USA. I simboli cristiani del “mob” capitolino

L’assalto al Campidoglio di Washington ha messo in evidenza l’amalgama tra cristianità e supremazia bianca

Robert P. Jones

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Washington DC, 6 gennaio 2021, un partecipante al raduno pro-Trump mostra un cartello con “Gesù salva”

(RNS) — Se c’è una cosa importante emersa dal caos vergognoso dell’attacco di mercoledì al Campidoglio degli Stati Uniti e che i terribili eventi hanno palesato, sono le potenti correnti ideologiche e teologiche della politica americana che spesso vengono sottovalutate. I simboli portati dai riottosi – in particolare quelli riferiti al disinvolto amalgama tra cristianità e supremazia bianca – testimoniano di queste tendenze.

C’erano croci, cartelli con su scritto “Gesù salva” e bandiere recanti “Jesus 2020” che imitavano la grafica delle bandiere di Trump. Alcuni dei partecipanti, organizzati nell’ambito di una “Marcia su Gerico“, hanno suonato gli shofar – i corni rituali ebraici – mentre giravano intorno al Campidoglio, rievocando l’assedio della città di Gerico da parte degli israeliti descritto nel Libro di Giosuè nella Bibbia ebraica.

Un video mostrava la bandiera cristiana – bianca, con un angolo blu contenente una croce rossa e usata da molte chiese evangelicali bianche – esposta nell’aula vuota del Congresso dopo che le porte erano state sfondate e i membri del Congresso evacuati. Ricordo che quella stessa bandiera si trovava dietro il pulpito della mia congregazione della Mississippi Southern Baptist Church, e che da bambino ho giurato fedeltà sia alla bandiera americana che a quella cristiana. 

Sulle scale di Capitol Hill – un momento della diretta televisiva della CNN del 6 gennaio 2021

Jeffrey Goldberg, direttore del The Atlanticha scritto che tra i partecipanti al raduno che egli ha intervistato “la commistione tra Trump e Gesù era un tema ricorrente”. “È tutto nella Bibbia. Tutto è stato preannunciato. Donald Trump è nella Bibbia. Preparati”, gli avrebbe detto qualcuno, mentre un altro gli ha lanciato: “Arrenditi se credi in Gesù. Arrenditi se credi in Donald Trump!” – cosa che ha suscitato giubilo nei partecipanti intorno. 

Simboli inequivocabili della supremazia bianca erano mescolati con disinvoltura alla retorica e alla simbologia cristiana. Fuori dal Campidoglio, i sostenitori di Trump hanno eretto una grande forca di legno con un cappio arancione che pendeva minacciosamente dal centro. E ancora: i pro-Trump hanno sventolato la bandiera confederata all’interno del Campidoglio degli Stati Uniti, cosa che nemmeno l’esercito confederato era mai riuscito a fare.

Tra le immagini più condivise c’è quella che mostra un riottoso con la bandiera confederata che passeggia davanti al ritratto di William H. Seward, anti-schiavista e segretario di Stato di Abraham Lincoln, gravemente ferito nell’ambito della congiura che nel 1865 uccise lo stesso Lincoln.

Un partecipante è stato visto con una felpa con la scritta “Camp Auschwitz”, un riferimento al campo di concentramento dove oltre un milione di ebrei furono uccisi dai nazisti. Altri invece facevano strani paragoni tra i cristiani come vittime della società americana e gli ebrei europei del Terzo Reich. Assembramenti simili si sono formati anche nelle capitali negli Stati di Ohio, Kansas e Michigan. 

Se vogliamo capire gli eventi del 6 gennaio e le sfide che ci attendono come nazione, dobbiamo prendere sul serio queste narrazioni e questi simboli, non affrontandoli singolarmente, bensì guardandoli nel loro insieme e mettendoli a confronto. 

Quest’adunata sediziosa è stata motivata non solo dalla lealtà verso Trump, ma da una dissacrante fusione tra supremazia bianca e cristianesimo che ha afflitto la nostra nazione fin dalla sua nascita ed è ancora oggi tra noi. Come cerco di dimostrare nel mio libro “White Too Long: The Legacy of White Supremacy in American Christianity, continua ad esserci un forte ed inquietante legame tra atteggiamenti razzisti e l’identificazione in quanto cristiano bianco.

Ricordiamo che questo momento storico, ma anche le divisioni degli ultimi quattro anni, sono da inserire in un quadro di sconvolgimenti sul fronte religioso e demografico. Dal 2008, il Paese è passato dall’essere una nazione a maggioranza cristiana ad una in cui i cristiani bianchi sono diventati minoranza (dal 54% al 44%). Questo cambiamento è avvenuto durante il mandato del nostro primo presidente afroamericano. Le disfunzioni e le violenze che stiamo sperimentando sono in gran parte un tentativo di preservare una visione dell’America cristiana bianca che sta invece uscendo di scena.

La propensione dei riottosi di mercoledì scorso a credere a stravaganti teorie cospirazioniste e la loro riluttanza ad accettare i risultati delle elezioni, in fondo hanno la stessa origine: un disperato bisogno da parte di alcuni cristiani bianchi di voler essere loro i proprietari di un Paese, che invece è in via di “pluralizzazione”.

Come molti hanno giustamente rilevato, il violento disprezzo per lo stato di diritto a cui abbiamo assistito non è esattamente il meglio di ciò che siamo. Ma se vogliamo guarire la nostra nazione, dobbiamo ammettere che questa parte della nostra identità rimane, ancora oggi, un elemento preoccupante dell’eredità politica e religiosa dell’America. (da: RNS; trad. e adat.: G. Courtens)

L’autore Robert P. Jones è CEO e fondatore del Public Religion Research Institute (PRRI) con sede a Washington DC.