Nel secolo scorso nasceva il partito delle donne oggi quello dei gay

Le cronache registrano le posizioni contrarie delle sentinelle, odiatori seriali non solo del nemico Salvini ma il pensiero costititivo applicato è valido per affermare una netta posizione contro discriminazioni e violenze quotidiane. Per i diritti calpestati dei figli e genitori delle famiglie arcobaleno. Solo per fare degli esempi.

Detto questo non posso partecipare ad un partito che si colloca nell’area liberale. La mia è quella socialista cristiana.

Dubito che i fondatori del partito gay ne conoscono la storia.

In ogni caso li trovo simpatici anche se nel partito delle donne del secolo scorso nessuna appartenente si sarebbe autodefinita liberale, ma la maggioranza dei gay sa poco di storia dei diritti delle donne e anche di donne.

Pazienza. Lasciateli provare.

Putin non è solo un assassino…

Foto incredibili che mostrano un “deserto” nel sud della Siberia, coperto di sabbia e neve allo stesso tempo

31.03.2021 – RT

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloFrancese

Foto incredibili che mostrano un “deserto” nel sud della Siberia, coperto di sabbia e neve allo stesso tempo

Il fotografo russo Slava Stepanov ha colto una serie di immagini nelle quali mostra la bellezza delle Sabbie di Chara, un “deserto” nel sud della Siberia in cui sono presenti allo stesso tempo sabbia e neve.

 Slava Stepanov

Stepanov ha raccontato nel suo blog che la zona, che si trova all’interno di una taiga nella regione di Zabaikalie, presenta ” dune, oasi e vere tempeste di sabbia”.

Slava Stepanov

Le Sabbie di Chara è uno spazio lungo 10,5 chilometri e largo dai 3 ai 4 chilometri.

 Slava Stepanov

Alcune dune possono raggiungere una lunghezza di 170 metri e un’altezza di 80.

Slava Stepanov

“I villaggi vicini sono poco sviluppati per quello che riguarda le infrastrutture, ci vuole molto tempo per arrivare fin qui, inoltre la temperatura dell’aria può scendere fino a -50°C in inverno”, ha detto.

Slava Stepanov

Il fotografo ha sottolineato che le località più vicine si trovano a circa 9 chilometri, che si possono coprire a piedi o in macchina.

Slava Stepanov

La zona, che viene considerata monumento naturale ed è protetta dallo Stato fin dal 1980, si mantiene coperta di neve fino alla fine di aprile.

Slava Stepanov

Per conoscere altre opere del fotografo puoi visionare la sue storie su Instagram e Facebook.

FOTO

Slava Stepanov

Si può trovare l’articolo originale nel sito web dei nostri associati.

Riprendiamo da dove eravamo partiti nel maggio 2015…

Ivano Fossati
Il disertore

In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia
qualcuno m’ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire piú
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.

Oxfam – Emergency: “Covid19, le varianti potrebbero rendere inefficaci gli attuali vaccini in meno di un anno”

30.03.2021 – Emergency

Oxfam – Emergency: “Covid19, le varianti potrebbero rendere inefficaci gli attuali vaccini in meno di un anno”
(Foto di https://www.facebook.com/right2cure.it)

Una nuova indagine realizzata tra 77 epidemiologi di 28 paesi rivela come senza una campagna vaccinale di massa a livello globale sarà impossibile sconfiggere la pandemia: per i 2/3 degli esperti intervistati potremmo avere meno di 12 mesi per non vanificare l’efficacia dei vaccini già approvati.

Solo 1 su 8 ritiene che i vaccini attuali funzioneranno con qualunque variante. L’88% ritiene che una bassa copertura vaccinale consenta lo sviluppo di varianti.

Appello urgente a governi e Big Pharma per una condivisione di tecnologie e brevetti, in vista della riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio in programma ad aprile. Di questo passo anche gli sforzi dell’Italia per una campagna vaccinale di massa rischiano di essere vani.

Senza una campagna di vaccinazione di massa a livello globale, in tempi brevi, le varianti del Covid19 sono destinate a prendere il sopravvento allungando, di molto, i tempi necessari a sconfiggere la pandemia e aumentando a dismisura il numero di contagi e vittime.

È quanto rivela un nuova indagine – realizzata dalla People’s Veccine Alliance (PVA) di cui Oxfam e EMERGENCY sono membri – secondo cui 2/3 dei 77 epidemiologi interpellati provenienti da 28 diversi paesi avvertono che abbiamo al massimo un anno per non vanificare l’efficacia dei vaccini di prima generazione fin qui sviluppati e contenere le mutazioni del virus; un terzo ritiene che il tempo sia  inferiore a 9 mesi; solo meno di 1 su 8 valuta che i vaccini a disposizione funzioneranno qualunque sia la mutazione.

La stragrande maggioranza degli epidemiologi, l’88%, pensa inoltre che se non si aumenterà la copertura vaccinale in molti paesi potrebbe favorire il sorgere di varianti del virus resistenti al vaccino.

A questo ritmo solo 1 persona su 10 nei paesi in via di sviluppo sarà vaccinata nel prossimo anno

Secondo i calcoli della PVA, al ritmo attuale però solo il 10% della popolazione nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo sarà vaccinata nel prossimo anno. Quasi tre quarti degli esperti coinvolti è convinto che la condivisione della tecnologia e la sospensione della proprietà intellettuale siano gli strumenti per aumentare la produzione mondiale di dosi.

