Il ruolo attivo del Costa Rica nel disarmo: un caso di demilitarizzazione

07.12.2020 – San José, Costarica – Carlos Umaña

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseFranceseTedescoGreco

Il ruolo attivo del Costa Rica nel disarmo: un caso di demilitarizzazione
Vulcano Arenal, Costa Rica (Immagine di Leonora Ellie Enking su Flickr)

Il 1° dicembre è stato il 72° anniversario della decisione straordinaria del Costa Rica di abolire le sue forze armate. Il dottor Carlos Umaña, costaricano della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), ne spiega il contesto e riflette sul significato di questa azione, sul reale valore di risolvere i conflitti con mezzi nonviolenti e sulle implicazioni in un mondo in cui esistono pandemie.

Il Costa Rica si è distinto come un paese pacifico in una delle regioni più violente del mondo. Ha prosperato in alcuni aspetti: ha un alto tasso di alfabetizzazione (98%), un’elevata aspettativa di vita (80,1 anni), e recentemente è arrivato in cima all’“indice del pianeta felice“. La parola “pace” è onnipresente. Il Costa Rica ospita l’Università per la Pace, ha un Ministero per la Pace e la Giustizia, la pace è riconosciuta come un diritto umano, e la sua diplomazia è stata costantemente attiva nel promuovere la pace progressiva, nel disarmo e nelle politiche ambientali.

Il presidente del Costa Rica al secondo mandato, Oscar Arias, ha redatto un piano di pace nel 1986 che ha contribuito a portare la pace in un’America centrale devastata dalle guerre. Per questo gli è stato assegnato il Premio Nobel per la pace nel 1987. Il Costa Rica è stato anche uno dei principali sostenitori del Trattato sul commercio delle armi e ha svolto un ruolo fondamentale nella sua implementazione e negoziazione. Nel disarmo nucleare la Costa Rica ha proposto – insieme alla Malesia – un modello di Convenzione sulle Armi Nucleari nel 1997, ed è stata in prima linea in tutti gli sforzi per difondere il disarmo, facendo anche parte delle sette nazioni del Core Group che hanno promosso il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), facendole vincere il premio “Persona dell’Anno per il Controllo delle Armi” nel 2018.

I diplomatici costaricani hanno spesso assunto un ruolo di primo piano nelle iniziative per il disarmo, tra cui il primo gruppo di lavoro aperto sul disarmo nucleare nel 2013 (presieduto dall’Ambasciatore Dengo) e la conferenza di negoziazione del TPNW (presieduta dall’Ambasciatore Whyte). Inoltre, i costaricani hanno svolto un ruolo importante nella politica ambientale internazionale; è stata, ad esempio, un’ambasciatrice costaricana, Christiana Figueres, a presiedere nel 2015 l’Accordo di Parigi sull’Azione per il Clima. E così via.

Questo ruolo di primo piano nella politica internazionale sulla pace ha molto a che fare con la demilitarizzazione del Costa Rica. Il Costa Rica è famoso per aver abolito il suo esercito. Questo unico ingrediente ha ridefinito con forza ciò che la sicurezza comporta, come dovrebbero essere condotte le relazioni internazionali e, in sostanza, cosa significa essere un Paese. Sfida l’idea che un paese demilitarizzato sia vulnerabile e dipendente, e sposta la visione collettiva su come le persone si relazionano con il loro governo, con i loro vicini e, in ultima analisi, su come vedono se stesse.

Abolire l’esercito è stata una mossa molto audace, soprattutto negli anni ’40, perché andava contro l’idea che il mondo intero aveva della sicurezza. Alcuni avevano previsto che, senza un esercito, il Costa Rica sarebbe stato una preda facile per chiunque volesse invaderlo. Quasi 72 anni dopo, questo non è successo, ma piuttosto ha reso il Paese diverso dal resto della regione.

