Aruká Juma: morto di covid l’ultimo membro dell’etnia juma

28.02.2021 – Paolo D’Aprile

Aruká Juma: morto di covid l’ultimo membro dell’etnia juma

Caetano Veloso scrive e canta l’epopea di un indio. “Indio” nel senso di indigeno, natural da terra, nativo originario, erede di quegli uomini che attraversarono lo stretto di Bering e popolarono le Americhe. “Indio” perché creduti da Colombo abitanti delle Indie. Caetano Veloso scrive e canta la profezia di un indio, forse l’ultimo: scenderà da una stella colorata, brillante, veloce come freccia, come la luce, dopo lo sterminio dell’ultima nazione indigena, degli ultimi popoli isolati, dopo l’annientamento dello spirito degli uccelli e quando ogni fonte di acqua limpida sarà ormai solo una pozza secca, l’Indio arriverà e si poserà sul cuore dell’emisfero sud, in America, e in quell’esatto momento, nello spazio di un istante, tutto si rivelerà nella sua chiarezza, ogni dubbio verrà dissipato. 

La canzone fu scritta negli anni settanta, ma i poeti sanno come interpretare anche il mondo che verrà. E quel mondo descritto da Caetano Veloso tanti anni fa, è arrivato davvero. La devastazione dell’immensa Amazzonia, la distruzione del territorio nazionale, la scomparsa di animali e alberi per far posto alle miniere, l’uso massiccio dei veleni nell’agricoltura latifondista, l’abolizione delle norme di protezione ambientale, tutto si avverato nel modo più crudele. Il Brasile muore lentamente sotto gli occhi del mondo infame. Un mondo che non ha mai favorito la crescita economica sostenibile, ma ha sempre finanziato e stimolato il retrocesso industriale, attraverso l’appoggio esplicito a politiche protezionistiche, l’incentivo alla monocultura, alla produzione di materie prime da comprare a basso costo per poi rivendercele manifatturate a prezzi altissimi. 

Ignoro se il console italiano, l’ambasciatore, gli alti funzionari del ministero, gli inviati della comunità europea, sempre presenti capillarmente in tutto il territorio nazionale, informino, con dovizia di dati e analisi obiettive, quello che sta succedendo in Brasile. Lo ignoro. Ad ogni modo il silenzio internazionale, il silenzio dei governi e delle istituzioni preposte alle relazioni tra i paesi, ha qualcosa di molto inquietante. Nel momento in cui il governo italiano diventa un comitato di gestione d’affari, direttamente commissariato dall’Unione Europea, il Brasile trema. Infatti da tempo serpeggia l’idea di un intervento esterno per salvare le risorse ambientali dalla politica suicida di distruzione. Un intervento diretto dalle potenze occidentali, già presenti sul territorio, con i loro tecnici e consiglieri, con le loro ONG, con le connivenze esplicite di molti magistrati legati a Think Tank potentissime, a loro volta, propaggini di agenzie di spionaggio istituzionale ed industriale. L’idea è quella antica ed efficientissima del bastone e la carota: stimolare la distruzione attraverso l’appoggio del governo Bolsonaro per poi intervenire con la forza, sia economica che militare, per togliere la sovranità brasiliana su quello che viene considerato patrimonio comune, il polmone del mondo, l’Amazzonia. È stato detto, è stato scritto, è stato divulgato. Macron, lo ha detto, Biden lo ha detto e qui mi fermo perché la lista è lunga.

Oggi, l’insufficienza respiratoria, il Covid, la pandemia, che ha già ucciso 255.000 brasiliani, uccide Aruká Juma, l’ultimo uomo dell’etnia Juma. Lottava per la vita fin dalla nascita, 86 anni fa. Lottava per la sua terra, per la sua gente, per la sua lingua, la sua storia, la sua dignità. Nelle ultime settimane la lotta era per quel filo d’aria che i polmoni non riuscivano più a trattenere senza l’aiuto di tubi e respiratori. Aruká Juma, lascia tre figlie e quattordici nipoti ai quali ha insegnato tutto quello che imparò da suo padre e da suo nonno, quando ancora erano 15.000 le persone della sua gente. Aruká Juma vide la sua terra essere invasa dai cercatori d’oro e di pietre preziose, vide la foresta essere abbattuta e incendiata, vide la sua gente morire massacrata a colpi di fucile dell’esercito, braccio armato del latifondo. La sua lotta riuscì ad obbligare il governo centrale a riconoscere l’esistenza del suo popolo, il cui territorio venne incluso nel programma federale di protezione solamente nel 2004.

La Coiab (Coordinamento delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana), la APIB (Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile) e l’OPI (Osservatorio dei diritti umani dei popoli indigeni isolati) scrivono un comunicato durissimo: “L’ultimo uomo sopravvissuto del popolo Juma è morto. Il governo brasiliano si è dimostrato ancora una volta incompetente per una criminale omissione. Aruká è stato assassinato dal governo, lo stesso governo che ha ucciso i suoi genitori e progenitori. È una perdita irreparabile e devastante”. Accusano il governo di omicidio. 34.592 indios appartenenti a decine di etnie diverse, sono stati infettati, 783, sono morti, non a causa del Covid, ma per la mancanza di un piano nazionale di protezione per le persone più vulnerabili: un’azione deliberata del governo assassino di Bolsonaro.

Ma un Indio arriverà, scrive e canta Caetano Veloso. Arriverà  preservato in pieno corpo fisico e si rivelerà ai popoli del mondo, tranquillo, impavido e infallibile, scenderà da una stella e si poserà sul cuore dell’emisfero sud: Aruká Juma.

