Le donne sono qui: petizione per la 194

19.05.2018 Redazione Italia

Le donne sono qui: petizione per la 194

Questa lettera è indirizzata alle donne che oggi siedono in Parlamento. Siete le più numerose della storia della nostra Repubblica, vi trovate lì per il desiderio e la lotta delle donne che vi hanno precedute. Vogliamo celebrare con voi, che siate d’accordo o no, i 40 anni della legge che ha dato alle donne il diritto di dire la prima e l’ultima parola sul proprio corpo.

Perché è importante?

Un po’ di storia: la 194, legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, è stata fortemente voluta dalle donne contro la destra e a fronte di una sinistra a lungo titubante, alleato senza remore fu solo il Partito Radicale. Alla fine gran parte del Movimento femminista, le donne dell’U.D.I, dei Partiti di sinistra, dei Sindacati e delle Associazioni e tante altre seppero mettersi insieme, dopo mediazioni non facili, e vinsero. Fu un vero e proprio atto di governo.

È questo insieme che vogliamo celebrare e mostrare oggi ancora vivo e potente.
Insieme abbiamo salvato tante donne dalla morte e dalla vergogna della clandestinità. E’ per questa coscienza che non ci può fare paura l’oscena propaganda che si sta scatenando in questi giorni contro questa legge, che pretende di mostrare le donne come assassine. Ma l’amore delle donne per la vita lo testimoniano secoli di storia.

È la nostra libertà a fare paura. Oggi tutti sono pronti a condannare la violenza, tutti contriti per ogni donna uccisa, per ogni donna maltrattata e abusata, ma sia chiaro: le radici di ogni violenza stanno tutte nella pretesa del controllo del corpo delle donne e se questo controllo un tempo era sacro, era legge, era dovuto, oggi è solo un terribile vizio.

Le donne non hanno più padroni. Di un gesto triste e grave come l’aborto, troppo spesso causato da una sessualità maschile irresponsabile, le donne rispondono non allo Stato ma prima a se stesse nel profondo della loro coscienza e poi a coloro che amano.

Oggi la denatalità fa paura, tanti dicono che sia colpa della nostra scarsa moralità, ma le donne non sono messe in condizione di avere figli, lo si vede dalle scelte politiche, da quelle economiche, dalla precarietà del lavoro, dai tagli ai servizi, da una scuola in perenne difficoltà, dallo scarso o nullo coinvolgimento degli uomini nell’esperienza della genitorialità, dai prezzi delle case e degli asili nido.

Le donne non sono pazze, a fronte di un loro desiderio, non fare figli quando non puoi permettertelo è una scelta molto triste.

Ma il desiderio può non esserci e questo è un fatto di cui tutti devono imparare a tenere in conto. La maternità oggi è una libera scelta, non un obbligo, non un dovere, né una merce, risponde solo a un desiderio, ma questo desiderio è importante per la vita di tutti, per la vita della società stessa, poiché infelice è colui che nasce senza il desiderio della madre. Così pensavamo e così pensiamo.

Vi scriviamo per dirvi che, qualunque governo verrà, le donne non faranno un passo indietro, speriamo di avervi al nostro fianco. Continueremo a lavorare per affermare la nostra piena cittadinanza e per rendere migliore questo paese. Riempiremo le piazze, se necessario.

Cgil, Udi, Uil, Gi.U.Li.A. (Giornaliste Unite Libere Autonome), Rete per la Parità, Telefono Rosa, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), DonneinQuota, Casa Internazionale delle Donne, Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per Applicazione legge 194),Differenza Donna, Salute Donna, BeFree, SeNonOraQuando Torino, SeNonOraQuando Factory, SeNonOraQuando Bolzano, Fondazione Pangea Onlus, EWMD Italia (European Women’s Management Development) Femministerie, Associazione Le Onde Palermo, Donne In Movimento, Udi Palermo Onlus, Angela Blasi – Commissione Pari Opportunità Regione Basilicata -, Associazione Rosa Rubrae, Associazione Fiori con le Spine, Museo delle donne di Merano, ADATeoriaFemminista, Le Kassandre, Associazione Onlus Lab. Zen2, Libera Università delle Donne Matera.

Alessandra Bocchetti, Livia Turco, Anarkikka, Linda Laura Sabbadini, Alessandra Mancuso (Presidente Commissione pari opportunità della Federazione Nazionale della Stampa) Lidia Ravera, Francesca Comencini, Letizia Battaglia, Fiorella Kostoris, Gabriella Carnieri Moscatelli, Laura Onofri, Simona Mafai, Giovanna Martelli, Rosanna Oliva, Cecilia Guerra, Francesca Puglisi, Monica Cerutti (assessora P.O. Regione Piemonte) Antonella Anselmo (Avvocata Rete per la Parità),Chiara Valentini, Marina Terragni, Catiuscia Marini (Presidente della Regione Umbria), Paola Concia, Luisa Gnecchi, Gabriella Anselmi (Fildis Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori), Diana De Marchi – Presidente Commissione P.O. Comune di Milano – Sabina Alfonsi – Presidente del Municipio Roma I -, Silvia Giannini, Sandra Petrignani, Donata Francescano, Gabriella Bonacchi, Paola Tavella, Stefania Tarantino, Daniela Dioguardi, Anna Rosa Buttarelli, Carla Mosca, Donatella Massarelli, Patrizia Asproni, Laura Moschini.

La pausa italiana della Torino-Lione

18.05.2018 PresidioEuropa No TAV

La pausa italiana della Torino-Lione

Nel contratto Lega – M5S vi è scritto a pagina 50 che “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Utilizzando la terminologia francese la Torino Lione è in pausa.

La Grande Opera Inutile e Imposta è stata dunque per il momento fermata, come ha fatto la Francia 10 mesi fa confermando il suo disinteresse annunciato fin dal 1998 attraverso numerose dichiarazioni dell’Alta Amministrazione francese, compresa la Corte dei conti.

Ma non sono solo le dichiarazioni di pausa italiana e francese che fermano i lavori. Infatti i lavori definitivi non possono in alcuna maniera essere avviati a causa della mancanza dei fondi dei soci finanziatori, Italia, Francia e Unione Europea. E ciò al di là della volontà e delle dichiarazioni di TELT.

Infatti, per avviare i lavori definitivi del tunnel di base, occorre rispettare l’art. 16 del trattato con la Francia del 2012 che impone ai tre soci questa clausola: “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”. Ossia l’obbligo di garantire con atti formali (leggi dello Stato) tutti i fondi necessari all’intera realizzazione dell’opera.

A questo proposito Daniel Ibanez, portavoce dell’opposizione francese ha dichiarato: “Né la Francia, né l’Italia, e nemmeno l’Europa possono dimostrare la disponibilità di finanziamenti per il tunnel transfrontaliero, per non parlare delle linee di accesso al tunnel. Coloro che affermano il contrario devono portare delle prove.  Vi è quindi la necessità di ridiscutere l’intero progetto” che tutti hanno riconosciuto solo giustificato grazie a false previsioni “

Intanto i promotori si affannano a invocare le penali europee. Siamo alle solite, questo è il terrorismo delle cifre. Qui spieghiamo perché non vi saranno penali.

