Abbiamo bisogno di un salto di civiltà, non della leva obbligatoria

22.08.2018 Azione Nonviolenta

Abbiamo bisogno di un salto di civiltà, non della leva obbligatoria

In questa tragica estate il ministro degli interni ha trovato anche il modo di intervenire, in maniera del tutto estemporanea e superficiale – come usa fare abitualmente – sul tema dell’obbligatorietà del servizio militare e di quello civile: “vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri” – ha detto il ministro in un comizio – “facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti”.

Da obiettore di coscienza al servizio militare finora non sono entrato nel merito delle sparate di Salvini sulla leva obbligatoria, che parla di questioni che non conosce, se non osservando che in nessuna democrazia il ministro degli interni si occupa delle forze armate, né si pensa di delegare all’esercito l’educazione: è quello che accade nei regimi totalitari. Tuttavia, poiché autorevoli ricercatori hanno preso sul serio le parole in libertà del ministro (come l’amico Giorgio Beretta su Unimondo), sollecitando interventi più strutturati, provo ad aggiungerne brevemente ancora qualcuna alle tante ragioni contro la leva obbligatoria già avanzate – anche dall’interno del governo – al ministro Salvini.

La prima. Il servizio militare obbligatorio in effetti ha un valore educativo: è una formazione di massa al militarismo, di cui il cosiddetto nonnismo – ricordato spesso in questi giorni – ne è una dimensione costitutiva e strutturale. La leva obbligatoria ha rappresentato per generazioni di giovani un rito di passaggio collettivo volto a trasformare i ragazzi in uomini, attraverso la disciplina militare, fondata sull’apprendimento all’uso delle armi, sulla sospensione della democrazia in caserma, sulla sottomissione a una ottusa gerarchia, sulla formazione dell’identità – personale e collettiva – inculcata in contrapposizione alla parallela costruzione del nemico. Nessuno ha nostalgia di questa scuola di socializzazione di massa alla violenza, subita ed agita.

La seconda. Non è vero – come pure alcuni hanno scritto – che il ritorno alla leva obbligatoria porterebbe con sé il ritorno all’obiezione di coscienza al servizio militare (e quindi, potenzialmente, ad una nuova coscienza antimiltarista) perché – se capisco bene la “proposta” del ministro – l’obbligatorietà sarebbe da svolgersi opzionalmente tra il servizio militare o quello civile. Per cui i tanti che non volessero consegnare un periodo della propria vita alla naja sarebbero obbligati a fare il servizio civile, senza passare da una impegnativa dichiarazione di obiezione di coscienza. Ossia, oltre al danno avremmo la beffa: il ritorno all’obbligo di leva (militare o civile) senza la possibilità di obiettare ad esso in nome della coscienza.

La terza. C’è il Servizio civile universale da avviare sul serio. Come dal 1985 ribadisce la Corte Costituzionale, il servizio civile è la modalità civile di assolvere al “sacro dovere” (che non vuol dire obbligo) di “difesa della patria”. Anche la recente sentenza numero 171/2018, con la quale la Suprema Corte ha respinto i ricorsi di Lombardia e Veneto contro il Servizio civile universale, ribadisce ulteriormente questo principio: “Con la sua sentenza” – ha commentato la CNESC (Conferenza nazionale degli enti di servizio civile) – “la Corte ha ribadito che il servizio civile è una forma di difesa civile e non armata della Patria sancita dall’art. 52 della Costituzione e pertanto rientra tra le materie di esclusiva potestà statale”. Si trovino dunque le risorse e le modalità organizzative per consentire davvero a tutti il diritto a svolgere il dovere di difesa del Paese, anziché lanciare improbabili ed estemporanee proposte di obbligatorietà.

Infine, per quanto riguarda la cultura della nonviolenza, non bisogna perdere di vista l’obiettivo finale della nostra azione: il superamento della guerra e degli strumenti che la preparano e la rendono possibile, ossia gli eserciti e le armi. In questo orizzonte “l’esercito di popolo”, di cui anche a sinistra alcuni vorrebbero nostalgicamente il ritorno, non sarebbe un passo in avanti ma – per le ragioni descritte brevemente sopra – una drammatica regressione culturale e politica. L’esercito professionale – che pure ha consentito la partecipazione del Paese a innumerevoli interventi militari, nel ripudio della Costituzione anziché della guerra – ha almeno il merito di escludere l’obbligo per tutti di imparare il mestiere delle armi. La difesa civile non armata e nonviolenta – promossa dalla campagna Un’altra difesa è possibile – è un passo nella direzione giusta. L’esercito di leva in quella sbagliata. La vera sfida, per noi, non è di rincorrere la destra sul suo terreno, ma di far avanzare culturalmente nel Paese e legislativamente in parlamento, il disarmo e la difesa civile, non armata e nonviolenta. Il vero salto di civiltà del quale abbiamo bisogno.

Festival di Locarno 2018- 4. Israele, il razzismo, le guerre

21.08.2018 Vittorio Agnoletto

Festival di Locarno 2018- 4. Israele, il razzismo, le guerre

Israele

Non capita spesso di poter assistere in un festival ufficiale a un film che critica apertamente e pone sotto accusa qualche aspetto della società israeliana senza che le autorità di quel paese o qualche associazione sollevi vibrate proteste, accusando i registi di antisemitismo e chiedendo il ritiro della pellicola.

Questo non è accaduto fino ad ora per M, il film della regista francese  Yolande Zauberman, premio speciale della  giuria, che offre uno spaccato interessante delle violenze sessuali sui minori a Bnei Brack, la capitale degli Haredi, gli  ebrei ultra-ortodossi, “i timorati di Dio” in ebraico. Uno spaccato interessante del maschilismo e dell’omertà presenti in comunità integraliste, rinchiuse in se stesse, dominate dal potere dei rabbini che, come in ogni stato, rappresentano anche la legge.

Film esplicito, che supera agilmente più di un tabù e che segue il percorso di un giovane violentato da bambino, che partendo da sentimenti di autocolpevolizzazione avvia un percorso di liberazione interiore che sfocia nell’outing. Pur riportando interviste e dichiarazioni alquanto esplicite, la regista si astiene da ogni giudizio etico, esaltando in tal modo la forza del racconto. L’unico rischio derivante da alcuni colloqui, presenti in particolare nella fase iniziale del film, è quello di essere spinti a credere che omosessualità e transgender siano il risultato di violenze sessuali subite in età infantile, ma nulla ci fa pensare che questo sia il pensiero della regista.

Hatzlila di Yona Rozenkier è anch’esso un film ambientato in Israele e racconta l’incontro in un kibbutz di tre fratelli prima delle partenza di uno di loro per l’ennesima campagna in Libano. Il film appare confuso, privo di una trama che abbia una minima solidità. L’unico elemento che accompagna tutto il film è la presenza delle armi in ogni momento della giornata; una vita quotidiana nella quale domina un rapporto simbiotico uomo/fucile- pistola-mitragliatore.

Guerre

Due  i film su Ceylon, ambedue centrati sui Tamil, sulla fine del conflitto e la necessaria ripresa del dialogo. Due pellicole molto diverse fra loro.

