La scuola fra insegnamento religione cattolica e pandemia

 07 gennaio 2021 di Silvana Ronco

Mentre studenti e famiglie devono fare i conti con le limitazioni e le lezioni a distanza, è stato predisposto il bando relativo agli insegnanti di religione, materia facoltativa

Un parere sull’accordo Miur-Cei per il bando di assunzione degli insegnanti di religione/confessione cattolica da predisporre entro il 2021? È l’ennesima prova che, in merito alla presenza nelle ore curricolari dell’insegnamento confessionale cattolico, il Ministero segue logiche che non rispondono alle esigenze della popolazione scolastica, evitando ancora una volta di porre la dovuta attenzione ai richiami delle componenti laiche della società oltre che ai ripetuti suggerimenti dell’Unione Europea, del Consiglio d’Europa, nonché delle realtà accademiche italiane esperte in materia di Storia delle religioni.

Chi entra oggi in una scuola di ogni ordine o grado si rende conto di quanto la pandemia stia sottoponendo tutta la comunità scolastica a tensioni e stress quotidiani, sia sotto il profilo della logistica di problematiche non direttamente appartenenti alla gestione scolastica, come per esempio la situazione dei trasporti, sia esasperando antiche questioni mai risolte, quali la sicurezza dei locali, la presenza di troppi alunni per classe, la precarietà del lavoro del personale docente e non, solo per citarne alcune. Insomma il virus sta mettendo in evidenza le debolezze strutturali della nostra società: in più settori si è costretti a fare i conti con quanto non si è investito nel passato, quando ci sarebbero stati sia il tempo sia i fondi per fare scelte politiche lungimiranti, di cui ora potremmo raccogliere i frutti, beneficiando di una miglior capacità di risposta al dilagare del virus. E si scopre così che nella scuola si riverberano direttamente le problematiche della società stessa.

Le componenti più deboli della popolazione scolastica vedono accentuate le difficoltà di accesso all’istruzione laddove la didattica a distanza – Dad – ha interrotto percorsi che solo nell’accoglienza “in presenza” possono trovare un reale sostegno. Soggetti con diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento – Dsa – o di bisogni educativi speciali – Bes –, disabili e “normodotati” poco motivati (categoria non ancora ridotta a un acronimo) sono alle prese con crescenti difficoltà, tanto da far presagire che sarà molto difficile arginare l’abbandono scolastico. Nella scuola lacerata dalla pratica escludente della Dad vengono a galla fenomeni di povertà educativa, disuguaglianze nelle opportunità di apprendimento aggravate dal digital divide già presente ben prima della pandemia. Tutto questo grava sulle famiglie, rese ancora più fragili dalla precarietà del lavoro, che si devono far carico in prima persona anche del percorso scolastico dei figli a casa. Segnali allarmanti riguardo all’abbandono scolastico arrivano dal rapporto What Have We Learnt?, pubblicato il 29 ottobre 2020 a cura di Unicef-Unesco-Banca mondiale, che raccoglie dati provenienti da sondaggi effettuati da giugno a ottobre 2020 nelle scuole di 150 Stati, e dove si sottolinea «la devastazione che la pandemia sta provocando sull’istruzione dei bambini in tutto il mondo e come sia fondamentale dare la massima priorità alla riapertura dselle scuole e fornire le indispensabili opportunità di recupero per la didattica non svolta. La pandemia aumenterà il deficit di fondi per l’istruzione (…). Compiendo ora le giuste scelte di investimento anziché procrastinarle, questo divario potrebbe essere significativamente ridotto»Al Global Education Meeting organizzato lo scorso 22 ottobre dall’Unesco insieme ai governi di Ghana, Norvegia e Regno Unito, 15 Capi di Stato e di governo e 70 tra ministri dell’Istruzione e partner per lo sviluppo, si è raggiunto l’impegno comune per assicurare i finanziamenti per l’istruzione e agire per riaprire le scuole in sicurezza, sostenendo gli insegnanti quali lavoratori in prima linea e operandosi per ridurre il divario digitale.

In un panorama come questo il ministro dell’Istruzione ritiene comunque importante firmare l’intesa con la Conferenza episcopale e dedicare tempo e personale del ministero dell’Istruzione per la stesura del bando per il concorso riservato agli insegnanti di religione/confessione cattolica, con tutto quel che ne concerne poi l’organizzazione e la gestione. Scelta legittima, visto che la Legge 186 del 2003 ha introdotto anche per i docenti di religione l’entrata in ruolo, previo concorso abilitativo, e che al pari degli altri insegnanti, anche questi sono retribuiti dal ministero dell’Istruzione. Peccato che l’assunzione sia subordinata al parere dell’Ordinario Diocesano e che la materia insegnata sia facoltativa, sempre meno seguita man mano che aumenta l’età delle studentesse e degli studenti. Continuare a difendere questo privilegio equivale significa, oggi, disattendere le reali necessità della popolazione scolastica, utilizzando fondi pubblici per un bando che oltretutto discrimina i cittadini italiani, visto che il parere dell’Ordinario Diocesano non sarà mai “positivo” per chi cattolico non è o per chi vive una relazione omoaffettiva, per esempio, seppur nel rispetto della Legge