Inoltre, nella sua lettera del 17 gennaio 2018 la Commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, in risposta alla richiesta di chiarimenti del 22 novembre 2017 di un gruppo di eurodeputati, ha riconosciuto che “il finanziamento europeo per la Torino-Lione è stato deciso ed è assicurato solo per il periodo 2016-2019  … e alla fine potrebbe essere riallocato ad altri progetti in base al principio “usalo o perdilo”.

In realtà, evitare la realizzazione dell’inutile progetto Torino-Lione farà risparmiare un sacco di soldi all’Italia.

Avendo sottoscritto con la Francia un contratto capestro, l’Italia dovrebbe pagare per il tunnel di base una fattura di almeno 3,6 miliardi di €, dei quali 2,3 miliardi di € solo per coprire la maggior parte dei costi della Francia.

Domani il Movimento No TAV sfilerà in bassa Valle Susa da Rosta ad Avigliana per riaffermare le ragioni del NO: Italia, Francia e Europa sono avvisate.

Qui una documentazione approfondita Torino-Lione – Un aggiornamento sulla “cantierabilità” del progetto in Italia e in Francia

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno

16.05.2018 – Giustina Selvelli East Journal

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno
Memoriale del genocidio armeno a Yerevan, capitale dell’Armenia (Foto di wikimedia commons)

Centinaia di persone hanno ricordato le vittime del genocidio armeno avvenuto fra il 1915 e il 1922 nei territori dell’impero ottomano, sfilando per le vie di alcune delle maggiori città del paese tra cui Sofia, Plovdiv, Silistra, Ruse, Shumen, Dobrich e Pleven. Il 24 aprile corrisponde storicamente alla data in cui ebbe luogo la prima deportazione organizzata della classe intellettuale armena dall’allora Costantinopoli verso la città di Ankara, in ciò che costituì il preludio ai massacri su larga scala diretti verso l’intera popolazione. Si stima che circa un milione e mezzo di persone sia stato ucciso dalle violenze dei Giovani Turchi, guidati dal ministro dell’interno Talaat Pasha, considerato il principale ideatore del piano di eliminazione della popolazione armena. La strage degli armeni è stata riconosciuta come “genocidio” da ventinove paesi al mondo, nonché da diverse organizzazioni ed istituzioni internazionali tra cui le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa.

Nel 2015, in concomitanza del centenario dall’inizio delle persecuzioni, il parlamento bulgaro ha adottato una dichiarazione di riconoscimento storico di tali avvenimenti, definiti “sterminio di massa del popolo armeno nell’impero ottomano”. In tale occasione, il primo ministro Boyko Borisov ci tenne a specificare come la definizione corrispondesse all’espressione bulgara per “genocidio”, ma tale dichiarazione non ha soddisfatto chi sperava in un riconoscimento inequivocabile a livello internazionale. In realtà, già da diversi anni le municipalità cittadine di Plovdiv, Burgas, Ruse, Stara Zagora e Pazardžik riconoscono i massacri armeni come “genocidio”, un fatto che ha portato in alcuni casi a delle tensioni nei rapporti con la Turchia. Un esempio al riguardo è la sospensione del progetto di istituire una linea area low cost fra le città gemellate di Bursa e Plovdiv in seguito al riconoscimento del genocidio armeno da parte del consiglio municipale di quest’ultima.

Le commemorazioni del 24 aprile nella città di Plovdiv

Plovdiv è una città particolarmente sensibile ai temi armeni, dal momento che qui risiede la comunità più consistente del paese, ovvero circa 4000 persone sulle 12000 totali stimate nelle cifre ufficiali. Non stupisce dunque come anche quest’anno le celebrazioni del 24 aprile siano state marcate da grande partecipazione e commozione. La giornata è iniziata con una messa commemorativa nella chiesa armena apostolica “Surp Kevork”, seguita da alcuni minuti di raccoglimento davanti alla grande croce di legno (“khachkar”) situata nel cortile del complesso della comunità, fra la chiesa e la scuola armena “Viktoria e Krikor Tiutiundjian”.

Alcuni studenti hanno recitato dei versi dedicati ai loro antenati periti nel genocidio e reso onore alle vittime collocando dei fiori attorno al monumento. Nel pomeriggio, centinaia di persone, tra cui cittadini bulgari e i maggiori esponenti delle organizzazioni armene locali, hanno sfilato per la principale via della città sventolando la bandiera armena così come quella bulgara. Alla fine della marcia, terminata nella piazza centrale, è stata letta una dichiarazione con cui si esorta la Turchia a riconoscere i crimini perpetrati durante la prima guerra mondiale come “genocidio contro gli armeni”. La giornata si è dunque conclusa in un cinema della città, dove si è tenuta la proiezione del recente documentario sul genocidio armeno “Izkorenyavane” (“Estirpazione”, 2017) del regista bulgaro Kostadin Bonev, che ha avuto luogo simultaneamente in varie città del paese.

La solidarietà dei bulgari e la istituzioni culturali armene a Plovdiv

Nello stesso giorno, su diversi media è stato pubblicato un breve video in cui gli armeni bulgari si rivolgono al loro paese balcanico “adottivo”, dichiarando profonda gratitudine per l’ospitalità e la solidarietà offerte al loro popolo in diversi momenti storici. Indubbiamente, questa manifestazione di fratellanza toccò il suo apice nel periodo immediatamente successivo al genocidio, negli anni compresi fra il 1922 e il 1926, quando circa 25000 armeni in fuga dai territori turchi giunsero nel paese, grazie all’apertura dei confini voluta dall’Imperatore bulgaro Boris III per accogliere i sopravvissuti. La maggior parte dei profughi che decise di rimanere in Bulgaria si fermò proprio a Plovdiv, dove esisteva una rilevante comunità armena composita e stratificata: i primi arrivi risalivano addirittura al IX secolo e i più recenti agli anni delle persecuzioni contro gli armeni del Sultano ottomano Abdul Hamid II, avvenute fra il 1892 e il 1896.

Con l’afflusso dei nuovi rifugiati, Plovdiv confermò il suo ruolo di città multietnica, creando il terreno fertile per l’ulteriore sviluppo di importanti istituzioni culturali atte a preservare l’identità etnolinguistica di questa minoranza. A tale proposito, è importante ricordare come l’odierna scuola armena Tiutiundjian sia stata fondata nel 1834, e come diversi periodici armeni avessero visto la luce già nella seconda parte del 19° secolo. I loro attuali eredi sono il bisettimanale Parekordzagani Tzain (dell’associazione caritatevole Armenian General Benevolent Union) e il settimanale Vahan, entrambi bilingui. Sulle pagine di questi giornali il tema del genocidio è uno dei più ricorrenti, e il discorso al riguardo viene portato avanti a livello transnazionale grazie al contatto con le comunità diasporiche in diversi paesi (soprattutto Romania, Turchia, Stati Uniti, Canada) nonché in virtù del rapporto con la Repubblica d’Armenia, che ha istituito uno specifico Ministero della Diaspora.

