25 aprile 2018 – L’unica razza è quella umana

22.04.2018 – Milano Redazione Italia

25 aprile 2018 – L’unica razza è quella umana
(Foto di https://www.facebook.com/events/1690981084329847/?notif_t=plan_user_invited¬if_id=1524398335620625)

Il 25 aprile del 1945 l’Italia fu liberata dalla dittatura nazifascista grazie alla lotta di centinaia di migliaia di persone che scelsero di dire no al fascismo, no alla negazione dei diritti e no all’uccisione di milioni di persone in nome della supremazia della “razza ariana”: i Partigiani, le Partigiane, le persone comuni scelsero di resistere e di lottare con ogni mezzo necessario per porre fine alla guerra e per liberarsi dal regime fascista.

Oggi, a 80 anni dalla emanazione delle leggi razziali e a 73 anni dalla Liberazione, c’è ancora bisogno di essere Partigian*, c’è ancora bisogno di ribadire con forza che l’unica razza esistente è quella umana.

Non c’è futuro senza memoria, per questo è importante ricordare che tutto ciò che è stato l’Olocausto, la terribile macchina della “soluzione finale” e il genocidio di milioni di persone (ebrei, rom, oppositori politici, donne “libere”, omosessuali, portatori di handicap), non è successo da un giorno all’altro, ma è stato il terribile finale di vent’anni di un crescendo di politiche xenofobe, di una folle propaganda che ha generato un capro espiatorio, dell’eliminazione di diritti e di repressione, giorno dopo giorno.

La memoria deve essere uno strumento per agire nel presente e cambiare il futuro, per questo non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quello che sta accadendo da anni nel Mar Mediterraneo: un “mare spinato”, un cimitero senza lapidi ne nomi, nel quale è in corso da anni un genocidio.

Il razzismo è parte strutturale di questo sistema economico e si manifesta nelle sue politiche: dalla Bossi-Fini per arrivare all’ultima legge sulla migrazione, la Minniti-Orlando che istituisce “tribunali speciali” per i richiedenti asilo, aumenta i finanziamenti ai lager in Libia e stringe accordi sulla pelle dei migranti.
L’Unione Europea ha finanziato per 6 miliardi Erdogan al fine di bloccare i migranti in viaggio verso la Grecia, per la maggior parte siriani in fuga dalla guerra. Quei 6 miliardi di euro potrebbero essere usati per salvare vite, finanziare il welfare e migliorare l’esistenza di tutt*.

Invece sono stati la moneta di scambio che ha permesso di perpetrare il genocidio del popolo kurdo, il massacro di Afrin, che ha generato altre centinaia di migliaia di sfollati e morti, centinaia di arresti contro chi manifesta contro la guerra.

Silenzio e indifferenza verso questi “confini di morte”: dal Mediterraneo a Gaza, ai tanti territori devastati da conflitti generati dagli interessi economici delle cosiddette potenze occidentali.

La dilagante retorica razzista portata avanti dalla Lega di Salvini e supportata dai media main stream, non solo addita il migrante come colpevole della crisi, ma criminalizza anche la solidarietà di chi, come le ONG, cerca di salvare quelle vite di cui l’Europa e l’Italia finanziano la morte, facendo dell’export di armi un business che ammonta a circa 2,6 milioni all’ora, stringendo accordi con Paesi terzi e facendo fare a loro il “lavoro sporco”, o devastando territori in tutto il mondo.  Scelte politiche precise che hanno generato uno spostamento a destra della totalità delle istituzioni, di fronte a cui nessuno si è tirato indietro.

Ribadiamo a gran voce che la solidarietà non è un crimine, ma un atto di coraggio.  Milano è una città meticcia e solidale, i razzisti se ne dovranno fare una ragione. Lo ha dimostrato il 20 maggio: 100.000 persone sono scese in piazza con il messaggio forte e chiaro di “Nessuna Persona E’ Illegale”, hanno ribadito il rifiuto di ogni razzismo, da quello istituzionale del Partito Democratico a quello della Lega, e inondato la città di colori, culture e storie differenti, che sono una ricchezza e non un motivo di conflitto. Lo ha dimostrato il 10 febbraio dopo i fatti di Macerata, gridando a gran voce che Milano ripudia fascismo, razzismo e sessismo.

Milano è antifascista, antirazzista, meticcia e solidale, e lo dimostriamo ogni giorno nelle scuole, nelle università, nelle strade, nei quartieri e nelle periferie, nelle comunità che costruiamo come movimenti, collettivi, associazioni e singoli cittadini, lavorando con le persone, trovando soluzioni reali e garantendoci diritti con la lotta.

Il prossimo 25 aprile chiediamo che tutte/i coloro che condividono questo appello affianchino alle loro bandiere lo slogan “L’unica razza è quella umana”.