Siria, ancora guerra, dieci anni dopo

28.02.2021 – Gianmarco Pisa

Siria, ancora guerra, dieci anni dopo
Syrian Civil War, July 7, 2020 (Foto di Map سوریه در صلح – CC BY SA 4.0: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93071208)

Con una serie di bombardamenti negli ultimi giorni, di cui è stata diffusa notizia a mezzo stampa, gli Stati Uniti tornano ad aggredire la Siria, colpendo direttamente milizie filo-iraniane alleate del governo siriano nelle operazioni militari che continuano ad interessare il Paese. Da quanto si apprende, ad essere colpite sarebbero state le milizie di Kait’ib Hezbollah e Kait’ib Sayyid al Shuhad, e gli attacchi statunitensi sarebbero avvenuti nella Siria orientale, al confine con l’Iraq, una regione, tra l’altro, strategica, sia dal punto di vista delle risorse energetiche, perché legata al controllo delle vie di rifornimento e di distribuzione del petrolio, sia dal punto di vista del controllo territoriale, dal momento che vi continuano ad operare le milizie oscurantiste dello Stato Islamico (ISIS) e che ancora sono, in parte, sottratte al controllo effettivo delle autorità siriane. Il rischio di una escalation, lo spettro di una precipitazione incontrollata dell’aggressione, torna dunque ad affacciarsi: da quanto si apprende dagli organi di informazione, infatti, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha riferito che il presidente USA, Joe Biden, «difenderà sempre gli americani di fronte a ogni possibile minaccia». Il rischio che i raid militari e la rinnovata tensione nella regione possano ulteriormente rafforzare la guerra e allontanare la pace, rendendo sempre più precaria l’ipotesi di una soluzione politica, torna dunque alto.

La motivazione addotta dagli Stati Uniti sarebbe stata quella di dare un’immediata risposta ai recenti attacchi contro le forze statunitensi in Iraq, attacchi iniziati il 15 febbraio, e proseguiti sino ai giorni scorsi, pure questi attribuiti a milizie filo-iraniane. Le ragioni effettive dell’aggressione paiono invece essere ben altre e non nascondono i reali interessi della Casa Bianca e del Pentagono: ricuperare un ruolo strategico di primo piano degli Stati Uniti nell’area; piegare gli ulteriori sviluppi del conflitto in Siria in una direzione più favorevole, dal punto di vista strategico, agli Stati Uniti e al loro principale alleato nella regione, lo Stato di Israele; dare un segnale alla Russia, che, con il proprio sistema di alleanze, con la Turchia, da un lato, e con l’Iran, dall’altro, sempre più si è affermata, negli ultimi anni, come protagonista nel conflitto in Siria e, in generale, nella regione mediorientale; condizionare, infine, il tavolo diplomatico sul nucleare iraniano. Non a caso, a dispetto di quanto a gran voce richiesto dalle organizzazioni pacifiste e antimilitariste, gli Stati Uniti hanno confermato di non avere, allo stato, intenzione alcuna di rivedere le dure e assai ampie sanzioni imposte all’Iran.

È possibile osservare un «cambio di passo» della nuova amministrazione statunitense a guida “democratica”, con tutti gli elementi di «continuità e superamento» che sembrano caratterizzarla: se la strategia di Trump puntava sugli aspetti della guerra economica e della guerra commerciale, peraltro con una singolare aggressività “diplomatica”, come ha ampiamente mostrato la strategia dei cosiddetti Accordi di Abramo a vantaggio esclusivo dello Stato di Israele e in violazione dei diritti di autodeterminazione dei popoli, a partire dai popoli della Palestina e del W. Sahara; la strategia di Biden potrebbe accelerare anche sul versante della guerra aperta, in nome di quel «multilateralismo assertivo» che non rinuncia al «primato americano», da confermare anche con aggressioni e interventi militari diretti, in piena continuità con i suoi predecessori “democratici”, Barack Obama, con l’aggressione alla Libia e alla Siria, e, più indietro nel tempo, Bill Clinton, con la scandalosa campagna di aggressione alla Jugoslavia. Ieri con Trump e, diversamente, oggi con Biden, non si riduce la minaccia per la pace e la sicurezza internazionale rappresentata dall’imperialismo USA.

Altro dovrebbe essere lo sforzo che, a maggior ragione nel momento drammatico della crisi e della pandemia del tempo presente, dovrebbe accompagnare gli attori internazionali: uno sforzo di pace con giustizia sociale e per un multipolarismo rispettoso dei diritti dei popoli; a fianco di chi lotta per la pace, la democrazia e la giustizia, nel Medio Oriente e nell’intero bacino del Mediterraneo; dalla parte dei diritti dei popoli e della solidarietà internazionale. Non smettiamo di volgere lo sguardo alla Siria, a dieci anni, ormai, dall’inizio del conflitto, per la fine immediata delle interferenze, delle ingerenze e delle aggressioni e per la immediata cessazione delle forniture di armi che alimentano sempre più la guerra nel Paese; per l’assistenza ai profughi e agli sfollati, concordando l’apertura di canali legittimi di soccorso e di assistenza alle vittime del conflitto; per un cessate-il-fuoco definitivo; per la fine dell’embargo e delle sanzioni economiche che affamano il popolo siriano; per l’avvio di un percorso per una soluzione politica del conflitto in linea con i principi di integrità territoriale e di libera autodeterminazione del popolo siriano in tutte le sue espressioni e articolazioni etniche e culturali, nel rispetto dell’autodeterminazione e di tutti i diritti per tutti e per tutte.

Liberia, indagine sui disastri ambientali dell’industria della gomma naturale

27.02.2021 – Source International

Liberia, indagine sui disastri ambientali dell’industria della gomma naturale
Impianto di lavorazione della gomma (Foto di Source International)

In occasione della quinta Assemblea Ambientale delle Nazioni Unite (UNEA-5), l’organizzazione Source International, in collaborazione con Swedwatch, Mighty Earth e Green Advocates ha presentato i risultati di uno studio sugli impatti su ambiente e diritti umani della compagnia Firestone per chiedere azioni concrete e riparazioni per le popolazioni colpite. L’associazione, che da anni si impegna a raccogliere prove degli impatti industriali in tutto il mondo, illustra la situazione in Liberia.

La gomma naturale è considerata una materia prima essenziale e viene utilizzata, oltre che nella produzione degli pneumatici, anche per i dispositivi medici e nei prodotti in lattice. Nel 2019 il consumo mondiale di gomma è stato di circa 29 milioni di tonnellate. Il settore della gomma è però anche considerato uno dei più impattanti per l’ambiente e in particolar modo per le risorse idriche.