Una casa editrice armena locale (“Armen Tur”) pubblica opere di scrittori appartenenti alla comunità di Plovdiv e della diaspora mondiale (tra cui ricordiamo l’opera di Hrant Dink, giornalista turco-armeno ucciso a Istanbul nel gennaio 2007). Ciò dimostra come vi sia una specifica volontà, accompagnata da una forte memoria culturale e identitaria, nel portare avanti le fondamentali caratteristiche che costituiscono il nocciolo vivo dell’“armenità” attraverso il tempo e la distanza.

La diaspora armena più recente e i rapporto armeno-bulgari

Nel 2005, durante la ricorrenza del 90° anno dall’inizio del genocidio armeno, la comunità di Plovdiv è riuscita a realizzare l’idea, nutrita per diversi anni, di erigere un monumento in memoria delle vittime del genocidio del 1915 e di istituire un piccolo spazio museale dedicato nella cripta della propria chiesa apostolica. In esso sono stati collocati numerosi reperti, tra cui oggetti personali, libri, foto, documenti ufficiali che le persone in fuga dai massacri sono riusciti a portare via con sé, e i cui discendenti hanno donato al museo per contribuire ad un’opera essenziale di memoria collettiva. La diaspora armena in Bulgaria ha conosciuto una nuova fase di vigore in seguito alla caduta dell’URSS e alla conseguente creazione dell’Armenia indipendente nel 1991. Contrariamente alle aspettative nutrite dalla stessa comunità diasporica, a causa delle difficoltà economiche, il paese caucasico non riuscì a catalizzare un flusso migratorio dalle comunità armene disperse in tutto il mondo. Si innescò invece un movimento contrario, mediante il quale molte persone furono costrette a trasferirsi altrove, come ad esempio in Bulgaria, in un processo migratorio che non si è ancora del tutto arrestato. Il rapporto fra armeni e bulgari continua ad essere caratterizzato da atteggiamenti positivi e di collaborazione: un fatto importante a cui si è assistito negli ultimi anni è la crescita dell’interesse da parte del pubblico bulgaro verso la cultura armena, che ha stimolato la pubblicazione di molte opere di storia e letteratura armena, anche grazie alla cattedra di Armenistica e Caucasologia istituita presso l’Università “Sveti Kliment Ohridski” di Sofia. Infine, in riferimento ai contatti interculturali fra i due paesi, non si può dimenticare il celebre poema “Armentsi”, scritto ad inizio ‘900 da Peyo Yavorov, uno dei più illustri poeti bulgari, per rendere onore agli armeni vittime dei massacri hamidiani di fine 1800, un profondo esempio di fratellanza armeno-bulgara, rimasto impresso nella coscienza di entrambi i popoli fino ad oggi.

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel Kachin

16.05.2018 Francesco Maria Cricchio

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel Kachin

Le notizie che ci arrivano dai principali media mondiali dipingono il Myanmar come un paese devastato dai conflitti interni, con un’economia in forte crisi e senza un leader in grado di gestire la situazione.

Nell’ultimo anno, l’attenzione mondiale è stata – comprensibilmente – rivolta alla questione della minoranza musulmana Rohingya, con poco meno di un milione di persone costrette ad emigrare in Bangladesh a causa della pulizia etnica operata dall’esercito nazionale. Allo stesso tempo però, un’altra minoranza etnico-religiosa sta facendo i conti con la violenza perpetrata dal cosiddetto “Tatmadaw”, l’esercito birmano. Si tratta dei Jingpo, una popolazione che conta circa duecentomila individui e che risiede nella regione del Kachin, nel Myanmar settentrionale. Questa minoranza, di religione cristiana, è da più di cinquant’anni in conflitto con lo stato birmano: le loro richieste di indipendenza hanno sempre ricevuto risposte negative da Rangoon prima e da Naypyidaw poi. Nelle ultime settimane, il conflitto che negli ultimi anni era rimasto latente, è ritornato ad esplodere nella regione, a seguito di scontri tra il KIA (Kachin Independence Army) e le forze dell’esercito; ciò ha provocato lo sfollamento di circa cinquemila persone, oltre che la morte di numerosi civili.
Sulla vicenda si è così espressa Yanghee Lee, esperta di Diritti Umani per il Myanmar: “Ciò a cui stiamo assistendo nello stato del Kachin nelle ultime settimane è completamente inaccettabile, e deve terminare immediatamente. Civili innocenti sono uccisi e feriti, mentre centinaia di famiglie stanno emigrando per salvare le proprie vite”. Come nel caso dei Rohingya, uno dei problemi maggiori è che il Myanmar sta vietando l’accesso ai gruppi di soccorso nella regione, rendendo di fatto impossibile medicare i tanti civili, tra cui anziani, donne e bambini coinvolti nei bombardamenti.

Dal punto di vista legislativo, la minoranza avrebbe diritto all’indipendenza, in quanto dopo la nascita ufficiale del Myanmar, era stata data la possibilità ad alcuni gruppi etnici di scegliere se continuare ad appartenere allo stato o se staccarsi. Tuttavia, nel 1962, nel paese venne instaurata una pesante dittatura che rimase in vigore per circa cinquant’anni, e ogni accordo preso precedentemente saltò. Da quel momento, tra i Jingpo e il governo vige uno stato di apparente armistizio (ufficializzato nel 1994 e durato 17 anni), anche se organizzazioni umanitarie internazionali hanno più volte lamentato molteplici violazioni dei Diritti Umani ad opera dell’esercito.

Motivazioni geopolitiche ed economiche

Questi ultimi avvenimenti confermano la forte intolleranza della nazione e della comunità buddista (che costituisce la maggioranza della popolazione) nei confronti delle minoranze religiose. E’ altamente probabile che questo odio, sulla carta prettamente culturale, abbia anche dei risvolti economici. E’ infatti curioso notare come, dopo l’espropriazione delle terre Rohingya, anch’esse piuttosto ricche di risorse, il Myanmar abbia aumentato del 600% l’esportazione di riso (l’Italia è uno dei maggiori acquirenti) all’estero.
Anche per quanto concerne il Kachin, è possibile leggere tra le righe e cercare di capire quali siano i piani del governo una volta acquisito il controllo del territorio. La longevità della minoranza Jingpo si deve anche al fatto che, data la ricchezza di risorse della regione, essa sia stata durante gli anni oggetto di interesse da parte della Cina, con la quale confina a nord. Questo ha sempre impedito all’esercito di attuare risoluzioni definitive nell’area. Tuttavia, sembra che negli ultimi anni gli interessi economici della superpotenza asiatica siano stati rivolti ad altre zone, come per esempio all’Oceania, al Sud America e naturalmente all’Europa.
E’ quindi ipotizzabile che il governo birmano abbia colto l’occasione per sferrare un attacco decisivo ai ribelli e sfruttare le risorse economiche dell’area a proprio vantaggio.

Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba

14.05.2018 Patrizia Cecconi

Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba
(Foto di A. Habuagag)

14 maggio 2018 – Oggi è stata ​giornata di sangue in Palestina. Ricorre il settantesimo anniversario del giorno in cui Ben Gurion proclamava la nascita dello Stato di Israele su terra palestinese. Ben Gurion si servì della Risoluzione 181 che prevedeva la partizione della Palestina storica, ma non rispettò mai i termini di quella Risoluzione, a partire dal giorno della dichiarazione della cosiddetta indipendenza, anticipato rispetto alla data prevista dall’ONU, a simboleggiare che Israele era al di sopra della legalità internazionale. Iniziò la guerra con gli arabi, ​ che Israele vinse annettendosi ben più di quanto stabilito dall’ONU e che, secondo il diritto internazionale, non avrebbe potuto annettersi. Ma c’era la famosa cattiva coscienza europea per il drammatico olocausto, alla quale si accompagnavano anche notevoli interessi europei ed americani e la terra annessa divenne alla fine “cosa fatta” tant’è che i negoziati per la nascita dello Stato di Palestina si fanno solo sul 22 % della Palestina storica. ​Poi arrivò un’altra guerra – quella dei 6 giorni – che ​segnò la vittoria di Israele e questo comportò l’occupazione degli altri territori palestinesi compresa Al Quds, la Gerusalemme araba. Ma l’occupazione di Al Quds non fu mai accettata, né de facto né jure, mentre Israele la rivendica come sua capitale.

Poi arrivò Trump. Si pose non più come arbitro, quale avrebbe dovuto essere, sebbene sempre un po’ sbilanciato, il presidente degli USA, bensì come padrino protettore del suo pupillo e le sue dichiarazioni, sconvenienti e scandalose sul piano del Diritto hanno finito per essere digerite, anche grazie all’amicizia con alcuni dei più reazionari paesi arabi con cui vige la solidarietà degli affari.

Ma i palestinesi finora hanno detto no, Gerusalemme non è solo una città, è un simbolo che raccoglie in sé memoria e altri simboli, religiosi e non, ​e per il quale i palestinesi, sia cristiani che musulmani, sono disposti a morire. Oggi Trump, con la sua scelta di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele e col suo rivendicato appoggio a uno Stato sostanzialmente fuori legge, ha reso ancor più violenta la reazione di Israele alle richieste di rispetto della legalità internazionale portate avanti dal popolo palestinese. In Cisgiordania, le proteste hanno ​riguardato​ principalmente il tentativo di “rapina” di Gerusalemme, mentre lungo la Striscia di Gaza proseguiva la “Grande marcia” per rivendicare il diritto al ritorno (Risoluzione Onu 194 ignorata da Israele) e la rottura dell’illegale assedio israeliano.

Senza rischio di smentita si può dire che oggi, lungo la Striscia, Israele ha nuovamente macchiato la sua sedicente democrazia con un vero e proprio bagno di sangue palestinese. Si contano 52​ morti e 26​38 feriti. Tutti inermi, a parte qualcuno “armato” di pietre. ​

Tra di loro anche invalidi e bambini. Una vera vergogna per chiunque voglia dichiararsi rispettoso dei diritti umani. Ma Israele si è sempre distinto in questo e in fondo è riuscito in più occasioni a uccidere in pochi giorni 3 – 400 bambini compresi neonati bombardando orfanotrofi e ospedali e non ha mai perso l’appellativo di Stato democratico, quindi tutto il resto va da sé.

Ma vediamo com’è iniziata questa​ triste giornata lungo la Striscia di​ Gaza​. E’ iniziata ​bruciando i villaggi simboleggiati dalle tende degli accampamenti. Infatti, poco dopo l’alba, piccoli aerei incendiari, carichi di benzina sono stati lanciati dall’IDF sulle tende in​ cui dormivano molte famiglie partecipanti alla Grande marcia. Sei feriti tanto per cominciare, e non erano ancora le 7 del mattino.

Dopo la preghiera di metà giornata, si contavano già 37 martiri, a fine dimostrazione sarebbero diventati 52. Durante la notte forse il numero salirà. E’ sempre bene ricordare che per i palestinesi si tratta di martiri e non semplicemente di vittime, e il martire, non solo in Palestina, ma in ogni parte del mondo ha lo stesso significato: quello di essere testimone, di ​dare l’esempio e,​ quindi,​ la spinta che aggiunge coraggio e determinazione nei superstiti.​

​A riprova di ciò le proteste non si sono fermate neanche davanti alle minacce del portavoce israeliano delle forze armate, Avijaa Adraei, il quale​ comunicava​ in TV che se i gazawi non fermavano la marcia sarebbe stata bombardata Gaza con l’aviazione militare. Nelle stesse ore un gruppo di giovani tagliava​ la rete dell’assedio ed entrava​, disarmato, in territorio israeliano. Questi giovani volevano dimostrare che la libertà è un bene supremo e la gabbia in cui vivono da 11 anni deve essere rotta a qualunque prezzo. Per alcuni di loro il prezzo è stata la vita. Ora sono martiri.

Intanto anche in Cisgiordania sono andate avanti le proteste per Gerusalemme. L’annessione non sarà cosa facile, nonostante i brindisi soddisfatti di Netanyahu che con il riconoscimento di Trump è riuscito a far passare in secondo piano i suoi problemi con la giustizia che, per motivi di frode e non certo per i massacri dei palestinesi, avrebbero potuto defenestrarlo.

Mentre Netanyahu, padrini e valletti festeggiavano lo scavalcamento delle Risoluzioni Onu circa Gerusalemme, e mentre la voce ufficiale dell’IDF dichiarava sprezzante che Israele potrebbe decidere di bombardare Gaza come si trattasse di una decisione pacifica e legale, non si avevano ancora reazioni da parte dell’ONU. Quale sarà l’esternazione del Segretario generale?

Sulla base delle esperienze passate è lecito supporre che sarà un rimprovero a Israele per l’esagerata reazione alle proteste. Non ci si aspetta di più e questo è molto grave perché salta a piè pari l’insulto al Diritto internazionale e inoltre, riducendo a piccola cosa quello che è un crimine continuato, porta il cittadino ad assuefarsi al crimine, ovunque e non solo in Palestina, piuttosto che a rifiutarlo.

Inoltre la prevista​ “timidezza” dell’ONU non risolverà, ma probabilmente aggraverà il problema, perché la questione, o meglio il problema israelo-palestinese ha un nome preciso, anzi due: assedio e occupazione. Se l’ONU mostrerà ancora una volta di essere impotente oltre che inefficace rispetto alle violazioni ed ai crimini israeliani, il mondo tutto, e non solo il Medio Oriente, ne pagheranno il prezzo, perché la legalità internazionale verrà ad essere sempre più percepita per quel che indiscutibilmente mostra di essere​ da molto tempo​: inutile.