Demons in Paradise di Jude Ratnam, nei primi minuti accenna ai motivi che hanno segnato l’inizio del conflitto, ma tutto il film è concentrato sul racconto degli scontri interni alle varie fazioni Tamil, della loro assurdità ed in particolare sulle responsabilità del maggior gruppo armato tra i Tamil, le Tigri. Per chi, come me, vive da lontano la storia che viene raccontata forse non è questo l’aspetto fondamentale con il quale ci si aspetta di venire in contatto in un festival internazionale, tanto più che una strana sensazione ti assale ad un certo punto della visione: quello di essere tirato dentro un regolamento di conti tra diverse fazioni presenti tra i Tamil.

Thundenek dei registi Asoka Handagama, Vimukthi Jayasundara e  Prasanna Vithanage, appare come un’opera molto più completa e articolata che si svolge attraverso tre episodi: la difficoltà del comunicare la morte in guerra del suo uomo a una giovane donna dello schieramento avversario; la supposta reincarnazione di un guerrigliero Tamil in un bambino ed infine le madri che manifestano nella capitale chiedendo notizie dei figli e dei mariti dispersi durante la guerra. Ne esce un quadro a più scene sulla difficoltà del periodo post bellico, sugli enormi ostacoli presenti sul cammino verso una possibile riconciliazione, che difficilmente potrà realizzarsi senza che prima ognuno abbia potuto seppellire i propri morti, come insegna l’esperienza delle Madri della Plaza de Mayo. Un film avvincente e interessante, tra storia e cultura.

Altri due film ambientati in paesi in guerra e anch’essi fra loro molto diversi, certamente non mancheranno di suscitare dibattiti e polemiche tra gli spettatori.

In Zanani ba gushvarehaye baruti (Women with gunpowder earrings) il regista iraniano Reza Farahmand racconta la condizione delle donne irachene e siriane durante la guerra contro l’ISIS. Inizialmente si è coinvolti dall’emozione di essere in prima linea, nel mezzo  di un combattimento  tra bombe che esplodono, agguati, morti e feriti, ma con il trascorrere dei minuti comincia a sorgere qualche interrogativo: com’è possibile che una donna, la giornalista, superi tutte le linee di guerra, sia in prima fila, dia ordini ai soldati, indichi i percorsi agli ufficiali, si faccia intervistare qualche secondo dopo la morte o comunque il ferimento del proprio collega fotografo ecc. ecc.?

Sorge il dubbio di trovarsi in una sorta di fiction girata certamente  sul set di una guerra vera, dove uno degli intenti sia quello di trasformare in eroina la giornalista protagonista del film documentario. A rendere più complessa la vicenda le risposte reticenti del regista sul ruolo e sui suoi rapporti con la giornalista; inoltre, dopo aver affermato che tutto è stato girato in diretta, sempre il regista ha dichiarato che alcune delle interviste realizzate nei campi profughi con le donne dei combattenti dell’ISIS hanno dovuto essere girate più volte perché le donne difendevano le scelte dei loro uomini. Non era ovviamente questa la risposta politicamente corretta che il regista e i produttori volevano ascoltare.

Resta quindi il dubbio di una pellicola con una forte componente propagandistica; precisato questo, non c’è dubbio che soprattutto le scene girate all’interno dei campi profughi siano decisamente interessanti e ci permettano di venire in contatto con aspetti di quel conflitto a noi sconosciuti.

Laila at the Bridge, produzione Canada/Afghanistan, regia dei coniugi afgani Gulistan ed Elizabeth Mirzaei, è un film che coinvolge e che indubbiamente suscita simpatia verso la protagonista Laila, “la madre dei tossici”: una donna che raccoglie eroinomani ridotti a vivere per strada, sotto i ponti, tra i cartoni e ormai abituati a bucarsi in qualunque parte del corpo, lì dove scorre una vena ancora integra. Una donna che si muove da sola nel paese che ancora oggi è il maggior produttore al mondo di oppio e dove il traffico di questa sostanza contribuisce ad arricchire, al di là delle dichiarazioni ufficiali, ognuna delle parti in conflitto, compreso ovviamente chi siede sulle poltrone del governo. Una donna abituata a discutere con il potere, capace di farsi rispettare e di trovare le risorse economiche per mandare avanti la propria impresa. I dubbi sorgono quando il film approfondisce le modalità con le quali cerca di sottrarre le persone all’eroina: né metadone, né altri farmaci, ma docce fredde e rasatura totale…

E infine un film su Gaza

L’Apollon de Gaza, produzione Svizzera/Canada di Nicolas Wadimoff, narra come nel 2013 una statua di Apollo risalente ad oltre 2000 anni fa viene ritrovata al largo di Gaza e poi scompare improvvisamente. Il film  ruota attorno all’inaspettato ritrovamento che testimonierebbe il ruolo culturale svolto da Gaza nell’antichità.  Ma la statua scompare e non si ritrova; si susseguono le ipotesi su chi possa essersene appropriato: il governo della Striscia di Gaza? Un gruppo militare che proverà a rivenderlo per ottenere finanziamenti ? L’indagine sulla scomparsa offre l’occasione per mostrare altri reperti archeologici  conservati in vari capannoni, per mostrare le sedi istituzionali culturali  funzionanti e non distrutte, per mostrare un volto inedito di una città spesso rappresentata  solo tra rovine, bombardamenti e massacri, in un presente tragico e privo di radici storiche. Ed è questa dimensione storica restituita a Gaza l’aspetto più interessante di un film per la verità un po’ ripetitivo e monotono nel suo incedere.

Razzismo e destre

BlacKkKlansman di Spike Lee ha vinto un meritatissimo premio del pubblico. Un film avvincente, che prendendo spunto da una storia vera mette a nudo i meccanismi interni di funzionamento del potere e la tolleranza delle Stato americano verso il Ku Klux Klan. Parla del passato, ma il presente irrompe con forza nelle scene finali e non c’è nulla da spiegare, tutto è già stato detto, tutto è già accaduto.

Wintermaerchen (A winter‘s tale), regia di Jean Bonny, è una descrizione di un gruppo di estremisti di destra in Germania che trascorrono il tempo tra gli attentati verso gli immigrati, grandi bevute d’alcool  e un’attività sessuale frenetica e con vari intrecci tra generi differenti. Nessun riferimento al contesto sociale, non un’immagine o una parola sulle reazioni delle istituzioni o sulla rete associativa che li sostiene. Tutto è racchiuso nel microcosmo dei tre protagonisti, che col procedere della storia sembrano sempre di più delle persone con gravi problemi psichiatrici. Un film a mio parere insignificante  e privo di qualunque costrutto.

Uri Avnery. Fino all’ultimo respiro

20.08.2018 Patrizia Cecconi

Uri Avnery. Fino all’ultimo respiro
(Foto di caravandaily.com)

L’età – implacabile nel decretare la fine della vita per chi ha avuto la fortuna di non vedersela stroncare dalla violenza o dalla malattia – ha privato il mondo di una delle menti più lucide e oneste del sionismo.

Sionismo, termine che fa tremare le vene ai polsi ai tanti attivisti filo-palestinesi che in esso vedono solo razzismo o suprematismo fascistoide. In realtà hanno ragione se si prende il sionismo per quel che è nella sua pratica generale, ma non hanno ragione se prescindono da quella che è una delle caratteristiche fondamentali che determinano il sionismo stesso, e che figure quali Jeff Halper o Gideon Levy hanno abbracciato, cioè il sostenere giusta l’esistenza dello Stato di Israele all’interno della Palestina storica e, in alcuni casi,  lo scegliere di  diventare israeliani pur venendo da altre parti del mondo, cittadinanza acquisita semplicemente in quanto ebrei grazie a una delle due leggi fondamentali dello Stato di Israele che è la cosiddetta “legge del ritorno”.

