Greenwashing, quali sono le emissioni degli ultraricchi che “amano l’ambiente”

10.03.2021 – Lorenzo Poli

Greenwashing, quali sono le emissioni degli ultraricchi che “amano l’ambiente”
(Foto di David Lee via unsplash.com)

Un tema importante, un tema politico, un tema economico, un tema strutturale che dovrebbe essere trattato oggi più che mai: l’ipocrisia della società liberale. Questo è forse alla base di tutti le contraddizioni materiale che sono sempre più reali, anche se si tende a nasconderle. Sembra che, oggi più che mai, il capitalismo giochi con le categorie che Immanuel Kant chiamava “noumeno”, ovvero l’essenza, e il “fenomeno”, cioè ciò che soltanto ci appare.
Questo giuoco, molto evidente e facilmente svelabile, sembra che sia praticato un po’ a tutti: media mainstream, alcuni media che si spacciano per alternativi anche se non lo sono (o non lo sono più), istituzioni, partiti, governi, multinazionali, gruppi di lobby, think thank, ma soprattutto gli ultraricchi ovvero il problema strutturale del nostro modello di sviluppo e di produzione. Sembra quindi vigere questa dicotomia tra ciò che appare e ciò che è veramente, tra come appare un’azione e i suoi obiettivi.
Oggi i media ci bombardano di “esempi filantropici” che, sempre provengono da ultraricchi come Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk, Marc Zuckenberg e molti altri per i loro “investimenti nel futuro”, per le “loro attività filantropiche” (soprattutto Bill Gates con le sue fondazioni), per il loro “piacere della scoperta” o “aiuto all’innovazione” o per il fatto che stiano mettendo in atto “azioni pragmatiche” in difesa dell’ambiente”. Più di tutti Bezos e Gates hanno rigenerato la loro immagine in questi anni con la filantropia e l’attenzione all’istanze ambientali, spesso per mascherare le loro reputazioni di “uomini forti” con i deboli e di evasori fiscali. Anche se parlano di ambiente in un’ottica economicistica senza voler cambiare modello economico, la loro retorica sembra prendere piede ed interessare i giganti della Terra con le loro idee innovative.
Prima domanda: perché questi ultraricchi si accorgono dell’ambiente solo in questi ultimi decenni? Perché non interessarsi prima?
Seconda domanda: una parte dell’opinione pubblica non è stanca di questa mielosa retorica salvifica? Davvero vogliamo credere che i big del mondo, oltre ad essere il problema, possano anche essere la soluzione?
Terza domanda: è possibile che multimiliardari di questo calibro abbiano iniziato a parlare d’ambiente per lavarsi la coscienza, per far connettere mediaticamente la loro immagine all’innovazione “green” e per sentirsi incriticabili? O meglio… creare una sorta di struttura moralistica per impedire di essere criticati?
D’altronde è un po’ quello che sta succedendo soprattutto con Bill Gates. Quando, l’anno scorso, si criticava il potere di Bill Gates nell’orientare l’agenda sanitaria globale, sui social la risposta dell’italiano medio era: “Bill Gates investe nei vaccini mentre tu continui a girare il sugo”.
Ma ritorniamo a noi. Soltanto nel 2018 sono state emesse in media 8.190 tonnellate equivalenti di CO2 da parte dei 20 miliardari noti in tutto il mondo. A svelarlo è un’interessantissima inchiesta pubblicata da The Conversation. Gli ultra-ricchi sono responsabili della dispersione nell’atmosfera di un quantitativo di gas ad effetto serra circa 1.300 volte superiore rispetto a quello medio di un cittadino italiano.
L’analisi ha tenuto conto delle emissioni legate al patrimonio immobiliare (incluse ville), ma soprattutto agli spostamenti effettuati a bordo di superyacht e di jet privati che questi miliardari possiedo.
Per fare la ricerca è stato scelto un campione di miliardari facendo riferimento all’elenco Forbes 2020 di 2.095 miliardari. Per rendere possibile la ricerca ci si è basati su coloro il cui consumo è di dominio pubblico, escludendo la maggior parte dei supericchi in Asia e nel Medio Oriente.
Sono stati setacciati 82 database di registri pubblici per documentare le case, i veicoli, gli aerei e gli yacht dei miliardari. Dopo una ricerca approfondita, i ricercatori si sono accertati dei beni di 20 noti miliardari traendole le dovute considerazioni.
In testa alla classifica figura il magnate russo Roman Abramovich, proprietario della squadra di calcio londinese del Chelsea, diventato ricco grazie al petrolio e al gas, emettendo solo nel 2018 la somma di 33.859 tonnellate equivalenti di CO2.
Un superyacht con un equipaggio permanente, una piattaforma per elicotteri, sottomarini e piscine emette circa 7.020 tonnellate di CO2 all’anno, secondo i nostri calcoli, rendendolo di gran lunga l’asset peggiore da possedere dal punto di vista ambientale.
Bill Gates, secondo The Conversation, sarebbe responsabile dell’emissione di 7.493 tonnellate di carbonio annue, principalmente per i suoi molti voli, ma anche per la sua gigantesca casa di 6.131 metri quadrati, con un garage per 23 auto, cinque abitazioni nel sud della California, le isole San Juan nello Stato di Washington, North Salem, New York e New York City, nonché un allevamento di cavalli, quattro jet privati, un idrovolante e “una collezione” di elicotteri.

fonte: https://theconversation.com/private-planes-mansions-and-superyachts-what-gives-billionaires-like-musk-and-abramovich-such-a-massive-carbon-footprint-152514

L’impronta di Elon Musk stimata dagli asset esaminati era di 2.084 tonnellate nel 2018, grazie alle sue otto case e un jet privato. Quest’anno la sua impronta di carbonio sarebbe ancora più bassa perché nel 2020 ha venduto tutte le sue case e ha promesso di cedere il resto dei suoi beni terreni. Questo ovviamente nonostante la sua impronta di carbonio personale sia ancora centinaia di volte superiore a quella di una persona media.
Per non parlare di Jeff Bezos che l’anno scorso affermò «Il cambiamento climatico è la più grande minaccia per il nostro pianeta», annunciando la sua discesa in campo nella lotta alla protezione dell’ambiente. Stiamo parlando del patron di Amazon, un grande colosso produttore di gas serra spesso criticata per il trattamento dei suoi lavoratori nonchè mostro della logistica che si sta divorando la bassa bresciana e bergamasca. Lo stesso miliardario che, venti giorni dopo la richiesta da parte di suoi 300 dipendenti di maggiori sforzi sul clima, ha deciso di lanciare Bezos Earth Fund, con il fine di sovvenzionare ricercatori, attivisti e Ong con borse di studio. Come disse Bezos: «Un’azione collettiva, di grandi e piccole aziende, Stati, organizzazioni globali e individui», concludendo che «La Terra è la cosa che tutti noi abbiamo in comune. Proteggiamola insieme».
Insomma proprio i ricchi filantropi che amano l’ambiente, che scrivono libri sull’ambiente, che poi propongono l’industrializzazione dell’agricoltura nel Terzo Mondo. Non è giusto pensare che il loro sia il greenwashing più ipocrita di tutti?
I climatologi è da anni che affermano che per avere qualche speranza di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali, i Paesi devono ridurre della metà le proprie emissioni entro il 2030 ed eliminarle entro il 2050. Se i ricchi sono parte integrante del problema, ovvero l’opulenza e il consumismo, perché dobbiamo pensarli “razionalmente” come l’unica soluzione?