Mentre scriviamo arrivano richieste di sangue e di medicinali dagli ospedali di Gaza. Tra i feriti ci sono alcuni giornalisti, ma questa non è una novità e Israele, ​ sia per i ferimenti che per le uccisioni di giornalisti​, vanta un vero primato.

Oggi poi ci sono stati davvero gli scontri, quelli che nei precedenti venerdì non c’erano mai stati nonostante i nostri media coprissero le responsabilità degli omicidi e dei ferimenti di dimostranti pacifici e inermi con il mistificante termine “scontri”.

Oggi invece gli sconti ci sono stati e sono molto duri. Da una parte la resistenza, con fionde e pietre, dall’altra l’occupazione, con missili, carrarmati, droni incendiari, gas tossici e snipers. Da una parte il desiderio di libertà, dall’altra la forza delle armi per reprimerlo.

Mentre gli ospedali di tutta la Striscia non hanno più posti e lanciano appelli al mondo, qualcuno lancia l’idea che il capo di Hamas ieri ha concordato con l’Egitto la fine della marcia. Ma la marcia non era indetta da Hamas, al contrario nasceva realmente da comitati di gazawi di ogni fazione ed anche ​esterni ad ogni fazione politica​. Se un “padre” gli si vuole proprio dare questo è il Fronte Popolare i cui militanti hanno avuto per primi l​’idea della grande marcia ​alcuni mesi fa e da quest’idea sono scaturiti i comitati assolutamente trasversali ad ogni fazione politica.

Comunque questa mattina le auto di ​Hamas, al pari degli altri partiti, giravano​ per le strade con gli altoparlanti​ ​invitando la popolazione a partecipare. Ben strano affermare che Hanyeh voglia bloccare la marcia e poi invitare i cittadini a partecipare. Ormai la giornata è conclusa e tra le notizie e le foto particolarmente toccanti, quali quella di un altro invalido freddato sulla sua sedia a rotelle, o quella del giovane Moutasen colpito in fronte da un cecchino e, per crudeltà del destino, arrivato proprio tra le braccia del medico suo fratello, arriva anche una notizia da Ramallah che sicuramente renderà meno allegro il brindisi di domani ad americani, israeliani e loro supporter: il presidente Abu Mazen ha chiesto lo sciopero generale in tutta la Palestina.

Gerusalemme riuscirà forse ad essere la prima mossa sbagliata per gli appetiti israeliani. Lo vedremo. Intanto a Gaza stanotte non si dormirà. I droni voleranno bassi e forse la minaccia di nuovo bombardamento si concretizzerà. Ma i gazawi hanno rotto la barriera della paura e tornano a ripetere il loro motto di grande dignità: “o liberi sulla terra o martiri sottoterra”.

Forse più per la scandalosa iniziativa di Trump che per la dignitosa protesta dei palestinesi, oggi per la prima volta pare che centinaia di giornalisti internazionali sono arrivati nella Striscia. Lo scopo dovrebbe essere quello di fornire le loro testimonianze.

Al momento sappiamo che solo pochissimi sono stati realmente sul campo e saranno quelli, se l’onestà professionale avrà la meglio sulla censura, a testimoniare che se i Gazawi della “Grande marcia” seguiteranno ad essere coesi e al di sopra delle divisioni politiche dei vari leader, questo bagno di sangue segnerà una pagina di storia nel difficile percorso dell’indipendenza della Palestina. Sempre che i potenti della terra, in primis gli USA capiscano che è più conveniente scegliere la legalità internazionale piuttosto che la legge del più forte e sempre che, per onestà intellettuale e professionale questi reporter ​siano in grado di smentire il tentativo di Israele e del suo padrino di attribuire ad Hamas la responsabilità dei loro crimini.

Dopo quasi nove mesi, la situazione dei diritti umani in Egitto è catastrofica

13.05.2018 Riccardo Noury

Dopo quasi nove mesi, la situazione dei diritti umani in Egitto è catastrofica

Sono passati nove mesi da quando, il 14 agosto 2017, il governo italiano annunciò la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’Egitto e otto mesi dal 14 settembre, quando il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini s’insediò al Cairo.
Si disse, all’epoca, che il ritorno dell’ambasciatore era dovuto ai passi avanti sul piano della collaborazione della magistratura egiziana nelle indagini sulla sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni e che proprio la presenza dell’ambasciatore ne avrebbe favoriti altri.
La prima affermazione era falsa, la seconda ancora tutta da realizzare. Via via, per le nostre istituzioni la ricerca della verità per Giulio Regeni – che milioni di italiani continuano a pretendere – è diventata più un fastidio che un interesse: qualcosa che occorre fare, in punta di piedi, sperando di non disturbare troppo quello che il ministro degli Esteri Alfano ha definito un “partner ineludibile” .
Se ogni tanto, come nell’entusiasta messaggio di felicitazioni del suo omologo Mattarella al presidente al-Sisi per la sua recente rielezione, viene pronunciato il nome di Giulio, si tace sul contesto nel quale Giulio è stato assassinato: le violazioni dei diritti umani, sempre più sistematiche e gravi.
Ricordiamo come le autorità egiziane anticiparono il “benvenuto” all’ambasciatore Cantini: facendo sparire per 48 ore il presidente dell’Associazione dei genitori degli scomparsi, Ibrahim Metwally, braccato mentre stava per salire a bordo di un aereo diretto a Ginevra, dove era stato invitato dalle Nazioni Unite a parlare delle sparizioni forzate. Metwally è tuttora in detenzione preventiva e rischia una condanna durissima per “terrorismo”.

La stessa che rischia ora la nuova vittima del “benvenuto”, questa volta alla procura di Roma, che domani sarà al Cairo.
Amal Fathy, privata della libertà dalla notte tra il 10 e l’11 maggio, è accusata di “incitamento a rovesciare il regime egiziano”, “diffusione di voci false” e “uso abusivo dei social media”.
I “reati” sarebbero contenuti in un video che Amal ha postato su Facebook, 12 minuti di accuse alle autorità egiziane, incapaci di proteggere le donne dalle molestie sessuali. Amnesty International ha visto più volte il video e non vi ha trovato alcuna traccia di incitamento ad alcunché.
Va sottolineato che Amal Fathy è la moglie di Mohamed Lotfy, già ricercatore di Amnesty International e fondatore della Commissione egiziana per i diritti e la libertà, l’organizzazione per i diritti umani che fornisce consulenza legale alla famiglia Regeni e che per questo ha subito intimidazioni e arresti di suoi esponenti.
Ecco che di nuovo, come regolarmente successo negli ultimi due anni, gli attivisti e i difensori dei diritti umani che si occupano di Giulio e del contesto di cui è stato vittima vengono messi a tacere.
Il silenzio da parte delle istituzioni italiane è scandaloso. Per fortuna, ogni 14 del mese, a fare rumore sono i tanti giornalisti e attivisti della “scorta mediatica”.
Domani dunque i procuratori italiani torneranno al Cairo: ci ostiniamo, per amore di quella verità cui si deve arrivare, a non avere pregiudizi sull’operato della loro controparte. Pregiudizi no, ma scetticismo tanto.