“Fino a quando soltanto una parte della popolazione mondiale avrà accesso ai vaccini, il virus avrà la possibilità di circolare, di replicarsi velocemente e quindi di mutare. I dati di cui disponiamo oggi ci suggeriscono che non abbiamo molto tempo, probabilmente tra 9 mesi e un anno, prima che si sviluppino e diffondano mutazioni del virus che riducano l’efficacia dei vaccini attualmente disponibili. Questa è una guerra che i paesi ricchi non possono vincere da soli”, spiega  Antonino Di Caro, virologo dell’Istituto Nazionale di Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”

L’indagine mostra dunque quanto sia cruciale garantire l’accesso ai vaccini anti Covid il prima possibile anche nei paesi più poveri, dato che l’attuale disuguaglianza di accesso non fa che dare il tempo alle varianti del virus di moltiplicarsi.

Nonostante sia ormai evidente che solo la condivisione della tecnologia e la sospensione della proprietà intellettuale possano garantire un aumento di dosi disponibili, assistiamo ancora alla difesa dei monopoli di Big Pharma da parte dei paesi ricchi, con la conseguenza che una manciata di colossi farmaceutici decidono chi debba vivere o morire. Proprio all’inizio di marzo abbiamo assistito al blocco della proposta avanzata da India e Sud Africa di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale.-  – hanno detto Sara Albiani, responsabile salute globale di Oxfam Italia e Rossella Miccio, Presidente di EMERGENCY – In questo momento i milioni di persone che si sono già vaccinate negli Usa, nel Regno Unito o nei paesi europei si sentono più al sicuro, ma come dimostrano i risultati dell’indagine presentata oggi, c’è il rischio altissimo che senza un cambio radicale nelle politiche di accesso ai vaccini, tutti gli sforzi fatti fin qui potrebbero essere vani. Rendere accessibili i vaccini anche nei paesi poveri significa oggi più che mai proteggerci tutti”.

Senza un’azione decisa sulle cause della carenza di dosi, anche la campagna vaccinale italiana potrebbe fallire.

“Accogliamo con favore l’intenzione di approntare a livello organizzativo una campagna vaccinale di massa in breve tempo in Italia, annunciata ieri dal Commissario all’emergenza Francesco Figliuolo, sull’esempio degli sforzi che si stanno mettendo in campo in Liguria. Ma se anche l’Italia insieme alle Ue non si impegneranno a fondo per un cambio di impostazione sulle cause che stanno determinando la carenza di dosi, ogni sforzo peri prossimi mesi rischia di essere vano. – aggiungono Albiani e Miccio – Per questo è cruciale fare pressione adesso sui colossi farmaceutici perché rinuncino ai diritti di proprietà intellettuale sui vaccini. Se fossimo in guerra con un paese chiamato COVID, i governi lascerebbero decisioni vitali su produzione, fornitura e prezzo nelle mani delle aziende produttrici di armi?  Dato che i vaccini sono la migliore arma che abbiamo contro la pandemia, quanto possono ancora aspettare i leader mondiali per assumere decisioni politiche che invertano la tendenza e consentano a tutte le aziende in grado di poter produrre i vaccini di partecipare allo sforzo per vincere questa battaglia?”

Anche i vaccini di seconda generazione saranno sottoposti al monopolio delle Big Pharma?

Gli attuali vaccini sembrano essere almeno in parte efficaci contro le principali varianti, ma se si rendesse necessaria una seconda generazione ci vorranno mesi prima di arrivare all’approvazione e a un effettivo utilizzo. Nel frattempo chiusure e divieti di spostamento saranno l’unica forma di prevenzione per evitare nuovi contagi e decessi.

Ma il paradosso – avvertono le due organizzazioni – è che di questo passo anche i vaccini di seconda generazione allo studio per contrastare le varianti del virus, potranno essere soggetti al regime di monopolio garantito all’industria farmaceutica, quindi ancora una volta potremo andare incontro a scarsità di produzione e disuguaglianza nell’accesso. Un circolo vizioso che vedrà la fine solo rendendo i vaccini un bene pubblico globale.

Da qui l’appello urgente ai governi dei paesi ricchi per un autentico cambio di rotta, a partire dai colloqui che si terranno alla prossima riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, in programma ad aprile. PVA ribadisce inoltre a governi e aziende farmaceutiche la richiesta di condividere la tecnologia e i piani di sviluppo dei vaccini attraverso il Covid Technology Access Pool (CTAP) dell’OMS.

Nella morsa della pandemia al via manovre Usa-Nato

30.03.2021 – Manlio Dinucci

Nella morsa della pandemia al via manovre Usa-Nato
(Foto di https://pixabay.com/)

Eserciti. Di Maio: noi Paese ospite. Partecipano 28mila soldati e 2mila mezzi pesanti. Chi paga?

Non tutto in Europa è paralizzato dai lockdown anti-Covid: si è infatti messa in moto la mastodontica esercitazione annuale dell’Esercito Usa, Defender-Europe, che fino a giugno mobilita sul territorio europeo, e oltre, decine di migliaia di militari con migliaia di carrarmati e altri mezzi. La Defender-Europe 21 non solo riprende il programma di quella del 2020, ridimensionata a causa del Covid, ma lo amplifica.

