L’anomalo rapimento di Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo Orientale

22.02.2021 – Luca Cellini

L’anomalo rapimento di Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo Orientale
L’ambasciatore Luca Attanasio (Foto di Archivio Pressenza)

Ho appreso con tristezza dai giornali della morte di Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo
Una persona molto particolare, che aveva contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari, una persona che da sempre nella sua vita e nella sua condotta di vita, si era distinta per altruismo, per la dedizione e per spirito di servizio a sostegno delle persone più in difficoltà.
Sposato, e padre di tre bimbe. La moglie, Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che ogni anno si dedica a salvare la vita a centinaia di bambini nelle aree più povere del Paese.
Questo per comprendere meglio la figura di Luca Attanasio, un uomo per bene, una persona sicuramente valida e di buona volontà.
Mi sono soffermato in particolare sulla dinamica della sua uccisione, almeno quella che è stata riportata dagli organi di informazione che hanno scritto sulla sua morte: un gruppo locale, una banda criminale del posto che volevano rapire l’ambasciatore italiano per poi chiederne  il riscatto. Così quanto viene in prima battuta riportato.

Un gruppo però, oltre che criminale, mi si passi il termine usato in modo improprio, particolarmente “audace”, che voleva osare tanto, che puntava molto in alto, ciò almeno nei loro intenti di rapimento.
Dico questo, perché rapire un ambasciatore ben conosciuto e stimato dalla popolazione in tutta la zona, un diplomatico ufficiale di una potenza occidentale, non è certo cosa da poco. Come non sarebbe stato per niente da poco, gestirne dopo il rapimento la reclusione, fino ad arrivare ad ottenere un riscatto. Si parla di un ambasciatore.
Un gruppo che a vedere poi come sono andate le cose, è risultato anche essere particolarmente maldestro, perché al passaggio della macchina con a bordo Attanasio, facendo fuoco sul mezzo per fermarlo, così almeno riportano le cronache dei giornali, alla prima sventagliata di mitra, non solo hanno ucciso l’ambasciatore, ma anche tutti gli altri presenti a bordo dell’auto. Il gruppo poi avrebbe abbandonato velocemente la macchina e il luogo del tentato rapimento.

In una nota ufficiale il portavoce locale ha riferito che l’attacco faceva parte di un tentativo di rapire il personale.

In un’altra nota, successiva ancora, si afferma che, secondo una prima ricostruzione delle fonti di polizia locali, adesso al vaglio degli inquirenti italiani, a morire durante l’attacco pare sia stato solo l’autista e che Attanasio e Iacovacci sarebbero stati trasportati nella foresta e poco dopo uccisi.  L’ambasciatore Attanasio, il carabiniere di scorta Iacovacci e l’autista, tutti uccisi.
Un rapimento che a soffermarsi sulla dinamica e mettendosi un attimo a pensare, risulta particolarmente anomalo. Un rapimento che non fosse per via di quello che ci riporta la stampa specializzata che poi sta alle fonti locali, potrebbe invece apparire più come un attentato, un’esecuzione, o forse, facendo uso della morte di persone sfortunate, un preciso messaggio rivolto a un’intera nazione.

Le uccisioni di Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci, e dell’autista, sono avvenute nel Congo Orientale.
L’Eldorado del cobalto. Probabilmente non esiste al mondo un paese che esemplifichi così bene la contraddizione tra ricchezza di risorse naturali e povertà della popolazione come la Repubblica Democratica del Congo (RDC),  l’ex Congo belga, da non confondersi con la Repubblica del Congo, ovvero l’ex Congo francese. Senza ombra di dubbio, le sue miniere estrattive sono le più ambite del pianeta, ciò non solo per il quadro normativo molto elastico e deregolato, che ne definisce il funzionamento, ma soprattutto perché le miniere della Repubblica Democratica del Congo contribuiscono con una percentuale record alla produzione mondiale dei minerali più strategici di questo periodo storico.

Il tesoro minerario della Repubblica Democratica del Congo

Vista da fuori, la Repubblica Democratica del Congo appare oggi come una succulenta torta da spartire.
Circa il 60% del cobalto estratto a livello mondiale, si concentra in questo paese, il minerale indispensabile che alimenta le batterie ricaricabili agli ioni di litio da cui prendono vita i nostri smartphone, i tablet, i computer portatili e le auto e persino le bici elettriche.
Lo sfruttamento economico del Congo a livello storico ha ben pochi precedenti per quanto riguarda intensità e vastità.
Fino dai tempi in cui era colonia belga alle dipendenze del Re Leopoldo, il controllo dei giacimenti dei diamanti, dell’oro e del coltan nel Congo orientale, rappresenta di fatto avere il controllo su un moderno Eldorado, uno fra i più ricchi al mondo che è stato, ed è tutt’ora in mano europea e di potenze straniere, le quali per gestire i loro affari non disdegnano affatto trattare o servirsi spesso anche dei gruppi armati locali, sebbene questi siano poi riportati ufficialmente come bande criminali e terroriste.

Un affare ultramiliardario con degli interessi in gioco a livello strategico e globale, quello dell’estrazione del Coltan, qualcosa che vede spesso lo sfruttamento della popolazione più povera del paese, impiegata nell’estrazione dalle miniere del minerale a mani nude, con l’uso senza nessun scrupolo di migliaia di bambini.

Percentuali di estrazione di cobalto a livello mondiale, in rosso la quota percentuale estratta nella Repubblica Democratica del Congo.

L’Italia come accaduto sovente nella nostra storia, arriva spesso dopo, ed in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, l’Italia risulta essere una delle ultime potenze occidentali arrivate in zona. Una delle maggiori aziende italiane che opera nella Repubblica Democratica del Congo, è l’ENI, coinvolta anche in aspetti controversi che riguardano delle licenze ottenute da Eni nel Paese africano e che sono sotto la lente d’ingrandimento della magistratura italiana, fatti esposti e contenuti all’interno del Rapporto Re Common.

“Il Caso Congo” attualmente al vaglio della magistratura, prende in esame i vari protagonisti di una vicenda a dir poco problematica e complessa, Eni, il cui azionista di maggioranza è lo Stato (ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti) è ad oggi indagata per corruzione internazionale ai sensi della legge 231 del 2001, dall’attuale amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e la sua consorte, passando per il manager Roberto Casula per poi arrivare a uomini d’affari stranieri, come ad esempio l’inglese Alexander Haly.

Stiamo parlando di altri fatti, ben lontani dal rapimento e dall’uccisione dell’ambasciatore Attanasio, ma che sicuramente mettono in luce aspetti di forte tensione internazionale che si stanno giocando attualmente nella Repubblica Democratica del Congo.

Gli elementi e le prove che possano indirizzare su una pista le indagini di questo rapimento finito molto male, sicuramente verranno raccolti in seguito.
Detto ciò è credibile che al di là delle versioni ufficiali del momento, nel cercare nei prossimi giorni una pista che soprattutto conduca a una possibile motivazione del perché di un rapimento così anomalo, per di più finito così male, i nostri servizi avranno molto di che indagare nel Congo Orientale, ma è presumibile credere, per avere un quadro più completo, che si possa anche e soprattutto indagare, fuori dai confini della Repubblica Democratica del Congo, magari chissà, nei paesi presenti in RDC, i nostri cosiddetti “alleati”, proprio qua, in occidente.