13 maggio 2018 Festa della mamma: il mondo è in guerra, opponiamoci!

12.05.2018 WILPF (Women’s International League for Peace and Freedom)

13 maggio 2018 Festa della mamma: il mondo è in guerra, opponiamoci!
(Foto di Wilpf)

Il 13 Maggio 2018 è la Festa della Mamma ma all’origine era la Giornata della madri contro la guerra

Forte l’appello che Julie Ward Howe rivolse nel 1870 alle donne di tutto il mondo.
”Che si mobilitino tutte le donne che hanno un cuore ! Noi, donne di un paese, non possiamo permettere
che i nostri figli siano addestrati per ferire i figli di madri di altri paesi. In nome della femminilità e
dell’umanità io chiedo seriamente un Congresso Internazionale delle Donne per promuovere l’alleanza
fra differenti nazionalità, l’amichevole soluzione delle questioni internazionali e ribadire il grande
generale interesse per la Pace.”

Esiste un’EMPIA TRINITA’: stupro-guerra-genocidio. Se la radice della guerra e del genocidio passa sul
nostro corpo di donne, noi donne “n e c e s s a r i a m e n t e” dobbiamo riflettere, elaborare proposte
evolutive e AGIRE per il cambiamento . Il nostro ruolo è “d e t e r m i n a n t e”.
(Congressso Internazionale WILPF 1986)

Se vogliamo trasformare l’incubo presente in un futuro positivo che onori la forza della Vita,
dobbiamo riuscire a scorgere e a nominare le INTERCONNESSIONI TRA LE OPPRESSIONI:
sessuale, razziale, economica, politica e militare.
Solo così noi lavoreremo per la Vita, e parteciperemo alla creazione della Vita ora e simultaneamente nel
futuro. ( Mary Daly, filosofa e teologa )

Il coraggio di ESSERE è la chiave: IL CORAGGIO DI ESSERE DONNE.
Ma la cultura Patriarcale continua a nutrirci di lesivi stereotipi, di inganni, pur di mantenere vivo il
“Tabu Totale contro le donne che si sentono tali” (Mary Daly, filosofa e teologa)

L’AMORE è il grande potere che tiene insieme, vive e collegate tutte le cose sulla Terra.
L’amore è il vero e unico anti-potere contro coloro che vogliono trasformare il nostro mondo in una megamacchina
sotto il loro controllo e in questo modo non esitano a distruggerlo!
E’ il progetto dell’”alchimia militare” che parte dall’intento di trasformare ogni cosa sulla Terra nel suo
contrario. La GUERRA CONTRO LA VITA deve finire , la distruzione che avanza deve essere fermata
(Rosalie Bertell, scienziata e Premio Nobel alternativo)

Le donne non dovranno mai più osare ritenersi senza responsabilità, solo perché senza potere.
L’opinione pubblica è potere. Un sentimento forte e sensato è potere.
La DETERMINAZIONE è lungimiranza. La DETERMINAZIONE è potere.
(Emily Balch , co-fondatrice della WILPF e Premio Nobel per la Pace 1946)

Noi donne dobbiamo essere “vorticanti”, ossia capaci di creare, a partire da noi, vortici travolgenti di
cambiamento all’interno del sistema patriarcale, per espanderci e partecipare alla creazione di
EQUILIBRATI MODELLI DI ESISTENZA. (Mary Daly, filosofa e teologa)

In memoria di Ermanno Olmi. Cineasta e umanista

10.05.2018 Articolo 21

In memoria di Ermanno Olmi. Cineasta e umanista

Dai corti ai lunghi. Dai documentari ai lungometraggi, questo è Ermanno Olmi. Un’altalena costruita su un ‘albero degli zoccoli’ che invita gli spettatori a guardare oltre la siepe del loro giardino, a sbirciare il lavoro del contadino che guarda il grano maturare o dell’operaio nella fabbrica che compie azioni meccaniche con sforzo e sacrificio, ma pur sempre cantando la pace sia quella della natura, sia quella dell’uomo ‘dietro i paraventi’. (Roberto Nepoti)

Primavera perentoria e crudele per il teatro ed il cinema italiano, che nel volgere di poche settimane spezza uni le ultime foglie di vita ad alcuni fra i suoi protagonisti variegatamente più eclettici, impeccabili, professionalmente compiuti- e con la stupida consolazione che nessuno di essi era “in giovane età”. Così, dopo il sapido Luigi De Filippo e la cara Isabella Biagini, dopo Tony Cucchiara (misconosciuto autore di alcune ‘chicche’ del musical italiano) e l’amabile Paolo Ferrari, restiamo “privi” anche di Ermanno Olmi, ultimo grande  maestro di “un certo modo di intendere” la regia del cinema, specie italiano, in etica, frugale commistione tra documento ed evocazione, ispirazione lirica e non supponente ambizione ‘didattica’.

Particolare, quest’ultimo, che molto lo connette alla remota ma ancora vivida lezione di Roberto Rossellini, secondo il quale il cinema (diversamente da De Sica che confidava nell’improvvisazione, nell’estemporaneo) era ricognizione progettata, divulgativa ed esplorativa “sulle potenzialità creative, cognitive, negate all’uomo da una falsa accezione di modernità”

Ermanno Olmi dunque: grande artista ‘umanista’ di  film (prevalentemente) veristi che raccontarono l’Italia rurale, ancestrale ma non vetusta, anzi vitale, reattiva, istintivamente fidelizzata ad  una sua profonda idea (problematica sino al dubbio) di “sacralità irripetibile” della vita in sé. Della natura e del suo mondo animale (l’uomo sempre in cima), in una complessiva concezione etica ed etologia dell’esistente ‘panteista’, salvifico, consolante -anche quando si manifesta nelle sue modalità più empie, ingiuste, dolenti.

Sua cifra espressiva e ispirazione sono state la ricerca del ‘favolistico- sorprendente’, del non  preventivabile,  del saper porre, in forma diretta o in chiave di apologo, interrogativi essenziali e perenni dell’effimera condizione umana. Pertanto e volendo enucleare nel migliore   aggettivo il   cinema di Ermanno Olmi sceglieremo ‘imprevedibile’. Evidenziando inoltre che  l’interesse  per i suoi film venne nutrito – dalla critica e dallo spettatore più  lungimirante- sin dalle sue prime opere “di nicchia” (inizio anni sessanta):  “Il tempo si è fermato”, “Il posto”, “I fidanzati” alle quali fu applicata la qualifica (rivelatasi poi restrittiva)  di “cantore della gente comune, delle piccole cose”-  elogiativa se si pensa ad un Ermanno Olmi operante all’interno di un panorama cinematografico (internazionale) motivato dalla frattura  dei linguaggi ‘lineari, immediati, non destabilizzanti’ (da Godard ad Antonioni), poco permeabile  alla iconografia della quotidianità e alla prolungata, fossilizzante  celebrazione del neorealismo (“ne abbiamo goduto sino a strafogarcene”- annunciavano i ‘giovani turchi’ italiani, da Bellocchio a Faenza).

