Sì al Mes, per la salute degli italiani. Ben venga la caduta del Governo…

La sinistra ha paura del MES europeo per i legami di potere col M5S, contrario ideologicamente. Noi abbiamo paura delle forze populiste che non vogliono il finanziamento che serve a vaccinarmi e a vaccinare tutti gli Italiani. Perché i fondi attualmente non garantiscono tutti. Ben venga la caduta del Governo. Che lo ricorderemo contro i diritti umani in Egitto e Cina. Perché lì il Vaticano tiene ai rapporti col regime. Il papa intanto si è vaccinato. Io soggetto fragile no. E non so cosa mi accadrà come 57enne.Renzi fa bene a impuntarsi sul MES, destinato alla salute degli italiani. Mai votato Renzi ma questa è la volta buona…

Segue articolo de La Stampa, giornale a cui sono abbonato on line e ne sono fiero oggi

Roth: “Basta indulgenze, Egitto e Cina sono dittature. Il business non è sovrano”

Il direttore di Human Rights Watch: «Dopo Regeni l’Italia non deve più vendere armi ad Al Sisi»

«La buona notizia è che, nonostante il disastro di quattro anni di Trump, nel resto del mondo la lotta globale per i diritti umani va avanti, cresce ed è diventata più». E questo nonostante la Cina, la Russia, l’Egitto e una pandemia «usata dai sistemi autoritari per trasformarsi in dittature». Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, parla nel giorno della pubblicazione del rapporto 2021 e punta il dito contro quei Paesi che minano il sistema globale dei diritti umani, spesso nascosti dai doppi standard e gli interessi economici delle cosiddette democrazie avanzate, Europa e Italia comprese.

L’Egitto è tra i Paesi che più preoccupano Human Rights Watch, perché?
«L’Europa, e l’Italia, vedono Al Sisi come una garanzia di stabilità nella regione, non vogliono vedere che è un dittatore brutale, che ha eliminato qualsiasi processo critico e che sulla media distanza non garantisce alcuna stabilità. È una situazione esplosiva. In Egitto le autorità accusano di terrorismo attivisti pacifici, studenti, minacciano e arrestato i parenti dei dissidenti all’estero, decine di migliaia di critici del governo, inclusi giornalisti e difensori dei diritti umani, vengono dimenticati in carcere con accuse motivate politicamente, molti sono in detenzione preventiva. L’esercito egiziano commette atrocità inenarrabile nel nord del Sinai e (insieme a Russia ed Emirati Arabi Uniti) appoggia le forze illegali del comandante libico Khalifa Haftar».

Dopo l’omicidio Regeni e l’arresto di Patrick Zaky l’Italia sta facendo abbastanza?
«Nessuno dovrebbe vendere armi all’Egitto, e soprattutto non dovrebbe farlo l’Italia dopo Regeni. La cooperazione economica con Al Sisi deve essere interrotta immediatamente, l’Italia dovrebbe far arrivare i fondi non direttamente al governo – che li usa per la repressione e gli armamenti – ma alla popolazione, attraverso gruppi umanitari per esempio, in modo da garantire i diritti fondamentali, come l’assistenza sanitaria, e non gli strumenti per reprimerli. Invece a giugno Roma ha annunciato che stava negoziando un accordo sulle armi da 11 miliardi di euro con il Cairo – il più grande trasferimento di armi mai registrato per entrambi i Paesi – nonostante la mancanza di progressi nelle indagini per la brutale tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. Gli Stati membri dell’Ue continuano a esportare armi e tecnologia di sorveglianza in Egitto, ignorando gli appelli del Parlamento europeo e contravvenendo all’impegno dell’Ue nel 2013 e invece dovrebbe imporre sanzioni agli alti funzionari che dirigono la repressione».

L’Egitto non è l’unico problema, che ruolo hanno l’Ue e l’Italia in Libia?
«Nonostante la conoscenza delle condizioni disumane e abusive nei centri di detenzione per migranti in Libia, l’Ue ha fornito addestramento e attrezzature alle forze della guardia costiera libica per catturare e rimpatriare le persone in fuga via mare. Quello che fa la Libia con i migranti è illegale. L’Italia ha una politica sui migranti che è allo stesso modo illegale, anche se in forma indiretta. Respinge i migranti, finanzia la Libia perché se li riprenda, quindi li rispedisce consapevolmente nei centri di detenzione, nonostante il mondo intero sia a conoscenza delle condizioni disumane cui vengono sottoposti. Roma dovrebbe fermare il flusso di fondi alla Libia e anzi sostenere le ong che salvano migranti: fare affogare le persone in mare non è un modo per scoraggiare le partenze».

La gestione dei migranti sulla rotta mediterranea è una responsabilità sulle spalle di Italia, Malta e Grecia che spesso dicono di non poter sopportare…
«Sono convinto che Dublino debba essere riformato, che l’onere non possa spettare a pochi Paesi. Per questo l’Ue deve normalizzare il principio delle quote. Ma se guardiamo ai numeri dei migranti – che sono bassissimi – vedremo che alla fine è tutta una questione politica, che poco ha a che fare con la realtà, e che il tema diventa un regalo all’estrema destra».