Nei giorni scorsi si è svolta l’Assemblea Ambientale delle Nazioni Unite (UNEA-5), l’organo decisionale più importante a livello mondiale su questioni ambientali, per rafforzare le azioni dedicate alla protezione dell’Ambiente e per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. In occasione dell’evento, si è affrontato  anche il tema dell’industria della gomma con la presentazione di un caso esemplare, quello della compagnia Firestone in Liberia.

Ombre sulla filiera degli pneumatici

La compagnia statunitense Firestone, acquisita nel 1988 dalla multinazionale giapponese Bridgestone, primo produttore di pneumatici al mondo, opera in Liberia dal 1926, con un permesso di licenza esteso fino al 2041. La compagnia ha un permesso per la coltivazione di 400 mila ettari di piantagioni di gomma naturale, che è la piantagione contigua più grande al mondo. L’area di concessione totale di Firestone rappresenta il 4% del territorio della Liberia e quasi il 10% della sua terra arabile.

La compagnia gestisce inoltre la lavorazione e la produzione della gomma che, dopo la fase di estrazione e un primo trattamento di coagulazione e affumicatura, viene spedita via nave negli Stati Uniti per la lavorazione finale per la produzione degli pneumatici.

L’impianto di trattamento della gomma si trova nella cittadina di Harbel. Lungo i 14 km del fiume Farmington, che separano Harbel dal delta nell’Oceano Atlantico, vi sono molti villaggi dove migliaia di persone dipendono da queste acque per le quotidiane attività domestiche, oltre che per l’agricoltura e la pesca artigianale. Inoltre, per molte persone le acque del fiume sono l’unica fonte di acqua disponibile per il consumo umano, nonostante non sia potabile.

Nel corso degli anni varie organizzazioni nazionali e internazionali hanno documentato e denunciato l’inadempienza della compagnia: scarsa attenzione per la salute dei dipendenti, impiego di minori nelle piantagioni, condizioni di lavoro pesanti e bassi salari, oltre alla limitata gestione dei rifiuti industriali e all’inquinamento ambientale derivante dalle operazioni.  Nel 2007 la Bridgestone ha vinto il Public Eye Award come azienda più irresponsabile a livello mondiale, proprio per le sue operazioni in Liberia. Il Public Eye è un contro-evento organizzato ogni anno a Davos, in Svizzera, in corrispondenza del Forum Mondiale dell’Economia e che mette in luce quelle aziende che si contraddistinguono per condotte irresponsabili in ambito ecologico e sociale.

Ambiente, diritti e schiavitù moderna

L’industria della gomma di proprietà della Firestone, nel territorio di Harbel, rappresenta una grave minaccia per la salute delle migliaia di persone che vivono in prossimità dell’impianto di lavorazione, a causa della contaminazione delle acque, del suolo e dell’aria per via dell’immissione nell’ambiente di sostanze che risultano altamente dannose per la salute umana.

La denuncia è contenuta nel report  “Environmental Impact Study on Firestone Rubber Industry in Liberia pubblicato da Source International, che mostra un quadro allarmante sulle attività di lavorazione della gomma e che vede la multinazionale Bridgestone sotto accusa, nonostante sia partner della Piattaforma Globale per la Gomma Naturale Sostenibile (GPSNR), una piattaforma che mira a sviluppare una filiera equa e rispettosa dell’ambiente. Sulla carta, i membri si impegnano nell’armonizzazione delle norme per migliorare il rispetto dei diritti umani, per combattere la deforestazione, per proteggere la biodiversità e aumentare la trasparenza e la tracciabilità nella filiera. Nella pratica, resta il dubbio se queste azioni riflettano i buoni propositi di sostenibilità, rispetto e giustizia socio-ambientale di cui si fanno portatori e se concretamente tali strategie porteranno a una reale riduzione degli impatti ambientali e dell’accaparramento delle terre.

Per circa 80 anni, da quando Firestone ha iniziato le operazioni ad Harbel, le acque di scarico dell’impianto di lavorazione sono state smaltite direttamente nel fiume Farmington senza nessun trattamento previo, causando danni all’ecosistema e alla salute umana che nessuno è mai riuscito a documentare e monitorare. Solo nel 2008 Firestone ha installato un impianto di depurazione delle acque reflue. Cio nonostante le preoccupazioni della popolazione rimangono.

Secondo quanto riportato nello studio, le acque industriali in uscita dall’impianto di trattamento, nere, dense e altamente melmose, presentano concentrazioni oltre i limiti stabiliti per legge di metalli pesanti, fosforo e ammoniaca. Tutte sostanze che, in quelle concentrazioni, sono altamente dannose per l’ambiente e tossiche per l’uomo. La stessa Firestone in un comunicato di risposta allo studio ha riconosciuto che “alcuni nutrienti hanno superato i limiti di legge in diverse occasioni”, un riferimento probabilmente ai nitrati e fosfati che sono anche responsabili dell’eutrofizzazione delle acque della zona; a sua volta responsabile delle ripetute morie di pesci riportate dalla popolazione locale che si trova così privata della loro prima fonte di proteine.

Le acque industriali in uscita dall’impianto vengono successivamente convogliate in un grande stagno naturale e da qui fluiscono verso corsi d’acqua secondari, attraversando diverse comunità per poi sfociare nel lago Yorma dove quotidianamente centinaia di persone, soprattutto donne, pescano. Dal Lago, le acque in uscita scorrono nel fiume Farmington, a valle di Harbel, trasportando lungo il loro percorso i contaminanti.

La contaminazione delle acque non è la sola esternalità delle operazioni con marchio Firestone. Lungo la filiera di produzione della gomma, molte sono le sostanze emesse in atmosfera durante le attività industriali. Secondo quanto riportato dallo studio, risulta che le comunità prossime all’impianto sono sottoposte a concentrazioni giornaliere elevate di polveri fini, responsabili di una serie di patologie a carico dell’apparato respiratorio, come riportato dalla OMS. Firestone è inoltre responsabile dell’immissione in atmosfera di composti organici volatili  considerati tossici e cancerogeni per l’uomo, che sono inoltre responsabili del forte odore che si può percepire intorno all’impianto e che rende la vita insopportabile per centinaia di abitanti locali.