“Nato da una famiglia contadina e profondamente cattolica nella provincia di Bergamo, Olmi rimane orfano di padre durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver frequentato il liceo scientifico e poi quello artistico (senza portare a termine gli studi), si trasferisce giovanissimo a Milano per iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica, seguendo però i corsi di recitazione. Ma per guadagnarsi di che vivere si impiega presso la EdisonVolta (dove già lavora la madre) dove organizza il servizio cinematografico dirigendo, fra il ’53 e il ’61, una trentina di documentari, fra i quali “La diga sul ghiacciaio” (1953), “Tre fili fino a Milano” (1958) e “Un metro è lungo cinque (1961)”. In questi anni di lavoro, oltre a notarsi l’intraprendenza e il talento con la macchina da presa, Olmi segna la prima traccia della sua filmografia, vale a dire l’attenzione per l’uomo all’interno di strutture create dall’uomo stesso”- annotano annuari del cinema curati dal  caro e compianto Fernaldo Di Giammatteo.

Nei decenni successivi  la “tavolozza”  di Olmi si ingrandisce però fino a includere i toni e i generi più eterogenei : dal racconto storico all’allegoria, a varie declinazioni della ‘fabula’ nella più complessa accezione esopiana.

Con “E venne un uomo” (1965), biografia di papa Giovanni XXIII, il regista dà spazio al proprio sentire religioso, in una dimensione espositiva estranea alla agiografia, senza particolari compromessi con il mercato del cinema, ma non disdegnando la committenza televisiva. Come infatti avvenne per i successivi  “Un certo giorno”, “Durante l’estate”, “La circostanza”, dall’apparenza umbratile ma dalla sostanza problematica, perplessa e soffermata sul cosa potrà esserne dell’uomo e della donna” in un’epoca in cui si intravedono i primi indizi di reificazione, di “utilizzo” ai fini “aziendali” (da antologia, la selezione del personale e l’ ‘aggiornamento’ del personale di mezza età in “La circostanza”). Come poi tanti sanno nel 1977, Olmi  realizza quello che, quasi certamente, è il suo capolavoro: “L’albero degli zoccoli”, fiaba contadina che a Cannes vince una Palma d’Oro “di straordinario significato per un film parlato in dialetto bergamasco”, recitato (secondo la raccomandazione di Zavattini) da attori non professionisti, quindi  affidato all’espressività seducente e ‘modesta’ di gesti aviti, sinceri, non per questo idilliaci.

Promosso alla stima internazionale, Olmi si trasferisce ad Asiago, in provincia di Vicenza, e nel 1982, a Bassano del Grappa, dà vita a Ipotesi Cinema, “bottega del cinema” che collaborerà con la Rai di Paolo Valmarana e sfornerà nuovi registi, fra i quali Maurizio Zaccaro e  Roberta Torre che ricordano  il   loro maestro come “grande, bisbigliante incantatore”, la cui autorevolezza era inversamente proporzionale all’esercizio dell’autorità (purtroppo vanesia, e per tradizione, nella moltitudine dei  cineasti, ad ogni livello di qualità).

Ammalatosi appena sessantenne e colpito da conseguente depressione, il regista è costretto a restare lontano dal set per un lungo periodo. Tornandovi nella seconda metà degli anni Ottanta con la parabola antiborghese “Lunga vita alla signora!” (Leone d’Argento) e con La leggenda del Santo bevitore” (Leone d’Oro a Venezia) tratto dal romanzo di Joseph Roth, suggeritogli dall’amico e sodale  Tullio Kezich (fra i maggiori critici del secolo scorso).  I  due replicheranno l’esperienza cinque anni dopo coinvolgendo Paolo Villaggio nel (non risolto) “Segreto del bosco vecchio”, crepuscolare ed ecologico (liberamente tratto dal romanzo di Buzzati).

Con l’inizio del millennio, la filmografia di Olmi torna ad innalzarsi con l’apologo antibellico “Il mestiere delle armi” ispirato sugli ultimi giorni della vita di Giovanni dalle Bande Nere; poi con “Cantando dietro i paraventi”, fiaba pacifista in costume orientale (antico ma attuale) interpretata da un inatteso e pertinente Bud Spencer.  Del 2007 è la parabola evangelica, cristologica “Centochiodi”, che Olmi considera il suo film di narrazione “per meglio dedicarsi  al documentario come amore di gioventù”. Non fu così. Giungeranno magnifiche e possenti l’anticlericale (in senso secolare) “Villaggio di cartone” e, soprattutto, “Torneranno i prati” (2014),  “lucida maledizione della guerra” ambientata nelle trincee dell’altopiano di Asiago durante la prima guerra mondiale. I suoi luoghi dell’anima.

Attivo anche nella regia teatrale, di Olmi ricordiamo una poetica, frugale e corale “Piccola città” di Wilder al Teatro delle Arti di Roma (oggi trasformato…in garage!) e la regia lirica (alla Scala di Milano) di  “Teneke” del contemporaneo Fabio Vacchi, suo collaboratore in “Centochiodi”. Due romanzi al suo attivo, e di buon pregio “Ragazzo della Bovisa” (autobiografico) e    “L’Apocalisse è un lieto fine”. Epigrafe della sua innata ma non dogmatica fiducia in ciò che ci attende: adesso e in ‘quel che c’è.. se c’è… dopo’.   Gliene restiamo grati.

Ps  Misteriosamente (quasi) irreperibile- e non più riproposto dalle emittenti televisive- a completamento della filmografia di Olmi-  occorre citare “Cammina Cammina” (del 1982), film di cui lo stesso regista (come sarà in tante altre occasioni) è “operatore alla macchina da presa”. Film radicalmente evangelico ma non ‘ortodosso’, opera sulla Natività di Cristo in cui “disturbava” la corposità realistica dei suoi personaggi, diversi dai  canoni estetici del “santino e immaginetta votiva”. Film sulla difficoltà (non fratellanza?) degli uomini, della loro indolenza, ad intendersi e cooperare. Film-come annotava Gian Paolo Bernagozzi- che segnava a suo modo “il destino di questo autore  cattolico”, non di stretta osservanza, “appartato, protestatario e umbratile allo stesso tempo. Un impasto di cultura e psicologia” inattese e fastidiose per la risaputa Italia dei benpensanti\osservanti.

Angelo Pizzuto

I petrolieri pronti a “bombardare” anche lo Ionio

09.05.2018 Il Cambiamento

I petrolieri pronti a “bombardare” anche lo Ionio

Edison pronta a usare la tecnica dell’air gun nel mar Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca: onde d’urto per analizzare i fondali marini alla ricerca di giacimenti di fonti fossili. Queste “esplosioni” generano danni enormi all’ecosistema marino.