Demilitarizzazione

Va detto che il Costa Rica non ha mai avuto una forte cultura militare. Non ha combattuto per la sua indipendenza, ma l’ha ottenuta grazie alla guerra tra Messico e Spagna nel 1821, con la quale l’intera Federazione Centroamericana è diventata indipendente. A differenza di altre parti del “Nuovo Mondo”, il Costa Rica non era ricco di depositi di oro o di altri minerali che i colonizzatori cercavano, quindi i suoi coloni europei non erano ricchi e non avevano schiavi o servitori. Così, i coloni acquistarono terre fertili, e vi lavorarono essi stessi. Poiché le caratteristiche della terra e del clima erano favorevoli all’agricoltura, il commercio di prodotti come il caffè e le banane fiorì nel XIX secolo. Mentre in altri paesi dell’America Latina i militari servivano come mezzo per l’ascesa sociale, i costaricani erano impegnati a curare le loro prospere piantagioni e a creare ricchezza personale con le proprie mani. E così, anche prima dell’abolizione dell’esercito, la figura dell’agricoltore era molto più importante di quella del soldato. Ciò fu ancora più evidente quando nel 1856 un gruppo militare degli Stati Uniti che si definivano “i filibustieri” invase il Centro America per rivendicare le sue terre e le sue risorse umane e naturali per gli Stati Uniti, e aveva già conquistato tutti gli altri Paesi centroamericani quando raggiunse il Costa Rica. L’esercito costaricano era piccolo, e furono soprattutto gli agricoltori a combattere questi invasori. Lo testimonia la leggenda del giovane contadino Juan Santamaría, che perì durante la “Battaglia di Rivas” e vinse la guerra bruciando il quartier generale dei filibustieri. L’eroe di guerra non era un soldato, ma un contadino. La vittoria non fu di un esercito, ma del popolo. Juan Santamaría incarna gli ideali dei costaricani, un popolo che si solleva per difendere il proprio paese ogni volta che ce n’è bisogno.

Quasi 100 anni dopo, nel 1944, sono state realizzate diverse riforme sociali progressiste, con la creazione della sicurezza sociale (assistenza sanitaria secondo i principi di universalità, solidarietà e uguaglianza), l’attuazione di ampie riforme del lavoro e dell’istruzione elementare universale obbligatoria e la creazione di un sistema pubblico di istruzione superiore. Questo, tuttavia, era accompagnato da un autoritarismo filocomunista da parte del partito al potere, il Partito Repubblicano Nazionale, che ha dichiarato nulle le elezioni del 1948, poiché i risultati favorivano i loro avversari. Si è scatenata una guerra civile che durava 4 mesi e che ha portato il leader dell’opposizione, José Figueres, a diventare presidente. Assunto il potere, ha abolito l’esercito, mantenendo però le riforme sociali progressiste.

Molti sostengono che questa decisione sia stata pragmatica. Da un lato, Figueres ha vinto con l’aiuto di alleati militari esterni e di forze neoliberali interne che si opponevano alle riforme sociali, e senza un esercito non avrebbe dovuto restituire il favore ai suoi alleati, poiché il paese non poteva più fornire alcun sostegno militare. L’abolizione dell’esercito avrebbe anche eliminato una forza contraria e quindi la possibilità di un altro colpo di Stato. Questa misura evitava inoltre le possibilità di interventismo e di colpi di Stato degli Stati Uniti, che erano una possibilità reale per il Costa Rica. La demilitarizzazione è stata ampiamente accettata perché la gente si era stancata dell’autoritarismo e non voleva più conflitti. Così, la “pace” e lo sviluppo erano diventati la piattaforma del mandato di Figueres. Governare con la forza non sarebbe mai più stata un’opzione. A livello internazionale, questa mossa era vista come rischiosa, poiché avrebbe reso il Costa Rica vulnerabile ai suoi nemici; tuttavia, e ben consapevole di questo, la politica dello Stato costaricano ha cominciato a scommettere sulla diplomazia come unico mezzo per relazionarsi con le altre nazioni. Il Paese si è appellato allo stato di diritto internazionale come unico mezzo di protezione. In poche parole, non aveva altra scelta. E così, la pace divenne centrale nella politica costaricense e nell’identità dei costaricani.