Dai dati all’azione

Source International, in collaborazione con Swedwatch, Green Advocates International e Mighty Earth, hanno presentato il caso insieme al relatore speciale delle Nazioni Unite per il Diritto Umano ad un Ambiente Sano, David Boyd in un evento correlato al UNEA-5; il più importante evento globale sulla difesa dell’ambiente che si tiene ogni due anni. L’evento è servito a focalizzare l’attenzione sulle responsabilità e gli obblighi della compagnia e del governo nel gestire la contaminazione ambientale nell’ottica del rispetto dei diritti umani della popolazione locale. Lo studio inoltre si pone l’obiettivo di accelerare un cambio nelle politiche e tecnologie nel settore della gomma a livello globale. Un ambiente sano e sostenibile è parte integrante del rispetto di un’ampia gamma di diritti umani, incluso il diritto alla salute, al cibo e all’acqua e alla vita.

Meeting Minutes domenicale

Meeting Minutes domenicale

Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione?

Etty Hillesum – diari

BIBLIOTECHE CIVICHE TORINESI – PROGETTO “C’ERANO DEI LIBRI AD AUSCHWITZ”In occasione della Giornata internazionale della Memoria 2021 le Biblioteche civiche torinesi hanno creato un meraviglioso progetto, volto a sottolineare lo stretto legame fra l’esistere e i libri, che, in numerosi modi, aiutano a sporgerci oltre noi stessi, a oltrepassarci. Il video, pensato per l’occasione, è stato realizzato anche grazie all’amichevole collaborazione dell’artista Norman Sgrò – Lost in ChaoS Le fotografie del campo di Auschwitz, inserite nel video e nella galleria fotografica, sono state scattate nel marzo 2019 da Francesca Dalfelli, durante il viaggio organizzato dall’Associazione Treno della Memoria. Approfondimenti su ”La biblioteca del Blocco 31 ed il libro letto da Primo Levi nell’infermeria di Monowitz”.Un lavoro straordinario che coinvolge ognuno di noi, trasportandoci in un luogo non più esistente, ma così ancora vicino all’anima dell’uomo.Ringrazio Stefania Marengo – biblioteche civiche torinesi – per il meraviglioso progetto.- -Per maggiori informazioni: https://bct.comune.torino.it/cerano-dei-libri-ad…–Grazie infinite a Veronica Pecorilli.nostra cara amica e volontaria della nostra Associazione, per questa preziosa condivisione. E naturalmente grazie a chiunque ha reso possibile questo importantissimo progetto. Per non dimenticare MAI.PER GUARDARE IL VIDEO:https://www.youtube.com/watch…

Al malvagio fa comodo negare
l’esistenza delle persone virtuose,
perché i pregi di queste suonano
come un rimprovero alle sue malefatte.
Perciò il suo pensiero fugge da tali
persone, così come gli scarafaggi,
alla vista della luce, corrono a
nascondersi nelle loro tane o si
rifugiano in qualche fessura.

  • Lucio Anneo Seneca

Esattamente un anno fa Zaia dichiarava alla stampa ” i cinesi li abbiano visti tutti che mangiano i topi vivi mentre i veneti sono puliti” oggi è considerato il moderato governista nel paese. Noi non dimentichiamo l’odio contro lo straniero. Non hanno possibilità di difendersi sui media.

Il nemico nel PD: Marco Minniti si dimette da deputato per lavorare a Med-or, una nuova fondazione di Leonardo-Finmeccanica, l’azienda a partecipazione pubblica che produce armi e tecnologia per la sicurezza. In effetti sono questo tipo di aziende quelle che hanno beneficiato di più in termini economici dagli accordi europei con i paesi di origine e di transito per fermare i migranti, come il Memorandum con la Libia. A quattro anni di distanza il cerchio si chiude. Noi non dimentichiamo i Salvini a sinistra…la peste in Italia.

Appunti quaccheri

La credenza di Rustin nella nonviolenza è iniziata quando era un bambino crescendo con sua nonna, una quacchera, in Pennsylvania negli anni ‘ 1920 Si è solidificato in età adulta dopo che ha scoperto il lavoro del rivoluzionario indiano, Mahatma Gandhi. Per la maggior parte della sua vita, Rustin era la persona dietro le quinte, che sognava momenti trasformativi come la March On Washington. Ne voleva altri, compreso il King, per essere il volto di quel sogno.

Remembering Bayard Rustin: The Man Behind the March on Washington : Throughline

Buon compleanno, ′′ Madre ′′ Ann Lee (Feb. 29, 1736-settembre. 8, 1784). (È nata il giorno del salto.) Mistica. Pacifista. Comunalista. Fondatrice della United Society of Believers in Christ’s Second Appearing (meglio noti come Shakers). Avvocatessa per la semplicità nello stile di vita. Avvocatessa per la parità di genere. Avvocatessa per il celibato e il pudore. Gli Shakers credevano che Madre Ann incarnasse tutte le perfezioni di Dio in forma femminile, che di fatto era la seconda venuta di Cristo. Nata a Manchester, Inghilterra. Morta a Watervliet, New York. Seppellita al Cimitero Shaker, Colonie, New York. La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society

Buon compleanno, Elizabeth Glendower Evans (Feb. 28, 1856-dicembre. 12, 1937). Socialista. Pacifista. Femminista. Suffragista. Attivista del lavoro. Organizzatrice per la festa della pace femminile. Nel 1915 ha partecipato al Congresso internazionale delle donne all’Aia, Olanda. Dal 1920 al 1937 è stata membro del consiglio dell’American Civil Liberties Union. Anche membro del comitato di difesa Sacco-Vanzetti (1920-1927). Nata a New Rochelle, New York. Morta a Brookline, Massachusetts. Seppellita al Cimitero di Forest Hills, Boston, Massachusetts.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite Society

Le mille e una scoria 5 – Il mistero delle “barre” di Elk River

27.02.2021 – Giorgio Ferrari

Le mille e una scoria  5 –  Il mistero delle “barre” di Elk River
Fusti di scorie radioattive (Foto di Archivio Pressenza)

Correva l’anno 1957 e l’Italia era attraversata da una lotta senza esclusione di colpi per il controllo di una nuova, potente, fonte di energia: l’energia nucleare.  Due le fazioni in campo, quella statalista e quella costituita da 5 società private che da sole controllavano l’87% di tutto il mercato elettrico e volevano assicurarsi anche lo sfruttamento di questa nuova fonte.

