Egitto, Sanaa come Zaki: «Rapita» dalla polizia, in carcere per i post

Condannata a un anno e mezzo di carcere. L’accusa: «Ha pubblicato notizie false sulla diffusione del coronavirus nelle prigioni e offeso un ufficiale». La famiglia: aiutateci

di Viviana Mazza

Egitto, Sanaa come Zaki: «Rapita» dalla polizia, in carcere per i post

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Per la festa della mamma, che in Egitto era ieri, Laila Soueif riceverà in regalo la possibilità di far visita ai suoi due figli in carcere una volta in più del previsto: oggi vedrà Sanaa, dopodomani Alaa. Di solito — ci dice al telefono dal Cairo — è possibile solo una volta al mese, per venti minuti, e per un solo membro della famiglia. «Giustificano queste restrizioni con il coronavirus».

La sua è la famiglia di attivisti più nota dell’Egitto. Mercoledì scorso, Sanaa Seif, 27 anni, la più giovane dei suoi tre figli, è stata condannata a un anno e mezzo di carcere: un anno per aver «pubblicato fake news» sulla pandemia in Egitto e la diffusione del virus nelle prigioni; sei mesi per offesa ad un ufficiale di polizia. La giovane aveva criticato su Facebook la gestione del Covid da parte delle autorità carcerarie. Non era l’unica. Un rapporto di esperti delle Nazioni Unite lo scorso agosto sollevava sospetti sullo scoppio di focolai in diverse prigioni e stazioni di polizia egiziane e Human Rights Watch aveva «notizie credibili» sulla morte per Covid di almeno 14 prigionieri tra marzo e luglio.

Lo scorso giugno, Sanaa, con la sorella Mona e la madre Laila, avevano dormito per due notti davanti al carcere di Tora in attesa di ricevere una lettera di Alaa Abdel Fattah, il fratello imprigionato dal settembre 2019 con l’accusa di aver organizzato proteste contro il regime di Al Sisi (è solo l’ultimo dei suoi periodi di detenzione; Alaa non ha potuto né veder morire il padre né veder nascere il figlio di 9 anni). La madre e le sorelle non lo vedevano dal marzo 2020: le visite erano state vietate, anche allora per Covid, ma i guardiani avevano promesso di recapitare la lettera. Mentre le attiviste dormivano davanti al carcere, sono state aggredite e derubate da donne che sospettano siano state mandate dalle autorità. Il giorno dopo, il 23 giugno, si sono recate tutte e tre in procura, insieme con i loro avvocati, per fare denuncia e mostrare i lividi, ed è allora che Sanaa è stata «rapita in strada da agenti in borghese». L’hanno portata via in un minibus bianco alle 2 del pomeriggio. Due ore dopo, è apparsa alla procura della Sicurezza di Stato che ha ordinato la sua detenzione preventiva con l’accusa di incitamento al terrorismo, diffusione di notizie false e uso improprio dei social media. Accuse simili a quelle che hanno raggiunto, tra gli altri, Patrick Zaki, rinchiuso a Tora.

Docente di matematica, Laila è sorella della scrittrice Ahdaf Soueif e suo marito era l’avvocato dei diritti umani Ahmed Seif Al Islam, a sua volta imprigionato quattro volte sotto i presidenti Anwar Sadat e Hosni Mubarak e morto nel 2014. Mona, la sorella di Sanaa, è stata la leader della campagna contro i processi militari ai quali l’esercito dopo la rivoluzione del 2011 sottopose almeno 1.200 civili.

La scorsa settimana 31 Paesi, tra cui l’Italia, hanno dichiarato preoccupazione per i diritti umani in Egitto, inclusa «l’applicazione di norme anti terrorismo a chi solleva critiche pacifiche». Il Cairo ha replicato che hanno ricevuto «informazioni inaccurate». «Voi italiani — dice Laila Soueif — dovete fare pressione perché il vostro governo non venda armi ad Al-Sisi». Se le chiedi se intenda continuare il suo attivismo, risponde: «Finché i miei figli sono in prigione, non ho scelta».

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