PERCHÉ ARRIVA dall’altra sponda dell’Atlantico il «Difensore dell’Europa»? Lo hanno spiegato i 30 ministri degli Esteri della Nato (per l’Italia Luigi Di Maio), riuniti fisicamente a Bruxelles il 23-24 marzo: «La Russia, col suo comportamento aggressivo, mina e destabilizza i vicini, e tenta di interferire nella regione balcanica». Scenario costruito con la tecnica del capovolgimento della realtà: ad esempio accusando la Russia di tentare di interferire nella regione balcanica, dove la Nato ha «interferito» nel 1999 sganciando sulla Jugoslavia, con 1.100 aerei, 23.000 bombe e missili; e dove tutti gli Stati, tranne la Serbia, sono da tempo nell’ottica atlantica. Di fronte al grido di aiuto degli alleati, arriva l’Esercito Usa a «difendere l’Europa». La Defender-Europe 21, al comando dell’Esercito Usa in Europa e Africa, mobilita 28.000 militari degli Stati uniti e di 25 alleati e partner della Nato: per operazioni in oltre 30 aree di addestramento in 12 paesi, comprese esercitazioni a fuoco e missilistiche. Partecipano anche l’Aeronautica e la Marina Usa.

IN MARZO È cominciato il trasferimento dagli Stati Uniti in Europa di migliaia di soldati e di 1.200 mezzi corazzati e altri equipaggiamenti pesanti. Essi stanno arrivando in 13 aeroporti e 4 porti europei, compresi quelli italiani. In aprile, da tre depositi preposizionati dell’Esercito Usa – in Italia (probabilmente Camp Darby), Germania e Olanda – saranno trasferiti in varie aree di addestramento in Europa oltre 1.000 equipaggiamenti pesanti, che saranno trasportati con autocarri, treni e navi. In maggio, in 12 paesi, tra cui l’Italia, si svolgeranno quattro grandi esercitazioni. In una di queste, oltre 5 mila soldati di 11 paesi si spargeranno in tutta Europa per esercitazioni a fuoco. Mentre ai cittadini italiani ed europei sarà ancora vietato spostarsi liberamente, per ragioni di «sicurezza», il divieto non varrà per le migliaia di soldati che si sposteranno liberamente da un paese europeo all’altro. Avranno il «passaporto Covid», fornito non dalla UE ma dall’Esercito Usa, in cui si garantisce che essi sono sottoposti a «strette misure di prevenzione e mitigazione del Covid».

GLI STATI UNITI non vengono solo a «difendere l’Europa». La grande esercitazione – spiega nel suo comunicato l’Esercito Usa in Europa e Africa – «dimostra la capacità degli Stati uniti di essere partner strategico per la sicurezza nelle regioni dei Balcani e del Mar Nero, mentre sosteniamo le nostre capacità nel Nord Europa, nel Caucaso, in Ucraina e Africa». Per questo la Defender-Europe 21 «utilizza le fondamentali rotte terrestri e marittime che collegano Europa, Asia e Africa». Il generoso «Difensore» non dimentica l’Africa. In giugno, sempre nel quadro della Defender-Europe 21, andrà a «difendere» Tunisia, Marocco e Senegal con una vasta operazione militare dal Nord Africa all’Africa Occidentale, dal Mediterraneo all’Atlantico. Essa sarà diretta dall’Esercito Usa attraverso la Task Force dell’Europa Meridionale con quartier generale a Vicenza. Bisogna contrastare, spiega il comunicato ufficiale, «la malefica attività in Nord Africa ed Europa Meridionale e l’aggressione militare avversaria». Per i «malefici», è chiaro il riferimento a Russia e Cina. Il «Difensore dell’Europa» non è qui di passaggio. Partecipa alla Defender-Europe 21 il V Corpo dello US Army che, riattivato a Fort Knox nel Kentuky, ha costituito il proprio quartier generale a Poznan in Polonia, da dove comanderà le operazioni sul fianco orientale della Nato. Partecipano le nuove Brigate di assistenza delle forze di sicurezza, unità speciali dello US Army che addestrano e guidano in operazioni militari le forze di paesi partner della Nato (come Ucraina e Georgia).

QUANTO COSTERÀ la Defender-Europe 21? Si sa che a pagare saremo, con denaro pubblico, noi cittadini dei Paesi partecipanti, mentre scarseggiano le risorse per affrontare la crisi. La spesa militare italiana è salita quest’anno a 27,5 miliardi di euro, ossia a 75 milioni di euro al giorno. L’Italia ha però la soddisfazione di partecipare alla Defender-Europe 21 non solo con le proprie forze armate, ma quale paese ospite. Avrà quindi l’onore, in giugno, di ospitare l’esercitazione conclusiva del Comando Usa, con la partecipazione del V Corpo dello US Army da Fort Knox.

Articolo originale

MEETING MINUTES

Meeting Minutes

Ci deve essere in mezzo a tutte le confusioni dell’ora, un residuo provato e indisturbato di persone che non diventeranno portatrici di coercizione e violenza, pronte a stare in piedi da sole,
se necessario,
per la via della pace e dell’amore… #rufusjones #quaccheri

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Buon compleanno, Charles Gilpin (31 marzo 1815-Sept. 8, 1874)! #Quacchero inglese. #Pacifista. Oratore. Opponente della pena di morte. Editore di molti libri e memorie di importanti quaccheri. Nel 1842, Charles ha lanciato una rivista liberal Quaker intitolata ′′ The Friend.” Ancora oggi in pubblicazione, è uno dei più antichi periodici pubblicati in continuazione al mondo (www.thefriend.org). Nato a Bristol, Inghilterra. È morto nella sua casa al 10 di Bedford Square, Londra, Inghilterra. I funerali si sono tenuti al Friends Burial Ground, Winchmore Hill.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society.