Per contrastare il potere di questi ultimi,  Felice Ippolito  si servì del settore della ricerca di cui era a capo, per occupare posizioni strategiche nella corsa a realizzare la prima centrale elettronucleare. Fiorirono così gli accordi di collaborazione con diversi enti e paesi, fra cui quello che aveva liberato per primo l’energia dell’Atomo, “illuminando” i cieli di Hiroshima e Nagasaki: gli Stati Uniti d’America. Così, proprio nel 1957, fu firmato il primo accordo di collaborazione in campo nucleare tra Italia ed Usa, a cui ne seguirono altri di più specifici nel 1962 e, per ciò che riguarda questo racconto, il contratto firmato nel 1965 tra l’Atomic Energy Commission  (AEC) statunitense e l’Italiano CNEN. In questo contratto si prevedeva il riprocessamento del combustibile misto Uranio-Thorio proveniente dalla Centrale di Elk River, Minnesota, dal cui ricavato in materiale fissile il CNEN avrebbe fabbricato per l’AEC nuovo combustibile per alimentare la centrale di Elk River o, qualora ciò non fosse stato possibile, il ritorno negli Usa del ricavato fissile ottenuto dal riprocessamento. La fornitura di nuovo combustibile da parte CNEN doveva essere equivalente al numero di elementi di combustibile ricevuti e sottoposti a riprocessamento e pari ad un intero nocciolo; il tutto da realizzarsi nell’impianto Itrec del neonato centro ricerche nucleari della Trisaia, in provincia di Matera.

Il trasferimento del combustibile irraggiato dagli Usa all’Italia sarebbe avvenuto sotto forma di leasing (affitto temporaneo) e tramite accordo da stabilire con l’Agenzia Europea per l’energia atomica (Euratom Supply Agency, ESA). Si trattava di un impresa all’avanguardia, mai tentata prima per quanto riguarda i combustibili al Thorio che implicava una lavorazione totalmente remotizzata (cioè effettuata in ambienti schermati attraverso pinze meccaniche manovrate a distanza da operatori) data l’elevata radioattività del materiale da trattare. Tuttavia, nel 1968, il reattore di Elk River fu messo definitivamente fuori servizio con conseguente abbandono da parte Usa del ciclo Uranio-Thorio, ed è a questo punto che la storia si carica di “mistero”. Il contratto AEC-CNEN infatti, non aveva più ragion d’essere, ciononostante 84 elementi di combustibile della centrale di Elk River arrivarono lo stesso in Trisaia. Sotto quale forma? Leasing o cessione definitiva? E se di cessione si trattò, chi ne fu il beneficiario, il CNEN o lo Stato Italiano? Ma soprattutto, l’ESA fu messa a conoscenza delle modifiche intercorse tra Usa e Italia nel trasferimento di questo materiale fissile?

A complicare le cose, nel 1974, il CIPE deliberò l’abbandono del programma Uranio-Thorio in Italia, per cui le attività sul combustibile nel frattempo giunto in Trisaia, furono orientate al solo riprocessamento  per testare la funzionalità dell’impianto Itrec, cosa che avvenne tra il 1975 e il 1978, attraverso lo smontaggio, dissoluzione e recupero di materiale fissile per 20 elementi di combustibile di Elk River. Di questa attività, peraltro portata a termine con buoni risultati, restano ancora oggi 14.000 litri di soluzioni acide altamente radioattive immagazzinate in serbatoi “provvisori”, oltre a 64 elementi di combustibile allocati nella piscina dell’impianto che costituiscono la componente più pericolosa di tutto l’inventario dei rifiuti nucleari in Italia.  Per questo combustibile non esiste una soluzione “tecnica” perché la presenza di Thorio comporta un trattamento separato e diverso da quello che normalmente avviene negli impianti di riprocessamento del combustibile, e i paesi in cui si pratica questo tipo di lavorazione (Francia, Inghilterra, Russia, Giappone ) non si sono dichiarati disposti a riprocessare il combustibile di Elk River, tant’è che la soluzione indicata sia nel Piano nazionale per la sistemazione dei rifiuti radioattivi che nel progetto del Deposito nazionale, è quella di sistemarli in appositi cask.

Ma se questi sono i vincoli “tecnici” che si frappongono ad una migliore soluzione del problema, resta comunque irrisolto il mistero della proprietà di questo combustibile, ovvero nel caso che fosse accertato che il trasferimento in Italia avvenne secondo la forma originaria prevista nel contratto AEC-CNEN del 1965 (cioè leasing), i 64 elementi di combustibile dovrebbero rientrare negli Usa. In questo senso, nel 1999, L’Enea (subentrato al CNEN) avviò una pratica legale nei confronti del DOE (Department of Energy degli Stati Uniti, subentrato all’Atomic Energy Commission) con il patrocinio dello studio legale Egan, Fitzpatrick, Malsch & Cynkar con sedi in Vienna e San Antonio (Texas), al fine di far valere i propri diritti, ovvero di ottenere il rientro negli Usa dei 64 elementi di combustibile irraggiato di Elk River, giacenti presso il Centro della Trisaia. Il 23 dicembre 1999, però, questa causa fu archiviata con ordinanza della Corte del Distretto di Columbia (Usa), per sopravvenuti contatti e/o accordi politici tra il Governo italiano e il Governo Usa. Cinque anni più tardi, nel 2004, fu il governo Berlusconi a tentare il rimpatrio di questo combustibile, tentativo che si protrasse fino al 2006 con ripetute sollecitazioni da parte del sottosegretario Gianni Letta presso il Governo degli Usa e presso lo stesso DOE, arrivando a “minacciare” che altrimenti l’Italia si sarebbe vista costretta a rivolgersi alla Russia! Ma la risposta del segretario all’energia Usa, Abraham, fu sempre la stessa: non esistono le condizioni né programmi in vigore che consentano di far rientrare negli Usa questo materiale. Nel giugno del 2006, presso il senato della Repubblica Italiana, fu presentata una interrogazione al Ministro dell’Ambiente da parte della Senatrice Anna Maria Palermo, al fine di fare chiarezza su tutta questa materia, ma la risposta non c’è mai stata.

