla strage sono stati anni terribili. Il governo ha subito revocato la moratoria in atto da sei anni. La guerra senza quartiere al terrorismo ha fatto strame di diritto e giustizia nei tribunali e ha condotto nel braccio della morte o alla forca centinaia di presunti Talebani. Nel 2015, l’anno successivo alla strage, il “rito” della impiccagione si è ripetuto 326 volte. Quasi ogni giorno, prima dell’alba, un condannato aveva consumato l’ultimo pasto, aveva fatto le sue abluzioni, aveva avuto il tempo di pregare, poi era stato portato al patibolo dove i boia avevano coperto il suo volto con un cappuccio nero e gli avevano legato mani e piedi prima di impiccarlo. La foga giustizialista è scemata quasi subito: dopo il 2015, di anno in anno, le esecuzioni sono diminuite drasticamente fino a scomparire del tutto nel 2020.
La Corte Suprema del Pakistan è sempre stata un argine alla pratica della pena capitale nel Paese: ha posto limiti giuridici, creato precedenti, commutato migliaia di sentenze capitali. Uno studio condotto dal Justice Project Pakistan ha rivelato che, tra il 2010 e il 2018, la Corte Suprema ha annullato la pena di morte nel 78% dei casi. Il 97% delle condanne è stato commutato in ergastolo o in altre pene detentive nel 2018. La linea della più alta corte del Paese ha fatto scuola nei tribunali di grado inferiore. Nel 2019, erano state emesse 632 condanne a morte. Il numero è sceso a 177 nel 2020. Anche la popolazione del braccio della morte tra i più affollati del mondo è diminuita dai 4.225 detenuti del 2019 ai 3.831, tra cui 29 donne, registrati alla fine del 2020.
Negli ultimi cinque anni, il tribunale supremo del Paese ha fatto evolvere la giurisprudenza con una serie di sentenze che hanno contenuto la pratica della pena di morte.
Nel marzo 2019, l’allora Presidente della Corte Asif Saeed Khosa, noto per il tocco poetico che accompagnava i suoi giudizi e per aver assolto Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia, ha scritto una sentenza di 31 pagine per affermare che la regola “falsus in uno, falsus in omnibus - falso in una cosa, falso in tutto” sarebbe diventata parte integrante della giurisprudenza nei processi penali: effettiva, seguita e applicata nella lettera e nello spirito da tutti i tribunali del Paese. Secondo la regola latina, un testimone che rende una falsa testimonianza in un caso non è credibile in nessun altro caso perché “la presunzione che il testimone dichiarerà la verità cessa non appena appare manifestamente che è capace di spergiuro”. L’attendibilità di un testimone non può essere parziale o frazionata. Alla luce di questa sentenza, un gran numero di casi di pena di morte è stato ribaltato in appello. Fosse, una tale regola, in vigore attualmente 
 in Italia, un imputato non avrebbe il terrore di finire in un’aula di tribunale. Fosse applicata anche retroattivamente, la storia giudiziaria del nostro Paese andrebbe riscritta.
La Corte Suprema non si è fermata a quel che accade nei tribunali, ha rivolto la sua attenzione anche alla esecuzione delle pene. Nel luglio scorso, ha annullato la condanna a morte di due fratelli – Sikandar Hayat e Jamshed Ali – che avevano passato 27 anni della loro vita in carcere. Accogliendo l’istanza di revisione presentata dai prigionieri nel braccio della morte, la Corte ha affermato che i condannati, dopo più di 25 anni di carcere in attesa di esecuzione, avevano maturato il “diritto all’aspettativa di vita”. Secondo la sentenza, il “diritto all’aspettativa di vita” è un diritto che va riconosciuto al condannato a morte che, nel fare ricorso a tutti i rimedi giudiziari legalmente previsti volti a evitare l’esecuzione, sia rimasto in carcere per un periodo uguale o superiore a quello prescritto per l’ergastolo. In Pakistan l’ergastolo equivale a una pena che può durare al massimo 25 anni. Dopo tale termine, anche per un condannato a morte può mat
 urare il diritto a vivere in libertà la parte di vita che gli rimane.
Dal Pakistan, che decide una moratoria delle esecuzioni per i condannati a morte e, dopo massimo 25 anni, dona la libertà ai condannati a vita, giunge una lezione di civiltà a un Paese che prevede ancora e pratica senza sosta pene che vanno oltre ogni aspettativa di vita, svolge processi di irragionevole durata, fissa misure di sicurezza perpetue, infligge regimi crudeli di detenzione che durano fino alla morte. Dopo solo sei anni dalla “strage degli innocenti” nella scuola di Peshawar, il Pakistan ha deciso di voltare pagina. Dopo quasi trent’anni dalla strage di Capaci, l’Italia continua invece a usare leggi e codici di emergenza, articoli come il 4 bis, il 41 bis e il 416 bis che negano il diritto umano minimo, quello “pakistano”, il diritto a sperare di vivere quel che resta della tua vita dopo un quarto di secolo di non vita.