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Buon compleanno Clara Nadig in Ragaz (30 marzo 1874-ottobre 1874 7, 1957). Socialista. Pacifista. Femminista. Prof. Attivista di temperanza. Avvocatessa per il socialismo religioso. Co-fondatore nel 1915 della sezione svizzera della Lega Internazionale femminile per la pace e la libertà (WILPF). Nel 1929 successe a Jane Addams come presidente co-internazionale di Wilpf. Nata a Chur, Svizzera. Morta a Zurigo, Svizzera.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society

Fa male guardare all’Uomo crocefisso . Ma è a quel luogo che, ancora oggi , possono guardare tutti gli abbandonati della terra, tutte le vittime innocenti della cieca violenza umana”
Luca Diliberto

  • Giornata Mondiale della Terra
  • 1867 nasce a Verbania , Arturo Farinelli, professore, storico ed erudito italiano
    ” Dio si fa strappare dal mondo sulla croce, è impotente e debole nel mondo, ma soltanto così ci è accanto e ci aiuta”
    Dietrich Bonhoeffer
  • Per la scarcerazione di Patrick Zaki:

O Padre mio, la mia fiducia nell’amor tuo mi rende tranquillo e la speranza in te mi infonde forza e pazienza, e io cammino con coraggio in questa strada di tribolazioni e di prove, al termine delle quali scorgo il riposo e la felicità.

Preghiera ebraica

In questa data nel 1568 (30 marzo) quattro anabattisti sono stati bruciati sul rogo a Sint Veerleplein (Piazza Veerle), Gand, Belgio.I loro nomi erano: Jan van Paris, Pieter van Cleves, Hendrik Maelschalk e Laurens Pieters. Nessuno di loro era ancora stato ricostruito.Lo specchio dei martiri include una lettera scritta da Hendrik dalla prigione. (Vedi lo specchio dei martiri, pp. 723-724.)~ La serie di esecuzioni anabattiste di Marginal Mennonite Society

In questa data, nel 1535 (30 marzo), circa 300 anabattisti attaccarono e occupavano il vecchio monastero (monastero) vicino a Bolsward, Friesland, nei Paesi Bassi settentrionali.Erano guidati da Jan van Geelen, che stava agendo da emissario dal ′′ Regno Anabattista del Munster ′′ (circa 200 km a sud-est, in Germania). Le autorità locali hanno pensato che riconquistare il monastero sarebbe stata una questione semplice. Ma si è reso necessario che stessero assediando il complesso per una settimana. Il monastero è stato ripreso il 7. aprileMolti anabattisti sono stati uccisi in battaglia. Di quelli sopravvissuti, diverse decine sono stati decapitati immediatamente, con il resto portato nella vicina Leeuwarden (30 km a nord-est). Dopo un breve trial, almeno 55 sono stati eseguiti. Questa tragica serie di eventi ha avuto un impatto negativo sugli anabattisti ovunque, compresi quelli non violenti.~ La Marginal Mennonite Society serie di storia anabattista

Buon compleanno, Mary Whiton Calkins (30 marzo 1863-Feb. 26, 1930). Pacifista. Femminista. Suffragista. Psicologo. Filosofo. Diplomato dallo Smith College. Prima presidente donna dell’American Psychological Association. Primo presidente donna dell’American Philosophical Association. Membro dell’American Civil Liberties Union. Membro della Compagnia di Riconciliazione. Membro della Lega internazionale femminile per la pace e la libertà (WILPF). Nato ad Hartford, Connecticut. Morto a Newton, Massachusetts. Seppellito nel cimitero di Mount Auburn, Cambridge, Massachusetts.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society

Il dialogo con gli altri si interrompe alla nostro rifiuto della cappellania militare, in primis!

In Svizzera si è euforici in questi giorni in ambito di chiese (cattolica o protestante riformata) per l’apertura a rabbini ebrei e rappresentanti islamici nella cappellania dell’esercito, a condizione dell’esclusione del razzismo e dell’antisemitismo.

Per noi quaccheri proprio la natura della comprensione militare di una comunità cristiana ci pone fuori dal dialogo con essi: che siano cristiani, ebrei o islamici, ben inteso.

Ci vengono in mente i libri letti in francese e tedesco dei pastori/preti sul fronte della prima Guerra Mondiale: ognuno sosteneva che Dio era con loro. Ma Dio era altrove, nel grido di disperazione, nei lamenti dei morenti, senza distinzione di parte.

Noi non ci limitiamo a rifiutare la guerra ma l’esercito stesso.

Gesù è stato il nonviolento nel caso estremo del suo arresto e del tentativo fermato da lui stesso dei discepoli ad opporsi all’arresto con le spade. Questo non viene insegnato a Catechismo cristiano e si accetta come normali “gli alpini”, i marò, ecc. Si benedicono navi da guerra, caserme, carri armati…

No non sono Amici di Gesù ma semmai suoi nemici nonostante il battesimo e tutti i sacramenti ricevuti. La Chiesa o le chiese non contano nulla come segno di appartenenza a Cristo. Perfino a un consacrato o un ordinato.

