Meeting Minutes

Meeting Minutes del 3/11/2020

IL 2 NOVEMBRE 2019 CI LASCIAVA ALBERTO SED…Non ti dimenticheremo MAI. Alberto Sed: «La mia passione da piccolo era il gioco del calcio. Poiché non avevamo molti soldi, imparai a farmi un pallone di carta e spago. Partecipavo ai tornei rionali e a scuola mi chiamavano “il piccolo Amadei”, il centravanti della Roma. Io però credevo di giocare come Silvio Piola: da collegiale conobbi anche lui».Ma poi, nel 1938, l’arrivo delle leggi razziali. Alberto dovette abbandonare il convitto in cui viveva fin dall’età di 7 anni, quando subì la perdita del padre: «Non ero più un ragazzino di 14 anni che giocava a pallone ma un ebreo a cui era stato proibito tutto e tutti». Alberto riuscì miracolosamente a sfuggire con la sua famiglia (la madre Enrica, e le sorelle Angelica, Emma e Fatina) al rastrellamento del ghetto ebraico di Roma il 16 ottobre 1943, per essere successivamente condotto, il 21 marzo del 1944, in una caserma, dove gli fu intimato di rivelare i rifugi degli otto fratelli della madre: «Valevamo 5 mila lire a persona. All’epoca ci potevi comprare un appartamento». Alla riluttanza del giovane, i capi risposero con l’ordine di detenzione nel carcere di Regina Coeli, già colmo di prigionieri, perciò convogliati nel campo di transito di Fossoli.Alberto Sed: «Fu il primo salvataggio. Tre giorni dopo, quelli che stavano al terzo braccio di Regina Coeli, quello cioè controllato dal comando tedesco, finirono nelle Fosse Ardeatine, nel tragico eccidio». Poi, la deportazione con la sua famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau. Il 23 maggio 1944 ad Alberto Sed fu tatuato il numero A-5491. Alberto Sed: «Io Dante lo conosco. Nella Divina Commedia, Purgatorio e Paradiso saranno anche come scritto, l’Inferno però è tutto sbagliato. L’inferno è quello in cui sono stato io, a 15 anni». Enrica, la madre trentanovenne, e la piccola Emma, di soli 9 anni, furono subito internate insieme nelle camere a gas. Alberto Sed assistette al susseguirsi di atti spietati e resistette a numerose selezioni, torture e marce della morte. Feriti nel corpo, umiliati nello spirito. Conobbe Tasca, un militare di Frascati senza un braccio e anch’esso prigioniero, che gli rivelò suggerimenti e pericoli ma anche alcuni retroscena del luogo. «Se ti serve un dentista, mi diceva, stanno tutti ai forni crematori perché prima di cremarli gli tolgono i denti d’oro». Nel 2009, con la pubblicazione del volume Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (Giuntina), di Roberto Riccardi, si è compreso il perché della paura di Sed all’idea di prendere un bambino in braccio: «Mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo», in quanto le SS ordinavano ai prigionieri di lanciare i bimbi in aria per fare il tiro a segno. Alla liberazione di Auschwitz, seguì un’ulteriore esperienza a Nordhausen, nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau, il sito dove i nazisti produssero i missili V1 e V2 di von Braun. «Ci trasferivano. Tre giorni e tre notti a piedi, fino alla stazione. A volte dovevamo camminare sopra i morti perché non c’era altro spazio. La neve era diventata più rossa che bianca perché i tedeschi sparavano a chi restava indietro. In alcuni paesi abbiamo trovato dei magazzini aperti e abbiamo potuto mangiare carote, rape. Poi c’erano gli alberi e riempivamo le tasche di foglie per riscaldarci. A Dora eravamo rimasti in pochi e si mangiava la neve». Nell’aprile del 1945 Sed fu liberato dagli americani e di ritorno a Roma poté riabbracciare la sorella Fatina, sopravvissuta sua volta al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ma fu testimone della drammatica morte della sorella Angelica – sbranata dai cani per il divertimento dei tedeschi – nonché cavia degli esperimenti di Josef Mengele. Alberto Sed: «Nella mia vita ho avuto tre divise, quella dell’orfanotrofio, quella del lager e, adesso, quella di mia moglie Renata. Non c’è una volta che mi faccia uscire senza cravatta, neppure per andare dal barbiere» Alberto Sed: «Tanto dolore ma che oggi è stato finalmente sopraffatto dall’amore che tutti voi mi dimostrate numerosi. Posso dire che oggi finalmente ho ripreso a vivere grazie a voi».


Un ponte per Anna Frank


Preghiera per Patrick Zaky

Signore, dammi il coraggio di sapere gettare dei ponti tra le persone, dammi il coraggio di fare sempre il primo passo. Lasciati incontrare nel tuo pontee quando vi camminerò sopra, sta accanto a me, Non voglio accendere nessun conflitto.Voglio essere dovunque un facilatore di pace. Amen

Kurt Rommel


In questa data nel 1324 (3 novembre), una donna di nome Petronilla de Meath fu bruciata sul rogo di Kilkenny, Irlanda. Accusata di essere una strega. Petronilla era la domestica di Dame Alice Kyteler, nobildonna irlandese. Dame Kyteler era riuscita a sopravvivere a quattro mariti. Molti dei figli dei suoi mariti defunti l’hanno accusata di aver acquisito la sua ricchezza attraverso la stregoneria, possibilmente coinvolgendo un omicidio. È stata condannata per processo e accusata di una lista di crimini dal vescovo dell’Ossory. Petronilla è stata torturata per informazioni e ′′ confessa ′′ che lei e la sua amante avevano applicato un magico unguento ad un raggio di legno, permettendo loro di volare entrambi. Dame Kyteler aveva le risorse per fuggire dalla città per l’Inghilterra. Petronilla è stata lasciata indietro, e così è andata al rogo da sola. L ‘ex casa di Kyteler si trova ancora nel centro di Kilkenny, e ora ospita Kyteler’ s Inn.

~ La Marginal Mennonite Society Series di caccia alle streghe