Sul piano interno, non avendo un esercito, si potevano spendere più risorse disponibili per la salute e l’istruzione. Vaste risorse sono state spese per l’alfabetizzazione e per fare dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria un diritto. Inoltre, l’esercito non era più un argomento che richiedeva attenzione, permettendo che il tempo e l’energia politica potessero ora essere destinati ad altre questioni. Così sono nati altri programmi, come le ambiziose politiche ambientali che hanno portato a risultati come il fatto che il territorio del paese è attualmente costituito per il 52% da foreste, il 25% da parchi nazionali, un’industria dell’ecoturismo in piena espansione, e una rete elettrica alimentata quasi interamente da fonti rinnovabili, tra gli altri.

Per la verità i conflitti internazionali non sono mancati in Costa Rica. Ad esempio, negli ultimi anni, il Paese ha avuto diverse dispute di confine con il suo vicino settentrionale, il Nicaragua. Tuttavia, questi conflitti sono stati tutti risolti dalla Corte Internazionale di Giustizia. Se il Costa Rica fosse stato un Paese militarizzato, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente.

Ridefinire la pace.

La pace non è l’assenza di conflitti, ma la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Usare la minaccia e la forza per “mantenere la pace” è ben lontano dall’essere un vero e proprio stato di pace. Da un lato, una minaccia è buona solo quando l’altra parte è dissuasa, e la cosiddetta pace finisce nel momento in cui questa deterrenza non è più credibile; dall’altro, l’assenza di combattimenti reali non è necessariamente pace se c’è tensione. La violenza persiste se il popolo vive sotto una costante minaccia o paura. Ora, con una struttura militare presente, come potrebbe essere altrimenti, se la sua mera esistenza richiede una costante dimostrazione di forza?

Pur avendo ancora molte sfide da affrontare, è innegabile che la demilitarizzazione ha fatto una grande differenza nel corso dei decenni successivi. Il Costa Rica è la prova vivente che la sicurezza non è necessariamente mantenuta attraverso il militare. Se ci fermiamo a pensare a quanti conflitti sono stati creati e perpetuati dal militarismo, l’esercito non è in realtà una forza di protezione contro le minacce, ma potrebbe benissimo essere la minaccia stessa.

La pandemia COVID-19 ha messo a nudo la vulnerabilità di molte società e ha fatto mettere in discussione il concetto stesso di sicurezza. Molte vite sono andate perdute e molte persone si trovano senza casa e disoccupate in condizioni difficili. I militari li hanno protetti? In che modo spendere miliardi di dollari in costosi sistemi di armamenti aiuta i malati, i disoccupati e i senzatetto? Come impedisce la morte a causa di un virus? I paesi che hanno reagito meglio a questa pandemia sono quelli che hanno speso le loro risorse e la loro attenzione per la sanità, l’istruzione e le politiche sociali.

Il progresso richiede la pace, e la vera pace non si costruisce con le minacce e le imposizioni, ma attraverso una cultura di cooperazione, accettazione e inclusione. La pace si costruisce nel tempo, con una forte cultura democratica alimentata dalla politica e da risorse che garantiscono una vita dignitosa, con accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione, e dove tutti i bisogni fondamentali sono soddisfatti.

La civiltà e lo stato di diritto sono sempre più importanti in un mondo crescentemente interconnesso, dove governare con la forza diventa sempre più irrilevante. Il progresso dell’umanità risiede nell’educazione, nella cooperazione e nell’inclusione. Se vogliamo sopravvivere alle due grandi minacce esistenziali causate dall’uomo, i cambiamenti climatici e le armi nucleari, è urgente prendere la pace sul serio e dare una possibilità alla pace.

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid. Reviione: Silvia Nocera