Non ha senso associarsi ai cattolici che sono l’esatto nostro opposto, in reti per il disarmo e contro il militarismo.

Siamo gli unici come gruppo religioso ad essere Premio Nobel per la Pace e lo dimostriamo anche oggi e non solo nel 1947: con l’obiezione di coscienza e l’aiuto al nemico (gli italiani e tedeschi in primis).

Il Kenya ha più quaccheri di qualsiasi altro paese al mondo. È stato gravemente colpito dagli attentati terroristici e ora dalla pandemia. Come quaccheri ci connettiamo spiritualmente con la loro situazione (′′ tienili nella luce ′′) e come socialisti cristiani offriamo la nostra solidarietà internazionale.

Il terrorismo usa le stesse armi degli eserciti. Uno che ammazza ammazza e basta.

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Meeting Minutes

Il Séder di Pesah: perché ci parla

 di Adelina Bartolomei

Una festa che quest’anno si concluderà in coincidenza con la domenica di Pasqua. Il ricordo di quando il mare si aprì e gli Israeliti poterono attraversarlo. La memoria del Signore che «passò oltre» 

La festa ebraica di Pesah cade la sera del 14 del mese di Nissan, nel plenilunio, e dura otto giorni, comprendendo anche, nel susseguirsi degli eventi salvifici, la festa degli Azzimi. La Pasqua cristiana conserva la medesima data, secondo quanto stabilito dal I Concilio ecumenico di Nicea (325), che collocò la festività nella prima domenica dopo il plenilunio di primavera.

Quest’anno Pesah inizierà la sera del 27 marzo e terminerà la sera del 4 aprile, la domenica di Pasqua. Dal grande racconto che è l’Haggadah, sappiamo che Pesah è una festa domestica, con al centro una cena, il Séder (ordinamento), che riunisce intorno alla tavola tutta la famiglia, e ricorda l’evento fondativo del popolo di Israele: «Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione, e lo celebrerete come una festa in onore del Signore; lo celebrerete di età in età come una legge perenne» (Esodo 12, 14).

In ricordo del grande miracolo che accadde il settimo giorno del Pesah, quando il mare si divise e gli Israeliti poterono attraversarlo, il sesto giorno in molte comunità si usa restare svegli tutta la notte, studiando la Torah. Il rito del Séder è arricchito da splendide preghiere e canti, letture bibliche e la consumazione di speciali cibi simboleggianti il “salto” da schiavitù a libertà.

Pesah vuol dire questo, che il Signore «passò oltre», risparmiando gli israeliti (Esodo 12, 1-20). Nelle varie raffigurazioni di questa cena si vede un grande vassoio in cui trovano posto quattro coppe di vino (una quinta comparirà più tardi), un mazzetto di erbe amare, memoria della schiavitù, una salsa chiamata haroset, in ricordo dell’impasto con cui gli israeliti lavoravano i mattoni, un uovo, lo zampetto di agnello, con cui furono segnate le loro case, e le azzime. È su queste che vorrei soffermarmi, su questo “pane di povertà” che nel Séder attraversa via via molti stadi e diversi significati simbolici, fino a un ultimo significato messianico.

Il Séder inizia con la benedizione (Kiddush) sulla prima coppa di vino e la divisione delle azzime: la metà della seconda azzima (l’afikòmen) viene nascosta sotto la tovaglia, avvolgendola in un telo, in ricordo del modo in cui gli ebrei lasciarono l’Egitto: «Il popolo alzò il suo impasto quando non era ancora lievitato, i residui legati nei loro vestiti sulle loro spalle» (Esodo 12, 34). Sulla seconda coppa di vino inizia il racconto, si recitano commenti di grandi Maestri e si canta il Dayenu, con cui si ricordano uno per uno tutti i benefici di Dio, uno solo dei quali “ci sarebbe bastato”.

Vengono poi distribuite le mazzot (un pezzo della prima e un pezzo della seconda). Seguirà la benedizione sul pasto e sulla terza coppa. Tra la terza e la quarta coppa se ne riempie una quinta, che non verrà bevuta. È quella destinata al profeta Elia, per il quale viene apparecchiato un posto al tavolo. Dopo la cena si mangia la parte di azzima nascosta, l’afikòmen, che significa “qualcosa che viene dopo”. Sarà l’ultimo cibo che verrà consumato, a conclusione del Séder, e verrà cercato e trovato dai bambini: «In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto» (Marco 10, 14-15).

Per comprendere il significato dell’afikòmen bisogna partire, come ricorda Anna Segre, dalla mazzà (l’azzima), che rappresenta all’inizio “il pane dell’afflizione”, simbolo della schiavitù, con cui ci si identifica; ma ricorda anche la fuga verso la libertà, che non lasciò il tempo di far lievitare il pane, e che è attualizzata nel Memoriale. E l’ultima volta che la mazzà compare (quella metà della seconda azzima, nascosta e ritrovata), rappresenta l’agnello del sacrificio, che veniva mangiato “alla fine” del pasto comune.

