La tregua saudita: “solo” 27 teste mozzate

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Nel 2020 è accaduto un piccolo miracolo. L’anno prima le decapitazioni erano state ben 184. Le riforme del principe Mohammed bin Salman hanno ridotto il potere dei fautori della legge del taglione.

Sergio D’Elia su Nessuno Tocchi Caino

Nel 2020 è successo un miracolo nella terra di Allah. Dopo essere stato per anni uno dei carnefici più prolifici al mondo, l’Arabia Saudita si è concessa una tregua. Ha tagliato meno teste: “solo” 27. 
Di solito l’esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato è portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (Dio è grande). A volte, quando il reato commesso è considerato particolarmente brutale, alla decapitazione segue anche l’esposizione in pubblico dei corpi dei giustiziati. È il boia stesso a fissare la testa mozzata al corpo per poi farlo pendere per circa due ore dalla finestra o dal balcone di una moschea o fissarlo a un palo, durante la preghiera di mezzogiorno. Talvolta i pali formano una croce, da cui l’uso del termine “crocifissione”. Benvenuti in Arabia Saudita, dove regna la legge islamica dura e pura. L’unico paese al mondo a mozzare la testa come metodo per eseguire sentenze capitali in base alla Sharia. L’antico principio del Codice di H
 ammurabi, la legge del taglione, detta anche pena del taglio, nel Regno di Saud ha trovato la sua applicazione letterale.
Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita, insieme a Cina e Iran, aveva sempre conquistato il terribile podio dei primi tre Paesi-boia del pianeta, piazzandosi sul gradino più basso, il terzo, ma pur sempre un posto non invidiabile per chi ha a cuore i diritti umani e ritiene intollerabile che nel terzo millennio vi siano ancora Paesi che per fare giustizia lapidano, decapitano, impiccano, fucilano o avvelenano esseri umani. 
Nel 2020 è successo un miracolo nella terra di Allah. Dopo essere stato per anni uno dei carnefici più prolifici al mondo, il boia con la spada si è concesso una tregua. Ha tagliato meno teste: “solo” 27, un numero drasticamente ridotto dopo il “lavoro straordinario” compiuto nel 2019 e nel 2018 con, rispettivamente, 184 e 144 teste mozzate. 
Mentre l’omicidio, secondo l’interpretazione saudita della Sharia, è compreso tra i reati “hudud” per i quali il Corano prevede esplicitamente una pena inderogabile, la decapitazione, i reati legati alla droga sono considerati “ta’zir”: il crimine e la punizione non sono definiti nell’Islam, sono a discrezione del giudice. Ciò nonostante, l’ideologia proibizionista ha sempre dato un contributo consistente alla pena del taglio in Arabia Saudita. 
Nel nome della guerra alla droga, negli ultimi anni sono state effettuate decine e decine di esecuzioni. Sentenze discrezionali per reati “ta’zir” hanno portato a condanne a morte irragionevoli. Molti di coloro che sono stati giustiziati per droga erano spesso trafficanti di basso livello provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Avevano poca o nessuna conoscenza dell’arabo e non erano in grado di comprendere o leggere le accuse contro di loro in tribunale. 
Spesso non sapevano di essere stati condannati a morte e, in molti casi, neanche che il loro processo si era concluso. Alcun di loro hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando le guardie hanno fatto irruzione nella cella, hanno chiamato la persona per nome e l’hanno trascinata fuori con la forza per portarla sul luogo dell’esecuzione. Nel 2020, invece, le decapitazioni per droga sono state “solo” 5, avvenute tutte a gennaio, prima dell’entrata in vigore di una nuova legge, emanata per decreto reale come di solito accade, che ordina l’interruzione di tali esecuzioni. 
L’anno scorso il Regno saudita ha anche abolito la pena di morte per crimini commessi da minori e ha ordinato ai giudici di porre fine alla pratica della fustigazione pubblica, sostituendola con il carcere, multe o servizi di pubblica utilità. Dietro questi cambiamenti, v’è sicuramente il principe ereditario Mohammed bin Salman che, nel suo tentativo di modernizzare il Paese, attrarre investimenti stranieri e rinnovare l’economia, ha guidato una serie di riforme che riducono il potere dei wahhabiti ultraconservatori, fautori di una rigida interpretazione dell’Islam. 
«La moratoria sui reati legati alla droga significa che il Regno sta dando una seconda possibilità ai criminali non violenti», ha detto la Commissione saudita per i diritti umani, per la quale il cambiamento rappresenta un segno che il sistema giudiziario saudita si sta concentrando sulla riabilitazione e sulla prevenzione piuttosto che esclusivamente sulla punizione. 
Secondo Human Rights Watch, la diminuzione delle esecuzioni è un segno positivo, ma le autorità saudite devono anche fare i conti con un «sistema di giustizia penale orribilmente ingiusto». 
Mentre le autorità annunciano le riforme, i pubblici ministeri sauditi chiedono ancora la pena di morte nei confronti di oppositori politici per nient’altro che le loro idee pacifiche, i giudici continuano a condannarli a morte e l’uomo con la spada li attende davanti alla moschea più grande per staccargli la testa tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!”.