“Ritorno” già in sé comporta un’arrogante pretesa e la base di una menzogna, ma fu la geniale trovata di Theodor Herzl, il padre del sionismo, appunto, ad essere vincente e a modificare il corso della storia nella terra di Palestina.

Se il luogo in cui far nascere lo Stato per gli ebrei fosse stato in Africa o in America Latina, come pure ipotizzato prima della scelta finale, estremamente comoda per il colonialismo europeo del secolo scorso, forse non ci sarebbe stata una “legge del ritorno” perché l’evocazione biblica non sarebbe stata tanto efficace, ma non lo sappiamo. La Storia del resto non si fa con i se o con i ma.

Il fatto è che Israele non ha ancora una vera legge costituzionale, perché la costituzione implica i confini dello Stato e sappiamo bene che Israele quei confini li ha in testa in modo molto lontano dalla Risoluzione Onu 181 cui si aggrappa per legittimare la propria nascita e alla quale, invece, non ha mai portato rispetto né l’ha mai riconosciuta, a partire dall’autoproclamazione dello Stato decretata da Ben Gurion poco prima della scadenza del Mandato britannico e, quindi, prima che la Risoluzione 181 divenisse giuridicamente operativa.

Ma al di là degli interessi imperialisti c’è da considerare, come fattore sociale, cosa potesse significare per un ebreo dopo la Seconda guerra mondiale e i campi di sterminio (ma anche dopo i ricorrenti progrom nella storia) avere un proprio Stato in cui sentirsi sicuro.

Su questa retorica, che però si fonda su basi concrete e che, solo per citare i momenti e le figure europee più rilevanti che già durante la Prima guerra mondiale hanno avuto il loro peso –  come gli accordi Sykes-Picot nel 1916 e la dichiarazione Balfour nel 1917 – è venuta a crearsi l’idea che lo Stato di Israele, all’interno della Palestina e per di più cacciando i palestinesi, cosa non prevista né dalla Risoluzione 181 né dalla dichiarazione Balfour, fosse un sacrosanto diritto del cosiddetto “popolo ebraico” che veniva di fatto a crearsi raccogliendo sefarditi e askenaziti, arabi, europei, americani e altri, unificati dalla fede religiosa e non certo dalla nazione di provenienza.

Uri Avnery fu uno di quelli e lo fu prima della grande tragedia della Seconda guerra mondiale. Tedesco, nato nel 1923 nella cittadina di Beckum nella Renania ed emigrato con la sua famiglia in Palestina quando Hitler andò al potere. Aveva solo 10 anni e non fu facile quel periodo visto che la sua famiglia aveva perso ogni ricchezza nella fuga dalla Germania nazista. Il giovanissimo Helmut, diventato poi Uri divenne un potenziale israeliano prima che si costituisse Israele.

Aveva solo 15 anni Helmut-Uri quando si arruolò nell’Irgun, la famigerata organizzazione paramilitare guidata da Menachem Begin autrice di azioni di  terrorismo ebraico delle peggiori, tra le quali si ricorda anche la strage al King David Hotel di Gerusalemme del 1946. Ma Uri ne era già uscito da quattro anni, cioè da quando aveva visto che le azioni dell’Irgun non andavano verso l’indipendenza dagli inglesi ma soprattutto erano focalizzate contro gli arabi. Sionista convinto, ma contrario alla pratica terrorista dell’Irgun, Uri Avnery abbandonò quindi molto presto la formazione che poi avrebbe dato lustro a Begin.

Ciò non gli impedì di partecipare alla guerra contro gli arabi nel 1948/49, ma non gli impedì neanche di vedere e raccontare le atrocità commesse contro i palestinesi che raccontò nel suo libro “Il rovescio della medaglia”. Libro che lo fece odiare da tanti ebrei, anche italiani e non solo israeliani, che definirono tradimento  la sua onestà intellettuale e morale.

Quest’uomo, che pur restando sionista fu un grande amico del popolo palestinese, fu tra i fondatori di un importante movimento pacifista e fu un grande e lucidissimo giornalista, oltre che scrittore. Trovando poco efficace Peace Now ne uscì e fondò Gush Shalom, movimento pacifista più radicale, senza mai abbandonare la sua visione “sionista” di ebreo che credeva giusta l’esistenza dello Stato ebraico accanto ad uno Stato palestinese.

Chi scrive andò a trovarlo a Tel Aviv nel 2011, ma aveva appena perduto l’amatissima moglie e non aveva voglia di parlare di politica, per cui l’incontro avvenne con un altro rappresentante di Gush Shalom, più giovane ma altrettanto convinto delle sue stesse idee e altrettanto critico verso Israele, Adam Keller. Adam Keller raccontò che sua madre, una donna ultraottantenne e claudicante, in una manifestazione a sostegno dei diritti del popolo palestinese venne strattonata, picchiata e vilipesa dai soldati israeliani. Una piccola cosa rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, e questo era chiaro ad Adam Keller, il quale comunque ci tenne a mettere l’accento sull’episodio per dire che non era certo questo l’Israele che lui, Uri Avnery ed altri convinti assertori dell’esistenza dei due Stati avevano in mente.

In Italia i suoi articoli venivano tradotti e pubblicati dal Manifesto, giornale in qualche modo “di nicchia” e leggerli è sempre stato vero cibo per la mente. Lucido e logico nelle sue riflessioni, Avnery, già oltre 30 anni fa, mentre il mondo si prodigava in inchini e apprezzamenti che poi si rivelarono ingiustificati, proprio in un articolo pubblicato dal Manifesto definì Perez “Una menzogna che cammina”. Articolo che chi scrive portò in lettura ad un’amica ebrea di sinistra avendo in cambio l’esclamazione disperata di nascondere subito quel giornale perché in casa sua, ebrei di sinistra, era vietato anche solo pronunciarlo il nome di Uri Avnery.

Questo è solo un aneddoto, che unito a quello di Adam Keller potrebbe aiutare a far capire quanto lavoro c’è da fare per arrivare veramente a quella pace giusta al cui raggiungimento Avnery ha dedicato la vita.

L’essere stato un parlamentare della Knesset per tre legislature, fino al 1981 non lo ha salvato dalle invettive e dall’ostruzionismo delle istituzioni e del popolo israeliano sionista. Sionista nell’accezione che abitualmente si dà al termine e che i governi Netanyahu hanno notevolmente incrementato. Ma già quando nel 1982 incontrò Arafat, si dice che  il grande nemico del presidente palestinese, Ariel Sharon, avesse tentato  di utilizzarlo per eliminare Arafat dando indicazioni al Mossad di “adempiere al loro compito” anche se questo avesse comportato la morte di Avnery che andava a intervistarlo. Lo raccontò proprio Avnery, sionista di stampo diverso da Ariel Sharon, congratulandosi con i servizi palestinesi per aver scampato il pericolo.