Il mistero delle “barre” di Elk River, dopo circa cinquant’anni, non è ancora risolto e lascia dietro di sé una eredità pesante: 64 elementi di combustibile Uranio-Thorio e 14.000 litri di rifiuti liquidi altamente radioattivi che secondo i programmi della Sogin avrebbero dovuto essere cementificati e immagazzinati in un deposito temporaneo che doveva essere ultimato entro il 2013, ma così non è stato e in questo caso non si tratta di un mistero. Ma per sapere come sono andate le cose alla Trisaia e a Saluggia bisognerà aspettare ancora una notte.

Miocinema, “The dissident”: documentario del Premio Oscar Bryan Fogel sull’assassinio di Jamal Khashoggi

27.02.2021 – Bruna Alasia

Miocinema, “The dissident”: documentario del Premio Oscar Bryan Fogel sull’assassinio di Jamal Khashoggi

Possibile che esistano uomini che possano fare a pezzi un loro simile? Le registrazioni che documentano il film del Premio Oscar Bryan Fogel sulla morte del giornalista Jamal Khassoghi, dubbi non ne lasciano. Cui prodest? A nessuno.

È questo il senso di una storia tanto vera, quanto assurda del mondo in cui viviamo.  “The dissident”, finanziato dall’Human Rights Foundation, è un’indagine dettagliata nella quale il regista Bryan Fogel – Vincitore del premio Oscar per Icarus, del premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2017, del premio Edward R. Murrow per il lavoro giornalistico – scopre le colpe del regime saudita nei riguardi della morte di Jamal Khashoggi. Accolto con una standing ovation al Sundance Film Festival 2020, il thriller-documento è stato acquisito solo dal distributore indipendente Briarcliff Entertainment, visto in appena 200 sale anche per colpa della pandemia e poi snobbato da Netflix e Amazon. In Italia è distribuito da Lucky Red e si può noleggiare in esclusiva sulla piattaforma “Miocinema”.

“The dissident” ricostruisce i fatti attraverso la testimonianza di Omar Abdulaziz, studente arrivato in Canada nel 2009 e, in seguito alle sue critiche alla repressione saudita, privato della borsa di studio dal governo e rimasto a Montreal grazie all’asilo politico. Khashoggi e Abdulaziz iniziarono a collaborare a cavallo tra il 2017 e il 2018, Khashoggi era da poco arrivato negli Stati Uniti a seguito di un giro di vite sui diritti umani nel suo paese. I due portavano avanti progetti per la libertà di espressione in Arabia Saudita, elaborando programmi per contrastare il controllo saudita sui social media.   Khashoggi era anche editorialista del Washington Post. Il film, insieme alla sua attività per i diritti umani, racconta episodi privati di Jamal, il divorzio chiesto da sua moglie perché si sentiva in pericolo. La sua angoscia della solitudine. In un’intervista video un gatto lo disturba saltandogli in grembo e il riso del giornalista, condannato a morte, stringe il cuore.

Poi l’incontro di Khashoggi con Hatice Cengiz, una studentessa turca e la decisione di sposarsi. Khashoggi va al consolato saudita di Istanbul per ottenere un documento che attesti il suo divorzio affinché possa nuovamente unirsi in matrimonio. I funzionari sauditi gli dicono di tornare a ritiralo il 2 ottobre. Il 2 ottobre 2018 Hatice Cengiz lo attende fuori del consolato, ma Jamal Khashoggi non tornerà più. “The Dissident” avanza con la suspense del thriller, la commozione delle vicende umane e pare incredibile che la storia sia vera. Un brutto affare di denaro, tirannia, tecnologia usata per controllare mente e corpo di chi pensa con la propria testa. Le prove portano al Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. The Dissident mostra che nel mondo di oggi il prezzo da pagare per la libertà è ancora altissimo.