La minaccia dei petrolieri ai mari italiani, mai venuta meno negli ultimi anni, si estende ora alle acque dello Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca, su un’area che, secondo la Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity – CBD), è classificata come EBSA, ovvero come particolarmente preziosa per l’ecosistema marino nel suo complesso. È quanto denuncia Greenpeace Italia nel rapporto appena pubblicato, “Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio”.

La ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili sotto i nostri fondali è il fattore che muove, in questo caso, la Edison S.p.A. (Permesso di Ricerca di Idrocarburi Liquidi e Gassosi “d 84F.R-EL”), e avverrebbe ancora una volta con la tecnica dell’air gun. Un dispositivo che, generando artificialmente onde d’urto e analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore. Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di air gun, disposti su due file a una profondità di 5-10 metri: producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi per settimane, continuativamente. Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet.

Gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi e in questo caso colpirebbero molto specie: tonni, pesci spada, squali, mobule, cetacei, tartarughe caretta. Nonché habitat di profondità con organismi come coralli e spugne che rappresentano importanti serbatoi di biodiversità, sono aree di riproduzione di numerose specie ittiche di importanza commerciale e contribuiscono al riciclaggio di materia organica nella catena trofica.

«Ci sono Paesi che hanno vietato la ricerca, e quindi l’estrazione, di nuovi giacimenti fossili nei loro mari. Ultima in tal senso la Nuova Zelanda, che sta rinunciando a riserve infinitamente più consistenti di quelle presenti sotto i nostri fondali, pur di proteggere questi ecosistemi, il clima e ogni altra attività economica legata al mare e potenzialmente danneggiata dal petrolio. Cosa aspetta l’Italia a darsi un indirizzo conseguente con gli impegni presi in sedi internazionali come l’Accordo di Parigi?», dichiara Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia.

Greenpeace ricorda nel suo rapporto che “la scoperta dei banchi di coralli di acque fredde (o di profondità, o “coralli bianchi”) al largo di Santa Maria di Leuca ha fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico. Si tratta di comunità dominate da Madrepora oculata e Lophelia pertusa. Questi banchi di coralli di profondità sono un hot spot di biodiversità. Ci sono non meno di 222 specie a profondità tra 280 e 1121 metri. Spugne (36 specie), molluschi (35), cnidari (o celenterati: coralli, anemoni…: 31 specie), anellidi (24 specie, di cui una trovata qui per la prima volta nel Mediterraneo), crostacei (23), briozoi (19) e 40 specie di pesci”. Secondo l’associazione ambientalista la richiesta di permesso presentata da Edison per sondare i fondali di questo tratto di mare è lacunosa ed omissiva, nel valutare i possibili impatti dell’air gun sull’ambiente. Per questo l’associazione presenterà le sue osservazioni nel merito al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, per chiedere il respingimento di questo ennesimo tentativo di oltraggio ai nostri mari.

Greenpeace auspica che le istituzioni locali si attivino per contrastare una prospettiva che minaccerebbe turismo, pesca e comunità costiere; e auspica inoltre che sulle attività di ricerca di nuovi giacimenti, che interessano l’intero Adriatico e alcune aree dello Ionio, si ascolti anche la voce della società civile di quei territori, da tempo e in larga misura contraria a questa prospettiva.

L’essenza della nonviolenza

07.05.2018 Redação São Paulo

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Portoghese

L’essenza della nonviolenza

di Diego Chaves

 

Per spiegare la non violenza possiamo usare la metafora del radio-comunicatore. Esistono due dispositivi, l’”Io” e l’”Altro” e per stabilire una connessione tra di essi, sono necessarie una serie di condizioni tecniche, ad esempio una distanza compatibile con le capacità dei dispositivi, l’assenza di ostacoli che ostruiscano il segnale, ecc. Tuttavia, oltre a questi tipi di requisiti, è anche necessario che una parte apra il canale di comunicazione per ascoltare ciò che l’altra ha da dire.

Possiamo quindi dire che ci sono due componenti: le “condizioni tecniche”, che possono essere intese come le risorse o le strategie; e “aprire il canale”, ossia la capacità dell’io di aprirsi all’”altro”.

Ed è necessario avere una sincronizzazione tra questi due componenti affinché la connessione sia soddisfacente.

Se ci concentriamo troppo sulle condizioni tecniche, possiamo perdere di vista il fatto che l’apertura verso l’Altro è la condizione essenziale che regge la comunicazione e anche l’opposto è deleterio, se apriamo il canale ma non garantiamo strategie e risorse per far sì che la connessione funzioni, non avremo altro che buone intenzioni.

Le strategie e le risorse variano molto da contesto a contesto ma l’apertura all’altro è una costante e nel corso della storia è stata chiamata in molti modi.

Il Nuovo Umanesimo, un sistema di pensiero nonviolento creato dal pensatore argentino Silo, definì tale atteggiamento come la volontà di “vedere l’umano nell’altro”.

“Firmeza Permanente”, una corrente cattolica non violenta legata alla Chiesa popolare e fiorente tra gli anni ’60 e ’80, chiamava questa apertura “grazia”, o in altre parole, la volontà di condividere.

La comunicazione nonviolenta, nata dall’incontro della psicologia di Rogers con le lotte per i diritti civili negli Stati Uniti, usa il concetto di “empatia”.

Per capire il significato di questo concetto è necessario osservare che uno dei grandi drammi umani è che siamo consapevoli solo dei nostri pensieri e per quanto amiamo qualcuno, quell’altra persona è come un altro mondo diverso dal nostro.

Tra gli umanisti si dice che un pazzo è colui che ha un vero cuore, ma non una “vera” testa. Già l’ipocrita è molto diverso, è qualcuno che ha la “vera” testa, ma ha il cuore falso.

E cosa rende falso un cuore?

Tra i nuovi umanisti, è buono (o vero) ciò che unisce le persone, è male (o falso) ciò che le separa.

Pertanto, un falso cuore è uno che è chiuso in sé stesso, senza empatia, senza lo stato di grazia, senza percepire l’umano che è nell’altro.

Tra i cattolici un buon esempio di falso cuore è Giona, il profeta, che pur conoscendo bene la legge non riuscì ad aprire il suo cuore all’importanza di dire agli assiri che Ninive poteva essere salvata. A causa della contraddizione tra questi due eventi finì isolato, chiuso nel ventre di un grosso pesce.

In questo modo, per essere nonviolenti non è sufficiente la legge o la conoscenza (le condizioni tecniche), è importante avere una “buona conoscenza”, cioè una conoscenza che riflette un impegno etico verso la non violenza, cioè una conoscenza o una legge che riguarda questa connessione tra le persone.

Si veda il caso della CIA che ha usato metodologie presumibilmente non violente per rovesciare governi non allineati a Washington.

In altre parole, persino la non-violenza o la legge sacra nel caso di Giona perdono la loro essenza e diventano ipocrite se l’impegno etico verso l’Altro diventa secondario.

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Testo di Diego Chaves