Il Séder si conclude aprendo la porta al profeta Elia, annunciatore del Messia. Prima di affrontare il cammino che lo avrebbe condotto a morte, Gesù condivide con i discepoli e le discepole un Séder di Pesah, secondo i Sinottici, che si differenziano da Giovanni. E sul tipo di cena consumata da Gesù, vi sono letture diverse e pareri diversi tra gli esegeti e interpreti. In Marco (14, 12-15) si narra: «i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?” … dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la stanza in cui mangerò la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà di sopra una grande sala ammobiliata e pronta; lì ap- parecchiate per noi».

Ancora in Marco (14, 26) leggiamo che Gesù uscì per recarsi al Monte degli Ulivi: «dopo aver cantato l’inno», e in Luca è scritto: «dopo aver cenato, diede loro il calice» (22, 20). La liturgia del Séder non era allora quella che conosciamo oggi, ma nel rito attuale, quando si riempie il terzo bicchiere di vino, si dice: “In ricordo del sacrificio pasquale che veniva mangiato quando si era sazi”.

La cena di Gesù con i discepoli e la successiva cattura, crocifissione e morte sono collocate nei testi evangelici al confine tra la festa di Pesah e la festa degli Azzimi, anzi “il primo giorno degli Azzimi”. Erano entrambe feste solenni e tutto quello che è accaduto e che viene narrato è storicamente problematico. In quei giorni si dovevano osservare molti precetti (mizvot), che sarebbero stati tutti trasgrediti dal grande affaccendarsi per catturare, processare e crocifiggere Gesù. Anche il giorno della morte, anzi la sera, siamo su un confine, essendo ormai prossimi alla festa, tanto che solo chi, benché giudeo, si era fatto in cuor suo discepolo di Gesù, poté aver cura del suo corpo senza vita: «Giuseppe d’Arimatea… si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù.

E, trattolo giù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato deposto. Era il giorno della Preparazione, e stava per cominciare il sabato» (Luca 23, 52-54). A questo ci fa pensare quell’azzima detta afikòmen, avvolta in un telo, perché non si confonda con le altre; quella mazzà che “viene dopo la cena”, e che simboleggia l’agnello. Dall’agnello che salvò Isacco, sostituendolo in sacrificio (Genesi 22, 7-8), all’agnello il cui sangue fu segno di salvezza per gli israeliti la notte in cui lo Sterminatore passò sull’Egitto uccidendo tutti i suoi primogeniti (Esodo 12-29) all’identificazione di Gesù come “agnello” salvatore, presente in alcuni testi redatti in greco tra gli anni 80 e 100 (Giovanni, Atti, Apocalisse), non c’è soluzione di continuità nel simbolismo fino all’attestazione del Battista: «E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio» (Giovanni 1, 34), con cui si imprime al percorso un salto significativo.

L’agnello è transitato nel pane, nella mazzà: «e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Giovanni 6, 51). La consumazione dell’agnello del sacrificio apre al secondo tempo del percorso di liberazione (Pesah e Azzimi), e al passaggio dell’angelo sterminatore fa seguito il passaggio del Mar Rosso (Esodo 12, 17). È una notte di veglia… Gesù si avvia al Monte degli Ulivi a pregare e invita anche i discepoli a “vegliare e pregare”… «Questa è una notte da celebrarsi in onore del Signore, perché egli li fece uscire dal paese d’Egitto; questa è la notte di veglia in onore del Signore per tutti i figli d’Israele, di generazione in generazione» (Esodo 12, 42).

«Questa notte è la “leil shimurim”, “la notte in cui si osserva”, la notte in cui tutte le nostre generazioni osserveranno le mizvot per ricordare la liberazione; ma anche la notte in cui Dio ci osserva, veglia su di noi» (Haggadah di Pesah). Dopo la distruzione del Tempio e dell’altare, la mensa sostituisce l’altare, come la preghiera sostituirà il sacrificio: «E sostituiremo i buoi, con le nostre labbra» (Liturgia ebraica).

Questa è la trasformazione, questo ci è chiesto di osservare: in memoria di Lui condividere fraternamente una mensa, spezzare insieme il pane e, con la preghiera, indirizzare questa esperienza oltre la dimensione amicale, per riconoscere che tutto è dal Padre, dalla creazione alla liberazione, dallo Spirito del Padre attraverso il Figlio, in un cammino non esaurito, un compimento messianico da attendere «con i fianchi cinti e le lucerne accese» (Esodo 12, 11; Luca 12, 35), vegliando e pregando: «Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte  del Signore, finché egli venga» (I Corinzi 11, 26).

Militari italiani ad addestrarsi alla guerra in Egitto, ma Guerini non lo sa

28.03.2021 – Antonio Mazzeo

Militari italiani ad addestrarsi alla guerra in Egitto, ma Guerini non lo sa
(Foto di http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/)

“Abbiamo provveduto a rarefare le nostre interazioni, visite, scambi di personale, attività addestrative congiunte, escludendo, già a partire dal 2017, quelle di potenziale attenzione mediatica soprattutto per la controparte, quelle di alto valore operativo con il coinvolgimento di assetti pregiati, intelligence e forze speciali…”. Per il ministro della difesa Lorenzo Guerini, ascoltato l’estate scorsa in Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni, le relazioni tra le forze armate italiane e quelle della Repubblica Araba d’Egitto si sono inevitabilmente raffreddate dopo la morte del giovane ricercatore e l’evidente indisponibilità del regime di al-Sisi a far luce sui responsabili del suo rapimento e della sua esecuzione.