Con lui oggi non sparisce solo una grande mente, ma una mente capace di mettere in contraddizione le più grandi e le più piccole cose, come ad esempio le decisioni liberticide della Knesset israeliana circa la pratica di boicottaggio degli attivisti filo-palestinesi con analoga decisione della Knesset a favore del boicottaggio di un certo prodotto alimentare che danneggerebbe analogo prodotto di fabbricazione israeliana. Ma Uri Avnery era veramente una mente scomoda, una mente che la falce della morte ha portato via con sé avendo raggiunto i 94 anni e che fino all’ultimo ha conservato lucidità, forza e determinazione.

Come racconta Adam Keller nel suo triste comunicarne la scomparsa, Avnery è collassato alcuni giorni fa tornando a casa dopo aver partecipato alla manifestazione contro la “nation state law” e dopo aver scritto un duro articolo contro quella legge.

Fino all’ultimo respiro Uri Avnery è stato coerente. La sua scelta di ebreo che non ha mai respinto l’esistenza dello Stato di Israele, sognandolo però democratico e rispettoso dei diritti dei palestinesi ai quali si “doveva” (e non si doveva concedere) il proprio Stato, lo ha accompagnato fino alla morte. Qualcuno lo ha definito un visionario perdente ma, come dice Adam Keller, suo ideale portavoce e successore in Gush Shalom, “i più grandi avversari di Avnery dovranno seguire le sue orme – perché lo Stato di Israele non ha altra scelta reale.”

Se sarà così o meno non lo sappiamo, ma sappiamo che Israele ha perso la mente  lucida di un ebreo israeliano di sinistra, fortemente critico e anche per questo valido ostacolo contro la deriva barbarica della destra estrema. E anche i palestinesi hanno perso un amico, benché fosse un convinto sionista, tanto convinto e tanto aperto alla dialettica politica da mandare il suo articolo settimanale anche a chi non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele. Perché Avnery era una di quelle figure, sempre più rare, che riconoscono nell’avversario onesto un possibile collaboratore indiretto nel grande disegno di una società più giusta.

A chi scrive, pur essendo contraria al sionismo anche nell’accezione di Uri Avnery, mancherà molto il suo contributo. Altri invece ringrazieranno la falce della natura per aver spento una voce che ancora a 94 anni aveva la capacità di battersi contro chi viola sistematicamente i diritti umani, sebbene nello specifico si tratti dello stesso paese che sentiva come propria patria. Avnery usava dire che “la differenza tra un combattente per la libertà e un terrorista dipende solo dalla prospettiva con cui si guarda”. Questo non è l’accettazione del terrorismo ma il riconoscimento e la stima per chi combatte per la libertà.

Che la terra ti sia lieve, grande combattente.

Migranti sulla nave Diciotti, appello di Eleonora Forenza

19.08.2018 Redazione Italia

Migranti sulla nave Diciotti, appello di Eleonora Forenza
(Foto di https://www.facebook.com/ForumLampedusaSolidale/)

L’europarlamentare di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza, che tra fine giugno e inizio luglio ha seguito in prima persona la vicenda dei migranti a bordo delle navi Astral e Open Arms, della ong spagnola Proactiva Open Arms, lancia dalla sua pagina Facebook un appello a intervenire sulla vicenda della nave Diciotti,  ancora bloccata al largo di Lampedusa.

“E così, mentre noi discutiamo di applausi e fischi, il Ministro degli Interni minaccia di rimpatriare in Libia le oltre 170 persone a bordo della nave #Diciotti, da quattro giorni nel Mediterraneo. Trattasi di fatto della minaccia di violare le convenzioni internazionali in materia di diritti umani, dato che la Libia non è un paese sicuro.

Chiedo, dunque, al Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani di prendere parola e a ciascun/a parlamentare europea/o di attivarsi”.

La Siria vista da qui: tra memoria e sogno

18.08.2018 – Camini (RC) Redazione Italia

La Siria vista da qui: tra memoria e sogno

Domenica 19 agosto 2018 il Comune di Camini (RC) ospiterà nell’animata piazza Municipio, già sede di numerosi eventi culturali per tutta la stagione estiva, la presentazione del libro di Enzo Infantino e Tania Paolino “Kajin e la tenda sotto la luna. Storie di rifugiati siriani in territorio greco” (Luigi Pellegrini Editore, 2018) alla presenza degli autori.

Il libro si basa sull’esperienza che Enzo Infantino, attivista dei diritti umani, ha maturato nei campi profughi greci, dove più volte ha portato il suo sostegno alle migliaia di rifugiati, che per mesi hanno sostato forzatamente a Idomeni e negli altri insediamenti governativi, facendo anche da supporto o intermediario con istituzioni e singoli.

Idomeni è il più grande campo profughi della Grecia sito in un villaggio greco al confine con la Macedonia dove, a partire dal 2014, i rifugiati scappati dalla guerra in corso in Siria, ma anche dall’Afghanistan, dal Pakistan e da altri paesi del Medio Oriente, hanno iniziato a recarsi per attraversare il confine greco e proseguire lungo la cosiddetta “rotta balcanica” fino all’Europa del Nord dove la maggior parte di loro cercava di arrivare per mettersi in salvo.

Dal lavoro sul campo di Enzo Infantino è nata una rete solidale tra la Calabria e la Grecia in grado di smuovere le coscienze su una tragedia umanitaria immane e che ha coinvolto singoli e associazioni. Un’esperienza di tale natura meritava di essere raccontata e divulgata, per diventare monito, riflessione, denuncia. Questa la percezione immediata di Tania Paolino, coautrice, questo l’obiettivo del libro, il quale si configura come una miscellanea di vite vere e verosimili. I due autori si sono confrontati e raccontati, non nascondendo gli spunti autobiografici; insieme hanno guardato e decifrato ogni singola foto o video, raccogliendo il grido di dolore ma anche di speranza delle persone coinvolte, facendosene interpreti e mediatori.

Sullo sfondo, le devastazioni causate dalla guerra in Siria, il complesso scenario mediorientale, le vicende politiche europee degli ultimi anni. Gli autori si soffermano su queste dimensioni, non accessorie benché in secondo piano, nel tentativo di fare chiarezza e offrire al pubblico un punto di vista differente da quello presentato dai principali canali di comunicazione occidentali, troppo spesso lontani dalla realtà effettiva, testimoniata da coloro da quell’area, invece, provengono o ne hanno maturato conoscenza diretta.

Data la presenza di una nutrita comunità siriana sul territorio del Comune di Camini, la presentazione del libro “Kajin e la tenda sotto la luna. Storie di rifugiati siriani in territorio greco” rappresenterà anche una preziosa occasione per sperimentare la formula di “Junior Debate”, costituita dalla conduzione del dibattito e dalla formulazione di domande da parte di giovani e giovanissimi residenti bilingue di origine migrante, provenienti in questo caso proprio dalle zone nelle quali è ambientata l’opera, dopo aver affrontato uno specifico lavoro di preparazione con esperti di tale metodologia e con i mediatori interculturali.

La presentazione sarà introdotta dai saluti istituzionali da parte del Sindaco del Comune di Camini, Arch. Giuseppe Alfarano e del Presidente della Pro Loco “Passarelli Rinaldo Sisto” di Camini, Cosmano Fonte, ai quali faranno seguito un intervento del presidente della Cooperativa Eurocoop Servizi “Jungi Mundu”, Rosario Zurzolo, insieme alla coordinatrice del progetto SPRAR di Camini, Giusy Carnà sui progetti di accoglienza che coinvolgono in particolare le famiglie siriane e il programma Resettlement e un contributo della co-presidentessa dell’associazione transmediterranea “Maydan” dedita alla promozione delle espressioni culturali plurali e alla difesa dei diritti di cittadinanza nel Mediterraneo, Anna Lodeserto, che modererà l’incontro e faciliterà l’avvio dello “Junior Debate”.