Quali dovrebbero essere le priorità dell’Europa?
“Intanto dovrebbe difendere la democrazia interna e combattere le derive autoritarie di Orban in Ungheria e di Kaczyński in Polonia. Purtroppo il sistema del voto all’unanimità non funziona, l’abbiamo visto con la Polonia: l’Ue è troppo debole, dovrebbe riformarsi e procedere con una super maggioranza, all’80% per esempio, in modo da non essere bloccata ogni volta dai veti. Non solo: non si è ancora capito se l’Europa è un’alleanza economica o anche democratica, di diritto. Non è chiaro con quanta forza voglia combattere per difendere questa democrazia. E poi sarebbe ora di smarcarsi dal doppio standard che da una parte condanna le violazioni dei diritti delle donne in Arabia Saudita, dall’altra vende armi ai principi, come fa la Francia.

La Cina desta sempre preoccupazione?
«La repressione in Cina si è notevolmente aggravata sotto Xi Jinping, con la detenzione di oltre un milione di uiguri e altri musulmani turchi nello Xinjiang, la polverizzazione della libertà a Hong Kong, le repressione in Tibet e in Mongolia e la soppressione delle voci indipendenti in tutto il Paese. Per i diritti umani è il periodo più buio dal massacro di Tiananmen del 1989. Eppure i governi sono stati a lungo riluttanti a criticare Pechino per paura di ritorsioni. Nel 2020, ad esempio, l’Australia ha subito rappresaglie economiche per un’indagine indipendente sull’origine della pandemia di coronavirus. Tuttavia, qualcosa sta cambiando: nel mondo si alzano sempre più numerose le voci critiche e i progressi sono significativi. A causa delle pressioni internazionali, per la prima volta Pechino ha fornito il numero di uiguri dello Xinjiang – 1,3 milioni – anche se non ha ammesso che fossero detenuti, ma in “centri di formazione professionale” e che molti si erano “diplomati”, ovvero erano stati liberati. Purtroppo è evidente che molti di questi uiguri “diplomati” erano stati trasferiti in campi di lavoro. Ma ancora una volta, qualcosa sta cambiando: Xi si è reso conto di dover fare i conti con la comunità internazionale, dapprima con il mondo musulmano, stanco della repressione degli uiguri, poi con un numero crescente di aziende che hanno smesso di importare prodotti cinesi fabbricati nello Xinjiang, per il sospetto che fossero il frutto di lavoro forzato. Quando l’amministrazione Trump si è ritirata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2018, molti pensavano che l’opposizione alla repressione del governo cinese sarebbero finite. In effetti, è successo il contrario. Negli ultimi due anni, i governi sono diventati più fiduciosi nel criticare la repressione di Pechino trovando sicurezza nei numeri, che riflettono l’incapacità di Pechino di vendicarsi contro il mondo intero. Il primo passo è avvenuto al Consiglio per i diritti umani nel 2019, quando 25 governi si sono uniti per condannare la repressione straordinaria nello Xinjiang».

Il rapporto 2021 di Human Rights Watch inizia con un messaggio a Biden, quale?
«I quattro anni di Trump sono stati un disastro per i diritti umani, negli Stati Uniti e nel mondo. Biden dovrà fare molto di più che riportare la situazione al punto di partenza e cancellare i danni che ha fatto il suo predecessore. Gli Stati Uniti sono oggi divisi, isolati, percepiti come inaffidabili, il nuovo presidente dovrà portare i diritti fondamentali in cima all’agenda – sia interna che internazionale -, dovrà usarli come principio guida. Le grandi proteste per la giustizia razziale negli Stati Uniti nel 2020 e le difficoltà imposte dalla pandemia Covid-19 potrebbero fornire una spinta per un cambio di passo. Biden dovrebbe ispirarsi a Jimmy Carter che per primo ha introdotto i diritti umani come elemento della politica estera degli Stati Uniti. A quel tempo, era vista come una mossa radicale, ma ha sostenuto gli Stati Uniti per decenni».

Nonostante tutto lei parla di buone notizie?
«Quello che è successo negli Stati Uniti sotto Trump è stato una spinta alla risolutezza e non alla disperazione. Poiché Trump ha in gran parte abbandonato la protezione dei diritti umani all’estero, altri governi si sono fatti avanti. Invece di arrendersi, sono andati avanti con più forza. Così, anche se potenti attori come Cina, Russia ed Egitto cercavano di minare il sistema globale dei diritti umani, una serie di ampie coalizioni si è schierata per difenderli. Queste coalizioni includono non solo una serie di Paesi occidentali, ma anche un gruppo di democrazie latinoamericane (contro il Venezuela di Maduro) e un numero crescente di Stati a maggioranza musulmana. L’esempio lampante di questa più ampia difesa dei diritti umani è quello dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC), un gruppo di 56 stati a maggioranza musulmana. In passato, l’OIC ha usato raramente le Nazioni Unite per condannare violazioni dei diritti umani diverse da quelle commesse da Israele, ora l’ha fatto per condannare la campagna di omicidi, stupri e incendi dell’esercito del Myanmar del 2017 contro i musulmani Rohingya. Insieme, lentamente, qualcosa nel mondo sta cambiando, anche se è troppo presto per vederne i frutti».