Iran contro le donne libere

IRAN: MORTA DUE VOLTE, DI CREPACUORE E DI PENA DI MORTE
All’alba di mercoledì 17 febbraio, nel carcere di Rajaei Shahr a Karaj, città che dista una ventina di chilometri da Teheran, è accaduto qualche cosa di inimmaginabile. Una donna, Zahra Esmaili, ha avuto un attacco di cuore dopo aver assistito all’impiccagione di un gruppo di uomini. C’è chi parla di sei, altre fonti riferiscono di 8, altre ancora di 16. Fatto sta che uno dopo l’altro sono stati giustiziati mentre lei aspettava il suo turno per salire sul patibolo. Il suo cuore non ha retto. E’ crollata. Il verdetto è stato però eseguito lo stesso. Il capo della donna è stato infilato nel cappio ed il suo corpo, ormai morto, fatto penzolare dalla corda. 
Secondo l’avvocato Omid Moradi infatti il certificato ufficiale attesta come causa del decesso l’arresto cardiaco. Ad aggiungere ulteriore ribrezzo c’è un altro dettaglio raccontato sempre dall’avvocato. Quello per cui Fatemeh Asal-Mahi, la madre della vittima, avrebbe preso personalmente a calci lo sgabello da sotto i suoi piedi in modo da poter vedere il cadavere di sua nuora pendere dalla forca, anche se per pochi secondi. L’avvocato ha anche raccontato che Zahra Esmaili, aveva 42 anni e due figli ed era stata condannata a morte per l’omicidio del marito, Alireza Zaman, un alto funzionario del Ministero dell’Intelligence. 
In realtà l’omicidio lo avrebbe confessato per salvare la figlia adolescente. Sarebbe stata lei infatti a sparare al padre che picchiava e maltrattava regolarmente sia la moglie che i figli. Portava a casa donne sotto i loro occhi. Aveva persino minacciato di uccidere la moglie e aveva tentato di violentare la figlia. 
Dall’inferno di casa, Zahra Esmaili, si era così ritrovata nell’inferno del carcere. Perché la sua pena l’ha scontata nel famigerato istituto penitenziario femminile di Qarchak dove sono stipate assieme circa 2000 donne che siano detenute per ragioni politiche o per reati d’altra natura, che siano condannate definitive o in attesa di giudizio, che siano giovani o anziane. 
I letti non bastano per tutte e le detenute sono costrette a dormire per terra. Ci sono descrizioni di celle di 9 metri quadri con 11 detenute. Acquitrini e paludi circondano questo carcere infestato così da ratti e insetti. 
Per ogni 100 detenute ci sono 10 toilette ma di queste ne funzionano tre, ben che vada quattro. Secondo alcuni rapporti, le detenute subiscono ogni forma di tortura, compreso lo stupro. Chi si lamenta o protesta per le condizioni inumane e degradanti viene spedito all’isolamento.
Le condizioni sono tali che la minaccia di trasferimento a Qarchak è usata spesso come mezzo di pressione nei confronti delle detenute politiche secondo Iran - Human Rights Monitor. Insomma, una realtà che molti di noi riterrebbero plausibile solo in un film dell’orrore. 
Il 15 febbraio, Zahra Esmaili era stata trasferita da questo penitenziario nella sezione di isolamento a Rajaei Shahr, insieme ad altri dieci condannati a morte. 
La consuetudine iraniana vuole che gli ultimi giorni di un condannato a morte siano trascorsi in isolamento. Zahra Esmaili aveva così trascorso le sue ultime ore a Rajaei Shahr, chiamato anche Gohardasht, una galera altrettanto infausta se penso che qui sono avvenute gran parte delle esecuzioni di massa del 1988 quando oltre 30.000 prigioni politici appartenenti ai mojaheddin del popolo iraniano sono stati giustiziati nel giro di pochi giorni dal regime dei Mullah. 
Lo stesso regime che pochi giorni fa ha impiccato Zahra Esmaili nonostante fosse già morta, portando a 114 il numero di donne giustiziate sotto la Presidenza Rouhani, cioè dall’estate del 2013. E’ una cifra impressionante. Come impressionante è il fatto che in Iran la discriminazione di genere assuma forme parossistiche: nei procedimenti legali, la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo e la versione iraniana del “prezzo del sangue” stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”. E poi, l’età minima per la responsabilità penale è di poco meno di nove anni per le donne, di poco meno di 15 anni per gli uomini. Lo stupro coniugale e la violenza domestica non sono considerati reati penali. 
Tutto questo deve indurci ad impegnarci per liberare l’Iran da un regime misogino e sanguinario. A non dare la nostra condizione di vita, per quello che di buono ha, per scontata. A riconsiderare le priorità nelle relazioni bilaterali e multilaterali con l’Iran, ponendo al primo punto, sempre e comunque, il rispetto dei diritti umani.
Elisabetta Zamparutti da Nessuno Tocchi Caino

La creazione continua con la donna, in tutti i sensi

′′ La contemplazione della creazione di Dio è un aiuto nel riconoscere dove si trovano realtà e verità. Girando intorno ai terreni del convento in primavera, ho visto la bellezza della creazione di Dio tutto intorno a me: le maestose querce vive, i frutteti che danno frutti, i cespugli decorativi paesaggistici, il tappeto verde e l’erba delle Bermuda, il sole tramontante che dona vita alle piante e a noi, e agli otto cervi che abitavano i terreni. Ho assistito ai temporali del Texas, a volte portando pioggia e più spesso no. Mentre camminavo, mi venne in mente il Salmo 19:2: ′′ I cieli dichiarano la gloria di Dio, e il firmamento proclama la sua opera.”Sono in soggezione della bellezza, dell’intelligenza, della maestà, e in particolare dell’amore di Dio. Come una persona che dipinge un quadro che apprezza e ama, così Dio ama ciò che Dio ha creato. ′′ Dio ha guardato tutto ciò che ha fatto, e lo ha trovato molto buono ′′ (Gen. 1: 31).Allo stesso tempo, ho visto anche che l’erba, e alcune querce e altri alberi, erano sterili nei luoghi. Alcuni rami sembravano morti per mancanza di piogge, o forse per danni causati dall’uragano Harvey. Il cervo era salito al nostro prato per mangiare le foglie e i fiori delle piante fiorite visto che altre vegetazioni scarseggiavano per mancanza di pioggia. Ho visto passare la stagione dell’inverno senza molto freddo, e la stagione della primavera diventa rapidamente un’estate non ufficiale. Il caldo estremo ha portato ad un maggior numero di climatizzatori interni.Poiché Dio è il suo creatore, ogni aspetto della creazione e ogni essere vivente riflette un aspetto di Dio. Ogni parte della creazione, senza eccezione, è l’effusione dell’amore di Dio. Genesi 1:27-28 dice che Dio ci ha affidato la cura di quella creazione. ′′ Dio ha creato l’uomo a sua immagine; nell’immagine divina che l’ha creato… Dio li ha benedetti, dicendo :… Abbiate il dominio sui pesci del mare, sugli uccelli dell’aria, e su tutti gli esseri viventi che muoviti sulla terra. ‘′′ Restituire l’amore di Dio significa avere ′′ dominio ′′ cioè amare, rispettare e prendersi cura della creazione.Dato che ci è stato commissionato di riferirci alla creazione come Dio si relaziona ad essa, dimostriamo questo amore nelle scelte che facciamo come steward della creazione. Dio ci ha dato un dono straordinario per fare queste scelte: la capacità di pensare e ragionare, di conoscere la realtà e la verità. La ragione ci chiama a riconoscere la realtà e il valore di ogni elemento della creazione: aria, fuoco, acqua, luce solare, terra, microbi, piante e animali, nonché esseri umani, e rendersi conto che ogni elemento dipende e ha bisogno dell’altro. Dio valorizza ogni creazione, quindi dobbiamo valorizzare ogni creazione.Oltre ad assistere alla bellezza della creazione di Dio che cambia localmente, continueremo questa riflessione basata su ciò che vediamo in tutta la nazione e nel mondo.”