I proventi del libro saranno devoluti alla ricostruzione di una scuola per l’infanzia ad Afrin in Siria.

Gaza, tra negoziati e fucilazioni

18.08.2018 Patrizia Cecconi

Gaza, tra negoziati e fucilazioni
(Foto di Patrizia Cecconi)

A Gaza non si ferma la Grande Marcia per il Ritorno, nonostante Israele continui a schierare i suoi tiratori scelti i quali seguitano a dar prova della loro perizia sparando su manifestanti inermi. Il tema di questo venerdì, mentre le delegazioni palestinesi al Cairo stanno discutendo di possibile tregua con la mediazione dell’Egitto, era “Ribelli per Al Aqsa e Al Quds”, vale a dire la rivendicazione della spianata delle moschee e di Gerusalemme est, città  sacra oltre che luogo culturalmente identitario per i palestinesi tutti, cristiani e musulmani.

Il portavoce del Movimento di Resistenza Popolare organizzatore della grande marcia, Khaled Al Azbout, facente parte della delegazione al Cairo, ha pubblicato un comunicato stampa nel quale dichiara che ciò che viene richiesto nei negoziati per la tregua non è un favore ma il riconoscimento e, quindi , l’applicazione dei diritti violati che i palestinesi di Gaza seguitano a rivendicare. Ha anche dichiarato che la riconciliazione tra le due più importanti fazioni che al momento dividono la Palestina facendo in tal modo il gioco di Israele, è argomento fondamentale e irrinunciabile, sebbene l’urgenza trattata nel primo round di consultazioni riguardi la Striscia di Gaza per via delle condizioni di crisi in cui è stata fatta precipitare dall’assedio illegale e ultra decennale di Israele.

Ma Israele opera contro la riconciliazione favorendo il solco che divide Hamas da Fatah. Inoltre i falchi israeliani, tra i quali si può annoverare anche l’ex ministro degli esteri ed ex agente del Mossad, signora Zipni Livni, resa celebre per la sua spietatezza rispetto ai crimini perpetrati durante il massacro di “piombo fuso”, non vedono di buon occhio una tregua, a meno che non sia una totale capitolazione palestinese, accettata in cambio di un miglioramento delle condizioni di vita nella Striscia di Gaza.

Ma mentre al Cairo si discute, a Gaza si seguita a morire. Al momento si contano due martiri che, come abbiamo scritto altre volte, sono cosa ben diversa dall’essere semplici vittime e, come dice l’etimologia del termine, sono realmente testimoni di questa disperata resistenza che chiede solo il rispetto del Diritto internazionale da parte di Israele. I feriti sono 270, tra questi 19 sono minori e 9 paramedici. Forse nei prossimi giorni, vuoi per il tipo di ferite, vuoi per il collasso degli ospedali gazawi, abbiamo ragione di temere che qualcuno di loro non riuscirà a guarire, aumentando il numero dei martiri e aumentando, al contempo, la determinazione a resistere da parte di quelle migliaia di gazawi che sani o feriti, con grucce o sedie a rotelle, con carretti, automobili, pullman o motociclette, seguiteranno a recarsi al border con una tenacia che sembra la personificazione della poesia di Tawfik Zyad nel verso che fa “Noi resteremo qui, sulla nostra terra, immobili come pietra sui vostri petti”.

Tornando ai negoziati, essi dovrebbero concludersi entro la festa del sacrificio, l’Eid al Adha, festa estremamente importante per i palestinesi musulmani, che cade il prossimo martedì 21 agosto. La protesta di oggi era messa in conto e forse anche i martiri. I negoziati vanno avanti, mentre il mondo è distratto.

Vuoi dalle vacanze, vuoi da altre tragedie e mentre Israele seguita a uccidere manifestanti inermi, i pochi media mainstream che ne danno conto attribuiscono al lancio degli aquiloni con la coda fiammeggiante la causa di quegli assassini. Basterebbe un minimo di onestà intellettuale per tacere, e ne servirebbe un po’ di più, non tanta, solo un po’ di più  per dire che ognuno usa le armi che ha. Israele ha di tutto e per questo può imporsi contro il Diritto internazionale, i gazawi della grande marcia hanno carta per gli aquiloni, abilità per farli, e poche gocce di benzina per renderli un fastidioso segnale di resistenza e di rivendicazione dei propri diritti. Questa è la verità ed è dimostrabile, pertanto dirlo non sarebbe difficile, ma quel pizzico di onestà intellettuale necessaria a farlo sembra una merce assolutamente rara.

Quando invece entra in campo la resistenza armata, che è assolutamente esterna  alla grande marcia, allora vengono usati i missili Qassam, quelli con i quali Gaza risponde ai missili lanciati dai droni o dagli F-35 israeliani e che, al contrario di questi ultimi, spaventano molto, ma difficilmente fanno danni e ancor più difficilmente vittime.

Sempre per lo stesso principio che vede ognuno usare le armi che ha, Israele uccide e distrugge case, scuole, centri culturali, caserme, fabbriche e, ultimamente, anche misere fattorie sterminando decine e decine di pecore e caprette colpevoli solo di essere nate a Gaza. E la resistenza armata gazawa forse sarebbe capace di fare altrettanto se avesse le stesse armi. Non lo sappiamo, ma per fortuna non le ha.

Eppure i grandi media, sempre incredibilmente benevolenti verso lo Stato Ebraico riescono, con un’abilità che ricorda il gioco delle tre carte delle fiere di paese, a invertire i termini mostrando all’opinione pubblica un Israele sotto attacco e una Gaza attaccante. La falsificazione continua e l’opinione pubblica viene lasciata nella sua ignorante buonafede grazie al silenzio o alla manipolane dell’informazione.

I dati numerici sarebbero in grado di smentire menzogne e manipolazioni, ma i numeri sono qualcosa di troppo asettico per fare breccia nell’opinione pubblica! E così lo stillicidio di vite continua, portando con sé anche il sempre più malandato Diritto internazionale ferito dall’inerzia di chi dovrebbe impugnarlo.

I martiri di oggi avevano 26 e 30 anni. Il fumo nero del caucciù bruciato non li ha protetti. I cecchini li hanno uccisi mente manifestavano, l’uno al border di Rafah e l’altro più a nord, al border di Al Bureji. Si chiamavano Karim Abu Fatayer e Saadi Akram Abu Muammar. Mentre si faranno i loro funerali e il popolo gazawo li onorerà per il loro sacrificio, al Cairo si porteranno avanti i negoziati per raggiungere la tregua, ma manca una parte. Si parla di tregua Israele-Hamas, quindi manca una parte e una parte importante.

Forse la tregua non sarà troppo lontana, ma senza la riconciliazione Fatah – Hamas, sarà forse più utile a Israele che al popolo palestinese considerato nel suo insieme. Questo Israele lo sa bene, in fondo il divide et impera dei latini è una strategia che ha sempre mostrato la sua efficacia. Abu Mazen si è già espresso in proposito ed è comprensibilmente furioso, ma invece di scagliarsi contro Israele minaccia Gaza. Minaccia di bloccare la somma inviata ogni mese invitando i gazawi ad ottenerla dai loro protettori. E probabilmente Israele gongola, Netanyahu ghigna e i falchi brindano. E mentre noi scriviamo di Gaza, le forze di occupazione stanno attaccando i fedeli palestinesi nella moschea di Al Aqsa a Gerusalemme.