Alcune note stampa del governo egiziano e del Pentagono smentiscono però il ministro Guerini: nel settembre 2018, infatti, i militari italiani sono stati impegnati in una lunga e complessa esercitazione aeronavale e terrestre nell’Egitto nord-occidentale, accanto ai reparti d’élite delle forze armate egiziane e USA e di quelle di altri due imbarazzanti partner mediorientali, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, contestualmente impegnati a bombardare la popolazione civile in Yemen anche con velivoli e bombe made in Italy. Peccato però che della partecipazione italiana alla maxi-esercitazione multinazionale in Egitto non c’è traccia nei report dello Stato Maggiore della difesa, di norma prodigo a fornire particolari sugli uomini e i sistemi d’arma impiegati nei giochi di guerra d’oltremare.

Bright Star, cioè stella luminosa, è il nome in codice dell’esercitazione tenutasi dal 10 al 20 settembre 2018 ad ovest di Alessandria d’Egitto, con quartier generale e comando operativo nella base militare “Mohamed Naguib del governatorato di Marsa Matruh, al confine con la Libia. Secondo il portavoce delle forze armate egiziane, Tamer El-Refaei, a Bright Star 2018 hanno partecipato unità di Egitto, Stati Uniti d’America, Grecia, Giordania, Italia, Francia, Arabia Saudita, Regno Unito ed Emirati Arabi, più “osservatori” provenienti da 13 nazioni: Libano, Rwanda, Iraq, Pakistan, India, Kenya, Tanzania, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ciad, Sud Africa, Senegal e Canada.

War games all’ombra delle piramidi tornati all’antico splendore dopo quasi dieci anni di stop per le crisi politiche che hanno investito l’Egitto con la primavera araba e per le tensioni tra Washington e il Cairo al tempo di Obama a causa della repressione delle opposizioni da parte della giunta del generale al-Sisi. Bright Star aveva preso il via con cadenza biennale dopo il 1981 e con la sola partecipazione delle forze armate USA ed egiziane per poi allargarsi ad altri paesi alleati dopo l’11 settembre 2001. Alle due ultime edizioni (2007 e 2009) avevano partecipato anche alcuni reparti terrestri e aerei italiani con tanto di comunicato stampa del Ministero della Difesa. Nel settembre 2018, il caso Regeni e forse la stessa presenza dei cacciabombardieri delle petromonarchie arabe reduci dalle operazioni in Yemen devono invece aver convinto il governo a evitare ogni menzione sull’inopportuna trasferta militare in Egitto.

“L’esercitazione Bright Star si inserisce nel quadro delle esercitazioni militari congiunte tra le forze armate egiziane e quelle di altri paesi, con lo scopo di promuovere e accrescere le relazioni dell’Egitto con i suoi vicini e Ie nazioni partner, nonostante gli odierni difficili tempi nella regione mediorientale”, riporta la nota stampa dello Stato Maggiore egiziano. “Lo spirito delle esercitazioni è quello di scambiare le esperienze e assicurare il coordinamento tra le unità partecipanti, standardizzare le strategie e rafforzare le reciproche competenze, così come sviluppare le metodologie operative e l’addestramento anti-terrorismo e la guerra non-tradizionale”.

Lunghissimo l’elenco delle attività belliche realizzate nel corso di Stella luminosa 2018: bombardamenti e combattimenti in aria, missioni di velivoli da riconoscimento per l’individuazione di “gruppi e obiettivi terroristici”, operazioni di guerra psicologica, rifornimento in volo, supporto di fuoco alle forze terresti, lanci di paracadutisti, finanche la simulazione dell’infiltrazione di un gruppo armato di terroristi in un’area residenziale e la sua “purificazione” da parte delle forze speciali.  “Sono stati schierati inoltre i principali gruppi da combattimento della fanteria meccanizzata, supportati da una combinazione di cacciabombardieri ed elicotteri dotati di cannoniere, per effettuare l’incursione ed asssistere gli elementi delle forze d’assalto di diversi paesi per ripulire e controllare il villaggio occupato e arrestare i terroristi presenti, mentre il personale medico e logistico si è incaricato di riparare le infrastrutture colpite e fornire alla popolazione i beni e i servizi necessari”, aggiungeva lo Stato Maggiore egiziano.

Numerose anche le attività svolte in ambito navale: combattimento contro le “minacce non stereotipate”, esercitazioni congiunte diurne e notturne, scambio di elicotteri a bordo delle differenti unità da guerra, utilizzo dal vivo di munizioni di calibri differenti contro molteplici target, caccia ai sottomarini in immersione, assalto di navi sospette, neutralizzazionene e detonazione di mine subacque, operazioni di ricerca e soccorso (SAR), evacuazione di personale ferito, ecc.. A coordinare e visionare Bright Star i vertici delle forze armate di Egitto e Stati Uniti: il ministro della difesa gen. Mohamed Zaki e il Capo di Stato maggiore dell’esercito gen. Mohamed Farid per il paese nordafricano; il Comandante in capo del Comando centrale CENTCOM, gen. Joseph Votel e il Comandante di US Army, gen. Michael Garrett, per gli USA. Ignoti sino ad oggi i reparti italiani impiegati.