(dal gruppo Facebook di teologia quacchera)

Non nascondo la viva commozione e entusiasmo nel vedere premiata dal Istituto San Raffaele di Milano la dottoressa che mi ha seguito per oltre 20 anni con competenza e dedizione: mai provato una simile gioia nell’ambiente superato e burocratico pubblico in cui sono stato “seguito” (non seguito a causa Covid) in questi due ultimi anni. Felice del ritorno in una struttura convenzionata. Una donna ha sostituito un uomo, come primario di un ramo importante e unico a Milano del San Raffaele. Anche questa è la continuazione della Creazione grazie alle donne, non solo legata alla maternità.

Milano ha un fiore all’occhiello ed è donna!

Grazie Signore di tutto.

Fiori per la festa della donna | Consegna mimosa e fiori a Pisa in giornata

Turchia, poca libertà anche per la cultura curda

Nel mese di ottobre 2020 a una compagnia teatrale curda è stato impedito di mettere in scena una commedia di Dario Fo, in una Turchia sempre più dominata dal nazionalismo

Addio a Dario Fo, giullare moderno – La Penna nel Cassetto

Nella Turchia di Recep Tayyip Erdoğan si continua a parlare di diritti, in particolare di libertà di espressione. Ancora una volta, il principale bersaglio della politica governativa è il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, molto attivo nel sud-est del Paese. Eppure a farne le spese sono in generale le persone di etnia curda che abitano in tutto il territorio turco. Ne è prova il duro botta e risposta via Twitter che si è verificato il 23 febbraio scorso tra il portavoce principale per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea, Peter Stano, e il suo omologo per il governo turco, Ibrahim Kalin, dopo le azioni di Ankara contro diversi membri del partito con posizioni filo-curde HDP-Partito Democratico dei Popoli.

Questi fatti, uniti a opposte posizioni geopolitiche, stanno portando ad un deterioramento dei rapporti tra Turchia e diversi Stati, tra cui la Francia. Alcuni professori francesi della prestigiosa Università Galatasaray di Istanbul rischiano di essere espulsi dal Paese a seguito dell’introduzione di alcune novità nei regolamenti per i permessi di lavoro tra cui la conoscenza di livello avanzato della lingua turca, requisito difficilmente conseguibile in breve tempo. Diverse fonti raccontano che studenti e professori lamentano da tempo una crescente ingerenza del governo negli affari universitari, con una forte impronta di nazionalismo.

Sul piano della libertà di stampa, secondo il 2020 World Press Freedom Index di Reporter sans Frontières la Turchia nell’anno da poco concluso si è classificata al 154° posto su 180.

La libertà di espressione, però, ha diverse forme, oltre alla politica, all’insegnamento e alla stampa. Il teatro ne è un esempio, e anche in questo caso si sono verificati recentemente degli eventi che hanno destato preoccupazione a livello internazionale.

Bisogna tornare indietro al 13 ottobre 2020, quando la compagnia teatrale Teatra Jiyana Nû era pronta a salire sul palco del Teatro Municipale di Istanbul per mettere in scena Bêrû, un adattamento in curdo della commedia “Clacson, trombette e pernacchi” di Dario Fo. La polizia ha fatto irruzione nel teatro, bloccando la rappresentazione perché “pericolosa per l’ordine pubblico”. Circa un mese dopo la compagnia ha riproposto la medesima commedia a Şanlıurfa, città del sud-est della Turchia a prevalenza curda, ma anche in questo caso la polizia ha impedito che venisse messa in scena.

Quelli che possono sembrare due episodi singolari racchiudono una grande problematica. La compagnia Teatra Jiyana Nû aveva già rappresentato Bêrû in altre occasioni, ma secondo gli attori è il fatto di averla portata in città ad aver scatenato le reazioni avverse, considerando che lo stesso spettacolo è stato messo in scena più volte in lingua turca senza opposizioni. Le autorità turche hanno dichiarato che è possibile fare teatro in curdo, a patto che non si tratti di “propaganda terroristica”. La principale accusa contro Teatra Jiyana Nû è di essere una voce del PKK, e sono state aperte inchieste per verificare questo rapporto.

Resta il fatto che molti attori, oltre a scrittori, giornalisti e accademici, si trovano oggi in carcere, spesso senza accuse chiare o senza sentenze definitive né processi, nella Turchia in cui si lotta per la libertà di espressione.

La Camera degli Stati Uniti approva storica legge sull’uguaglianza per proteggere le persone LGBTQ

Sul nostro sito in inglese http://www.ecumenics.eu, letto solo da nord americani, anche la notizia: Biden: Stop Bombing Syria! – non siamo partigiani di nessuno

26.02.2021 – Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

La Camera degli Stati Uniti approva storica legge sull’uguaglianza per proteggere le persone LGBTQ
(Foto di Democracy Now)

La Camera degli Stati Uniti ha approvato una storica modifica della legge sui diritti civili del 1964 per includere l’orientamento sessuale e l’identità di genere nei gruppi protetti.  L’Equality Act estende le protezioni contro la discriminazione delle persone LGBTQ sul posto di lavoro, negli alloggi, nell’istruzione e in altri settori.

Il deputato democratico Mondaire Jones di New York – tra i primi uomini neri apertamente gay eletti al Congresso – ha dichiarato: “Crescere povero, nero e gay significa sentirsi completamente invisibile, quando tante persone intorno a te negano la tua stessa esistenza. … Oggi inviamo un potente messaggio a milioni di persone LGBTQ – in tutto il paese e in tutto il mondo: sono visibili, hanno valore, le loro vite sono degne di protezione”.

La legge dovrà affrontare una dura battaglia al Senato, vista l’opposizione di gran parte dei repubblicani.