Non c’è pace in Palestina, e non ci sarà finché ad Israele verrà consentito di calpestare il Diritto internazionale e finché i leader politici della Palestina, tutti, non riusciranno ad avere una strategia politica comune che identifichi chiaramente il nemico primo e unifichi le loro coraggiose ma non sempre efficaci battaglie.

Un altro Mediterraneo è possibile

16.08.2018 – Lia Curcio Unimondo

Un altro Mediterraneo è possibile
(Foto di Wikimedia Commons)

Il Mar Mediterraneo è sempre stato al centro della nostra storia tanto da essere stato più volte definito, nel corso dei secoli, come Mare Nostrum – il “nostro mare”, termine coniato nell’antica Roma e ripreso poi dal governo fascista per promuovere la costruzione di un impero coloniale italiano d’oltremare. Nell’uso contemporaneo, il termine è stato invece più volte usato per valorizzare la diversità gli scambi e la cooperazione tra le nazioni del Mediterraneo,e con questa espressione si è anche denominata l’importante operazione, curata dal governo italiano, di salvataggio in mare dei migranti a seguito del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

Oggi nell’immaginario comune, il Mar Mediterraneo è soprattutto sinonimo di “sbarchi”, “invasione”, “clandestini” con un linguaggio che richiama i toni populisti che trovano eco un po’ in tutta Europa. Tendiamo invece a dimenticare che il Mediterraneo, il “nostro mare” con la sua diversità di popoli è anche una risorsa.

Dieci anni fa, i capi di stato e di governo dei paesi Europei e del Mediterraneo fondavano l’UpM-Unione per il Mediterraneo, coinvolgendo 43 paesi in una partnership per affrontare le sfide comuni della macro-regione inerenti lo sviluppo economico e sociale, il degrado ambientale e il cambiamento climatico, le migrazioni, il dialogo tra culture. Alcune buone pratiche di cooperazione Euro-Mediterranea di questi 10 anni sono presentate sul sito dell’UpM. Tra queste, un progetto promosso dall’Università di Siena con un finanziamento del Programma europeo Interreg- Med per prevenire, ridurre e rimuovere i rifiuti dal Mar Mediterraneoedil progetto HOMERe che promuove la mobilità di studenti universitari tra i paesi del Mediterraneo, inclusa l’Italia, per migliorare competenze e qualifiche e favorire l’occupabilità, in una regione dove la disoccupazione giovanile spesso aumenta con il livello di istruzione.

L’8 ottobre a Barcellona, nel corso dell’incontro annuale dei Ministri degli Affari Esteri dei paesi membridell’UpM, si farà il punto sui dieci anni di cooperazione Euro-Mediterranea. Recentemente, a luglio 2018, l’Unione per il Mediterraneo ha supportato la nascita della Rete Euromed per la ricerca sulle migrazioni(EuroMedMig-ReNet), nata durante la XV Conferenza annualedel network International migration, integration and social cohesion (Imiscoe), importante piattaforma che aggrega gli istituti di ricerca di entrambe le sponde del “Mare Nostrum” nel campo delle migrazioni e dell’integrazione. La nuova rete Euromed – sottolinea l’UpM – punta a indagare sulle origini e le interdipendenze dei movimenti migratori che negli ultimi anni hanno interessato il “Mare nostrum”. L’obiettivo è quello di tracciare una linea d’azione comune per affrontare gli aspetti critici legati alle migrazioni che costituisca al contempo sintesi delle suggestioni emerse dal dialogo interregionale e chiave di lettura del fenomeno immigrazione visto non più come criticità da subire ma come opportunità da cogliere.

Auguriamo quindi buon lavoro a questo neo-nato organo anche perché gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati, non sono affatto buoni e denunciano come la mancanza di un approccio collaborativo nel Mediterraneo stia facendo aumentare vergognosamente il numero dei morti in mare.Nei primi sei mesi dell’anno in Italia sono arrivati circa 16mila richiedenti asilo. Sono numeri in calo dell’80 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2017, che segnalano un ritorno sui livelli degli anni precedenti al 2014, prima che iniziasse l’ultima grande crisi migratoria, quando gli sbarchi raramente superavano le poche decine di migliaia di persone l’anno. Ma compiere la traversata è sempre più pericoloso: a giugno è morta una persona ogni sei che ci hanno provato.“Nel Mediterraneo l’anno scorso moriva 1 persona su 39, quest’anno 1 su 6” ha denunciato Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’UNHCR.

In particolare, l’ teme le conseguenze di una diminuzione delle capacità di soccorso poiché le imbarcazioni vengono dissuase dal rispondere alle richieste di soccorso per paura di vedersi negato il permesso di sbarcare le persone tratte in salvo. In particolare – riporta l’UNHCR – le ONG hanno espresso preoccupazione per le restrizioni imposte alle loro capacità di condurre operazioni di ricerca e soccorso a seguito di limitazioni ai loro movimenti e alla minaccia di potenziali azioni legali. Non solo le ONG sono state di fatto allontanate, ma anche le navi commerciali hanno meno incentivi ad effettuare i salvataggi visto che rischiano di vedersi negato il permesso di raggiungere un porto italiano e rischiano così di trovarsi bloccate per giorni (è accaduto anche a navi militarianche italiane).

L’UNHCR ribadisce l’appello lanciato nelle ultime settimane insieme all’OIM – Organizzazione Internazionale Migrazioni – ad adottare un approccio  collaborativo e regionale rispetto alle traversate del Mediterraneo, che fornisca linee guida chiare e prevedibili per la ricerca, il soccorso e lo sbarco.

 

Tel Aviv. Condoglianze respinte

15.08.2018 Patrizia Cecconi

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Tel Aviv. Condoglianze respinte

Apprendiamo da Larepubblica.it con un misto di stupore, di ilarità e di sdegno, che sul municipio di Tel Aviv è apparso in forma luminosa il tricolore italiano come solidarietà verso le vittime di Genova. Che sia un omaggio dei soli cittadini di Tel Aviv o dell’intero Stato Ebraico non è dettaglio da poco e lo si può stabilire solo se si riconferma o meno Tel Aviv quale capitale di Israele. Ufficialmente è ancora così e quindi lo prendiamo per omaggio di quello Stato alla Repubblica italiana.

Prescindendo da questo dettaglio, pur importante, notiamo da una veloce indagine sui social, che molti italiani hanno accolto commossi e grati questa forma di solidarietà virtuale. Qui lo stupore!

Andando leggermente a fondo, non molto, solo una leggera “passeggiata” sotto la superficie delle condoglianze e dei ringraziamenti commossi, viene spontanea una similitudine tra i responsabili della strage di Genova, dovuta a chi presumibilmente resterà impunito dopo aver sacrificato 37 vite (per ora) alla legge del profitto e alla corruzione che ne è corollario, e chi di altre stragi è costantemente colpevole e costantemente impunito. Qui un’amara ilarità!

