Ancora razzismo sui monti

Il gruppo di estrema destra Génération identitaire, appena assolto dopo la caccia ai migranti sulle Alpi nel 2018, replica sui Pirenei. Il governo francese ora ne chiede lo scioglimento

Le autorità francesi hanno avviato un’indagine sul gruppo estremista Génération identitaire per «incitamento all’odio razziale». A seguito di un’azione anti-migranti all’inizio di questo mese sui Pirenei, il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin ha detto martedì scorso 27 gennaio di sentirsi «indignato» dalle attività dei membri del gruppo di estrema destra che ha svolto un ennesima azione dimostrativa al passo del Col du Portillon, regione dell’Alta Garonna al confine tra Francia e Spagna, la scorsa settimana.

Circa 30 membri del gruppo hanno pilotato un drone oltre il confine, affermando di voler prevenire «il rischio di vedere il passaggio di terroristi e migranti sui Pirenei». Hanno descritto questa azione come un’operazione di sorveglianza per «difendere l’Europa».

Negli ultimi anni gli attivisti di GI hanno compiuto diverse azioni di questo tipo in montagna, a volte erigendo vere e proprie barriere lungo le piste di passaggio più battute dai migranti. Nel corso di una conferenza stampa Darmanin ha affermato di star valutando le modalità per portare alla chiusura del gruppo: «Se ci sono prove sufficienti, non esiterò a consigliare di chiuderlo».

Il pubblico ministero di Saint-Gaudens, una cittadina vicino al passo del Portillon, ha comunicato di aver aperto un’inchiesta su un presunto «incitamento all’odio razziale» da parte degli attivisti di Génération identitaire.

Il gruppo razzista ha trovato nuovi entusiasmi dopo aver ottenuto a metà dicembre scorso una piena assoluzione per un analogo episodio compiuto questa volta al confine franco-italiano del Monginevro al col de l’Échelle nella primavera del 2018. Fu un’azione in grande stile: reti tirate lungo i sentieri, 100 attivisti a battere le piste a caccia di migranti, addirittura due elicotteri a pattugliare dall’alto per segnalare eventuali presenze nei boschi e un grande striscione steso sulla neve con la scritta: “Frontiera chiusa. Non farete dell’Europa la vostra casa. Fuori questione. Tornate a casa». Una vera e propria caccia all’uomo per cui 3 militanti di GI, accusati di aver tentato di spacciarsi per agenti di polizia, nel 2019 erano stati condannati a sei mesi di prigione e a una multa salate per tale raid. Uno fra loro intanto, Damien Lefèvre ha fatto carriera ed ora è assistente a Bruxelles dell’europarlamentare Philippe Olivier di Rn, “Rassemblement National“, il partito della famiglia Le Pen.

Ma a dicembre appunto la Corte di Appello di Grenoble li ha assolti ritenendo, si legge nella sentenza che si sia trattato di un’azione «puramente di propaganda politica», «con finalità mediatica» e «annunciata come tale». Precisa inoltre che «nessuno dei migranti ascoltati ha dichiarato di aver confuso queste persone con la polizia».

Gli attivisti si consideravano entro i loro diritti tutelati dall’articolo 73 del codice di procedura penale, il quale prevede che «in caso di flagrante crimine o reato punibile con la reclusione, chiunque può arrestare l’autore del reato e portarlo al più vicino agente di polizia giudiziaria». Dopo una prima classificazione senza seguito, perché il pubblico ministero non ha potuto accertare l’esistenza di minacce, violenze o osservazioni razziste nei confronti dei migranti, è stata riavviata l’indagine per usurpazione di funzioni. Il piccolo gruppo è stato infine perseguito per aver svolto «un’attività in condizioni tali da creare confusione nella mente del pubblico con l’esercizio di una funzione pubblica». Ma l’assoluzione ha cancellato anche questo capo d’imputazione.

Nel 2019, lo scioglimento di diversi gruppi di estrema destra, tra cui Bastion socialBlood and Honor e Combat 18, è stato annunciato su richiesta del presidente francese Emmanuel Macron. Tuttavia, chiudere Génération Identitaire sembra essere un compito più difficile. «Sono più intelligenti degli altri, cercano il più possibile di non oltrepassare il limite, ma ogni volta spingono il tappo un po’ più forte nella bottiglia», ha affermato sempre all’ agenzia Afp il ministero degli Interni.

Come avevamo raccontato quasi due anni fa, prima di uccidere 50 persone nell’assalto armato alla moschea e al centro islamico della città di Christchurch in Nuova Zelanda, Brendon Tarrant aveva donato € 1500 alla filiale austriaca di Generazione identitaria,

All’epoca, i membri di GI avevano spiegato che i finanziamenti dell’operazione e del loro movimento provenivano principalmente da donazioni private. Brendon Tarrant era dunque uno di quei donatori. 

Il terrorista di Christchurch lo aveva spiegato nel suo manifesto di 74 pagine pubblicato online poco prima del massacro: «Non sono un membro diretto di nessuna organizzazione, tuttavia ho dato un contributo finanziario a molti gruppi nazionalisti e ho interagito con molti altri».

Di Claudio Gemonat