Tre mesi più tardi di Bright Star, le forze aeronavali di Egitto, Regno Unito ed Italia si sono ritrovate fianco a fianco in un’esercitazione nelle acque nazionali egiziane del Mediterraneo. “Numerose le operazioni svolte insieme da diverse unità da guerra della Marina egiziana, dall’unità da sbarco RFA Lyme Bay del Regno Unito e dalla fregata Carabiniere italiana”, riporta il comunicato emesso dal regime di al-Sisi. “Esse hanno avuto lo scopo di identificare nuove tattiche da combattimento navale e contro differenti minacce alla sicurezza nel Mediterraneo. L’esercitazione ha evidenziato la capacità difensiva e l’efficienza delle forze partecipanti nell’implementare e svolgere missioni e compiti collettivi”. Per la cronaca, la Carabiniere è una fregata missilistica della classe Bergamini specializzata nella lotta anti-sommergibile. Fincantieri S.p.A. ha venduto lo scorso anno due unità simili alla Marina egiziana; la prima fregata è stata consegnata a fine dicembre 2021, mentre la seconda dovrebbe giungere ad Alessandria da qui a pochi mesi.

Sempre secondo lo Stato Maggiore delle forze armate egiziane, osservatori militari italiani hanno presenziato all’esercitazione aero-navale “Medusa 10” che si è tenuta nelle acque del Mediterraneo nel dicembre 2020, presenti le unità di Egitto, Grecia, Francia e Cipro. Ad assistere ai war games anche gli osservatori di Germania, USA, Giordania, Sudan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Alla guida del Ministero della difesa italiano – allora come oggi – Lorenzo Guerini…

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Comprendere l’innalzamento dei mari

L’innalzamento del livello dei mari è una delle conseguenze meno conosciute dei cambiamenti climatici, ma in futuro influenzerà la vita di milioni di persone nel mondo

Di Giacomo Rosso

Il cambiamento climatico, o meglio la crisi climatica è un fenomeno ormai noto e le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, in particolare quelle a breve termine. Basti pensare agli aumenti dell’incidenza di tifoni, uragani e tempeste tropicali dovuti all’innalzamento delle temperature globali, secondo uno studio del maggio 2020.

Alcuni gruppi di ricercatori stanno concentrando il loro lavoro anche sulle conseguenze a medio-lungo termine dei cambiamenti climatici. Una di queste è l’innalzamento del livello dei mari: anche in questo caso il dito è puntato contro la crescita delle temperature. Lo scioglimento dei ghiacciai e dei ghiacci perenni dei poli riversa enormi quantità di acqua dolce negli oceani (causando anche diverse problematiche alla vita marina), e innesca un processo lento ma inesorabile, che vedrà sommergere chilometri e chilometri di coste nel corso degli anni.

Il progetto europeo SAVEMEDCOASTS-2 sta procedendo ad un’analisi di questi dati per studiare gli effetti dell’inevitabile aumento del livello del Mediterraneo, ma anche per costruire materiale divulgativo su questi fenomeni. Mai come ora si sente la necessità di coinvolgere la popolazione e di renderla consapevole dei processi che la coinvolgono.

In un futuro abbastanza vicino nel tempo (sicuramente entro il 2100) l’innalzamento dei mari potrà raggiungere i 40 cm. A uno sguardo disattento possono apparire una misura contenuta, ma gli effetti sarebbero molto ampi: bisognerebbe ridisegnare del tutto la carta delle coste italiane, ampliando un golfo nella laguna Veneta e restringendo le coste della Sicilia, con le Eolie che assumerebbero dimensioni decisamente più contenute.

Questi eventi non avranno ripercussioni solo sulla vita delle popolazioni costiere, perché si renderebbero necessari spostamenti, ridefinizioni di territori e competenze amministrative, ad esempio, innescando fenomeni sociali che coinvolgerebbero anche le comunità più lontane dalle coste. Da qui la necessità di aumentare la consapevolezza nelle persone riguardo all’adozione di comportamenti adeguati che possano contribuire alla mitigazione di un fenomeno già in atto. Sembra difficile, al momento, interrompere completamente il processo, ma rallentarlo non è impossibile, secondo i ricercatori.

Nella storia del pianeta Terra eventi di questo tipo si sono verificati più volte, con innalzamenti e decrescite dei livelli del mare. Per fare un esempio, durante l’ultimo picco glaciale, tra 80.000 e 20.000 anni fa, il mare Adriatico era molto più ristretto di come lo conosciamo oggi, e una grande pianura si estendeva fino all’altezza dell’attuale Ancona. Rimanendo in Italia, anche sul lato tirrenico si potevano notare grandi differenze rispetto ad oggi: la Sardegna e la Corsica erano unite in una sola grande isola, che quasi lambiva le coste toscane. Anche in quel caso però, lo scioglimento dei ghiacci fece sì che il mare si innalzasse fino a raggiungere i livelli moderni, provocando spostamenti di mandrie di animali e di conseguenza delle popolazioni umane al loro seguito.

Se da un lato, quindi, le ridefinizioni delle linee costiere possono essere considerate una costante della storia terrestre e rappresentano fenomeni con cui l’umanità fa i conti da tempo, la velocità a cui si stanno muovendo nei nostri giorni rappresenta una novità importante. Non è ancora del tutto chiaro quante e quali comunità saranno influenzate se non messe in pericolo da questi cambiamenti, ma una loro maggiore conoscenza potrà aiutarci ad affrontare la situazione.

Foto di reie-kreation via Istock