Il municipio di Tel Aviv, in quanto istituzione, offre il suo omaggio al governo italiano, in quanto a sua volta istituzione, affinché venga percepito come solidarietà con le vittime le quali, repetita juvant, sono vittime dello stesso lassismo “impunito” delle istituzioni italiane che non sono intervenute, né qui né in altre tragedie del tutto simili, per tutelare la salute e l’incolumità dei propri cittadini. Qui lo sdegno!

Per qualcuno, anche tra i nostri lettori, queste saranno di certo critiche inappropriate in questo momento, perché di fronte al dolore è stato chiesto solo silenzio e preghiera.

No, noi non la pensiamo così. La preghiera è una scelta individuale e non confligge certo con le critiche a chi ha permesso la strage pur conoscendo il rischio, quindi è una scelta soggettiva che non danneggia nessuno e al tempo stesso conforta i credenti. Chi vuole preghi. IL SILENZIO INVECE NO, quello proprio non ci appartiene e in certi casi lo consideriamo una malattia mortale.

Allora parliamo. Scriviamo. Non abbiamo certo la diffusione di giornali come Repubblica, quelli che pubblicano gli omaggi di Tel Aviv arricchendo lo Stato ebraico di tanta simpatia da parte degli italiani grati e commossi, ma abbiamo la libertà di espressione e di giudizio e quindi diciamo in tutta libertà che DA UNO STATO CHE BLOCCA MEDICINE E AIUTI UMANITARI CHE PARTONO PROPRIO DA GENOVA (e non solo) per arrivare alla popolazione schiacciata sotto il suo ignobile e illegale assedio, oltre che vittima costante di stragi mai punite commesse dal suo esercito, non ci sembra onorevole accettare le condoglianze per i nostri morti.

Sono condoglianze a vittime assassinate dal profitto e dalla corruzione italiana, presentate da un’istituzione colpevole di creare a sua volta costantemente vittime, assassinate direttamente dal suo esercito e con il silenzio complice delle istituzioni italiane.

Se l’Italia avesse un Presidente della Repubblica di nome Pertini forse saprebbe rispondere adeguatamente a quell’ipocrita omaggio. Se l’Italia avesse un governo capace di distinguere (e poi far propri ovviamente) i principi della democrazia e del Diritto umanitario e internazionale, saprebbe rispondere altrettanto adeguatamente a quell’ipocrita omaggio.

Ma l’Italia attuale, questa povera Italia, non ha né l’uno né l’altro e quindi accoglie, ringraziando, l’omaggio di uno Stato fuori legge col quale fa regolarmente affari e dei cui crimini è indirettamente complice.

Ci saranno di sicuro cittadini italiani sdegnati nel vedere quella bandiera illuminata su una parete che rappresenta l’ingiustizia legalizzata e il crimine seriale impunito, ma non saranno molti, così come non saranno molti ad accorgersi che le “dure punizioni” promesse dal governo italiano ai responsabili della strage del viadotto Morandi, consistenti nel chiedere le loro dimissioni, di fatto li libereranno da ulteriori responsabilità e garantiranno loro non la prigione ma una lauta buonuscita come regolarmente avvenuto in altri casi simili.

Povera Italia, forse la sua bandiera in questo periodo storico non trovava migliore allocazione che quella del municipio di Tel Aviv. Con buona pace dei tanti partigiani morti in nome della libertà e di una società più giusta.

Spiagge: 19 milioni di metri quadrati nelle grinfie dei privati

13.08.2018 Il Cambiamento

Spiagge: 19 milioni di metri quadrati nelle grinfie dei privati
(Foto di Il Cambiamento)

In Italia funziona così: oltre 19 milioni di metri quadri di spaigge sono di fatto sottratti alla libera fruizione della popolazione perché oggetti di concessioni ai privati che hanno l’autorizzazione a speculare su un bene comune.

In Italia nonostante gli ottomila chilometri di costa tra la Penisola, le due isole maggiori e le oltre 800 isole minori, ogni estate trovare una spiaggia libera è davvero un’impresa. E le poche che ci sono, sono ubicate in porzioni di costa di “Serie B”, vicino alle foci di fiumi, fossi o fognature e quindi dove la balneazione è vietata. Non che ci volesse chissà cosa a dimostrarlo, visto che ciascuno di noi se ne rende perfettamente conto cercando di raggiungere il mare, ma ora c’è qualche dato ulteriore a dimostrazione di questa situazione.

Legambiente ha pubblicato il dossier “Le spiagge sono di tutti!” (un auspicio ovviamente, non certo la realtà di oggi) per denunciare il fenomeno della privatizzazione delle coste italiane, delle concessioni senza controlli e dei canoni bassissimi a fronte di guadagni enormi per gli stabilimenti e di un misero introito per lo Stato (nel 2016 ha incassato poco più di 103 milioni di euro).

Nella Penisola sono ben 52.619 le concessioni demaniali marittime, di cui 27.335, sono per uso “turistico ricreativo” e le altre distribuite su vari utilizzi, da pesca e acquacoltura a diporto, produttivo (dati del MIT). Si tratta di 19,2 milioni di metri quadri di spiagge sottratti alla libera fruizione. Se si considera un dato medio (sottostimato) di 100 metri lineari per ognuna delle 27mila concessioni esistenti, si può stimare che oltre il 60% delle coste sabbiose in Italia è occupato da stabilimenti balneari. In alcuni Comuni si arriva al 90% di spiagge occupate da concessioni balneari. Ad esempio in Emilia-Romagna solo il 23% della costa presenta spiagge libere, ed in Liguria il 14%, ma i dati sono molto differenti tra le Regioni e nessun Ministero si occupa di monitorare quanto sta avvenendo.

Tra i casi più incredibili quello di Mondello, poco più di un chilometro e mezzo di sabbia finissima al 90% in concessione, e pochissimi lidi che consentono il passaggio alla battigia. A Santa Margherita Ligure gli spazi liberi sono solo l’11% del totale. E poi in Romagna, a Rimini, dove non si raggiunge nemmeno il 10% di spiagge libere. A Forte dei Marmi sono 100 gli stabilimenti su circa 5 km di costa. A Bacoli, in Campania, il Comune ha previsto che il 20% della costa debba essere adibito a spiaggia pubblica, ma ad oggi, non siamo nemmeno al 2%!

E poi c’è il problema dei controlli sulle spiagge date in concessione, dove spesso si impedisce alle persone di accedere al mare, con veri e propri muri lunghi chilometri, come sul litorale di Ostia, a Roma. Per questo Legambiente chiede una legge quadro nazionale per tutelare gli arenili italiani e i diritti di tutti i cittadini ad avere lidi liberi, gratuiti e accessibili. Per l’associazione ambientalista tale provvedimento dovrebbe prevedere quattro punti chiave: almeno il 60% delle spiagge deve essere lasciato alla libera fruizione; occorre premiare la qualità nelle assegnazioni in concessione; definire canoni adeguati e risorse da utilizzare per la riqualificazione ambientale; garantire controlli e legalità lungo la costa.

“Ormai è sotto gli occhi di tutti – spiega Edoardo Zanchini, Vicepresidente nazionale di Legambiente – la distesa interminabile di stabilimenti balneari che, dal Tirreno all’Adriatico passando per lo Jonio, costellano le coste della nostra Penisola. In modo progressivo cabine e strutture, ristoranti, centri benessere e discoteche stanno occupando larghe fette della battigia. Inoltre il numero delle concessioni cresce, i canoni che si pagano sono molto bassi, e nessuno controlla come questo processo sta andando avanti. Il rischio è che si continui in una corsa a occupare ogni metro delle spiagge italiane con stabilimenti che, in assenza di controlli come avvenuto fino ad oggi, di fatto rendono le coste italiane delle coste privatizzate quando invece le spiagge sono di tutti. Per questo chiediamo l’istituzione di una legge nazionale che preveda, tra i vari punti, che almeno il 60% delle spiagge venga lasciato alla libera fruizione e che vengano definiti canoni adeguati e risorse da utilizzare per la riqualificazione ambientale”.
Ad oggi, ricorda l’associazione ambientalista, manca un provvedimento ad hoc che fissi quale quota di spiaggia debba essere mantenuta libera per l’accesso di tutti e proprio questa “assenza normativa” ha portato alcune Regioni, in alcuni casi, ad intervenire con risultati a volte buoni a volte insufficienti. Tra i casi virtuosi, la Puglia, la Sardegna e il Lazio.

In Puglia con la Legge regionale 17/2006 ha fissato una percentuale di spiagge libere maggiore (60%) rispetto a quelle da poter dare in concessione (40%). La Sardegna ha approvato delle “Linee guida per la predisposizione del Piano di utilizzo dei litorali” che definisce criteri in relazione alla natura e alla morfologia della spiaggia e stabiliscono un minimo del 60% di spiaggia libera, che nei litorali integri deve raggiungere l’80%. Il Lazio ha fissato al 50% la percentuale di costa da lasciare libera ed i Comuni non in regola non potranno più rilasciare nuove concessioni.

Tra le situazioni negative, indicate nel dossier, c’è l’Emilia-Romagna che con la Legge Regionale n. 9/2002 ha imposto un limite minimo (ed irrisorio) del 20% della linea di costa dedicato a spiagge libere, ma solo nei pochi tratti dominati dune e zone umide viene rispettata la Legge. Le percentuali rimangono comunque molto basse anche in Molise (dove la Legge Regionale del 2006 prevede il 30% di spiagge libere ma non è applicata dai PSC dei 4 Comuni costieri), in Calabria (la quota è del 30%), nelle Marche del 25%, mentre in Campania ed Abruzzo solo del 20%. In 5 Regioni (Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Veneto) non esiste invece nessuna norma che specifichi una percentuale minima di costa destinata alle spiagge libere o libere attrezzate.

Canoni e concessioni

L’alternativa alla spiaggia libera è quella in concessione. Per i lidi sottratti alla libera fruizione si pagano però canoni demaniali bassissimi, a fronte di guadagni enormi. Nel 2016 lo Stato ha incassato poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma di 15 miliardi di euro annui. Si tratta di 6.106 euro a chilometro quadrato contro una media di entrate per le casse pubbliche di circa 4 mila euro all’anno a stabilimento. Nel dettaglio i dati sulle entrate derivate dai canoni, presentati dal Governo nel 2016, sono ancor più clamorosi se analizzati per Regione. Ai primi due posti ci sono Toscana e Liguria con poco più di 11 milioni l’anno. Poi vengono Lazio (10,4 milioni), Veneto (9,527 milioni), Emilia-Romagna (8,9 milioni), Sardegna, Puglia e Campania (tutte sopra i 7 milioni) e Calabria con poco più di 5 milioni. E poi ancora in Basilicata 452mila euro ed in Sicilia dove gli incassi sono appena 81.491 euro.
Nel report Legambiente ricorda che nel 2009 l’UE ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, chiedendo la messa a gara delle concessioni visto che la Direttiva Bolkestein del 2006 prevede la possibilità, anche per operatori di altri Paesi dell’Ue, di partecipare ai bandi pubblici per l’assegnazione. L’Italia, ignorando i moniti UE, ha disposto la proroga automatica delle concessioni fino al 31 dicembre 2020. Ma la Corte di Giustizia UE l’ha bocciata con una sentenza del luglio del 2016.

Negli altri Paesi cosa succede? 

Negli altri Paesi europei i principali temi – spiagge da garantire alla libera fruizione, canoni di concessione e criteri di assegnazione, controlli – sono affrontati in modo coerente e su obiettivi trasparenti di tutela delle aree costiere, di garanzia di una libera fruizione, di regole trasparenti per le assegnazioni in concessione. Ad esempio in Francia la durata delle concessioni per le spiagge non supera i 12 anni e soprattutto l’80% della lunghezza e l’80% della superficie dei lidi devono essere liberi da costruzioni per sei mesi l’anno: gli stabilimenti vanno quindi rigorosamente montati e poi smontati. La Croazia, tra i vari interventi che ha messo in atto, ha previsto anche il divieto di costruire qualsiasi opera (dai chioschi ai ristoranti) per una distanza minima di 1 km stabilendo una continua ed unica “Area protetta costiera” di alto valore naturale, culturale e storico. Tra i principi espressi dalla normativa croata si sottolinea l’importanza della libera accessibilità alla costa e della conservazione delle isole disabitate senza possibilità di costruire. Le costruzioni esistenti che si trovano nella fascia a 100 metri dalla costa non possono in nessun modo essere ampliate, mentre per le nuove costruzioni vige il divieto di realizzarne entro una zona distante 1.000 metri dalla costa.

Leva militare, Brignone (Possibile): Salvini pensi a investire su sicurezza scuola

12.08.2018 Redazione Italia

Leva militare, Brignone (Possibile): Salvini pensi a investire su sicurezza scuola
(Foto di https://www.laleggepertutti.it)

“L’ultima uscita del Ministro della Propaganda Matteo Salvini è la reintroduzione della leva obbligatoria ‘per far imparare ai ragazzi e alle ragazze l’educazione’. L’ennesimo spot che probabilmente non andrà da nessuna parte, visto che – secondo quanto riportato da Fanpage.it nello scorso febbraio – questa misura costerebbe 15 miliardi di euro. Ma se davvero Salvini trovasse dal nulla 15 miliardi di euro, non sarebbe meglio investirli davvero nell’educazione di ragazzi e ragazze, destinandoli alla scuola pubblica statale?”. Lo dichiara la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone, commentando la proposta di Salvini, già bocciata dalla ministra Trenta.

“Sulla sparata delle ‘scuole sicure’ – aggiunge Brignone – l’iniziativa che richiederebbe un investimento di risorse allo scopo di ‘beccare’ gli spacciatori fuori dalle scuole già da settembre e che, a dire di Salvini, vedrebbe l’adesione di 20 sindaci, il Comitato Scuola di Possibile si era già espresso. L’unico investimento che immaginiamo per le ‘scuole sicure’ è quello che riguarda la sicurezza degli edifici: sul sito del Miur si trova un resoconto dell’Associazione Nazionale Presidi (Anp), secondo il quale solo il 3% degli edifici scolastici italiani è in condizioni ottimali di manutenzione, il resto necessita di interventi più o meno consistenti e onerosi e la media dei crolli è di 44 all’anno (quasi uno a settimana). Sempre secondo l’Anp, un edificio su quattro  è sottoposto a una manutenzione inadeguata. Il ministro farebbe bene a preoccuparsi di questi dati allarmanti anziché di crocefissi e reintroduzione della leva militare”.

 

Ufficio stampa Possibile