Organizzato da Milano Antifascista Antirazzista Meticcia e Solidale e Nessuna Persona è Illegale

Stati Uniti, protesta in 2.600 scuole contro la violenza da armi da fuoco

Stati Uniti, protesta in 2.600 scuole contro la violenza da armi da fuoco
(Foto di Democracy Now!)

Nel diciannovesimo anniversario della strage alla Columbine High School, avvenuta a Littleton, Colorado, venerdì 20 aprile centinaia di migliaia di studenti, insegnanti e personale amministrativo di oltre 2.600 scuole degli Stati Uniti sono usciti dalle classi per protestare contro la violenza da armi da fuoco.

Come riferito da Democracy Now!, la manifestazione è nata da una petizione on line lanciata da Lane Murdock, sedici anni, studentessa del secondo anno di un liceo del Connecticut, che il mese scorso è intervenuta a New York City durante un’altra protesta nazionale degli studenti.

“E’ una strada in salita” ha detto Lane Murdock in quell’occasione. “C’è un sacco di gente potente contro di noi che cercherà di provocare lotte interne e di dividerci. Vorranno che guardiamo alle nostre differenze, così sarà più facile distruggerci. Ma noi non permetteremo che accada. Qui si tratta di gente – gay, etero, nera, bianca, religiosa o no – che si unisce perché i suoi figli non abbiano paura di andare a scuola.”

La protesta del 20 aprile arriva a meno di un mese dalla storica March for Our Lives a Washington, D.C. e in altre 834 città degli Stati Uniti e del mondo per chiedere la fine della violenza da armi da fuoco.

La Russia porterà all’Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona “dell’attacco chimico di Assad”

20.04.2018 L’Antidiplomatico

La Russia porterà all’Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona “dell’attacco chimico di Assad”
(Foto di L’Antidiplomatico: Hasan Diab)

Si sgretola la propaganda che ha coperto il bombardamento di Francia, Regno Unito e Siria

Nell’ospedale di Douma entra la troupe di RT ed emergono nuovi elementi sul presunto attacco “chimico” preso a pretesto da Francia, Gran Bretagna e Usa per i bombardamenti illegali della settimana scorsa di Francia, Usa e Gran Bretagna.

La troupe di RT è riuscita ad intervistare il ragazzo che nei video diventati virali prima del bombardamento si è trasformato in una delle icone del “massacro con armi chimiche di Assad”. E’ nota la propaganda “umanitaria” che serve a far tollerare quello che è umanamente non è tollerabile: le bombe. Conosciamo la storia che si ripeta dalla Jugoslavia ad oggi. Ma è incredibile come un numero sempre minore ma comunque consistente di persone possano ancora dar fede ai vari Saviano, Littizzetto, Volo e compari.

Ebbene, Hassan Diab, ragazzino di 11 anni, tremante nel video diffuso dai media mainstream dopo essere stato pubblicato dal gruppo Douma Revolution su Facebook, racconta la sua versione dei fatti.

L’organizzazione in questione, insieme alla controversa “Elmetti Bianchi”, è stata tra le principali fonti delle accuse contro il governo siriano. Nel tentativo di far luce sulla storia,RT ha intervistato il giovane, che è stato ritratto come una “vittima” nel filmato. Hassan Diab sostiene che era con sua madre quando sono stati invitati a correre verso l’ospedale. “Siamo stati portati fuori e ci hanno detto a tutti di andare all’ospedale. Sono stato immediatamente portato al piano superiore, e hanno iniziato a riversarmi acqua addosso”, ha ricordato il ragazzo.

“I medici hanno iniziato a filmarci qui [nell’ospedale], stavano versando acqua e facendo video”, ha aggiunto. Il padre di Hassan più tardi si è precipitato in ospedale. “Sono rimasto molto sorpreso e ho chiesto cosa fosse successo, perché gli occhi di mio figlio erano così rossi. Ho scoperto che era acqua, ma faceva freddo, avrebbe potuto ammalarsi. Ed era stato spogliato”, ha raccontato l’uomo a RT.

L’emittente russa VGTRK è stata la prima a trovare il ragazzo e suo padre e ha fatto circolare la storia. Ora, Mosca ha in programma di mostrare il video su Hassan alla prossima riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo ha annunciato oggi l’inviato delle Nazioni Unite in Russia, Vassily Nebenzia.

Nonostante i dubbi, la mancanza di prove, i post dei social media non confermati da nessuna autorità e la non attendibilità manifesta dei famigerati White Helmets, tre paesi hanno ritenuto di poter bombardare la Siria. La verità inizia ad emergere e l’ennesimo crimine internazionale di membri della Nato resterà impunito come quelli precedenti.

 

 

In Australia i nativi contro lo show tv: “Basta rubarci i bambini”

19.04.2018 Agenzia DIRE

In Australia i nativi contro lo show tv: “Basta rubarci i bambini”

Oltre cento persone hanno manifestato la davanti alla sede centrale della tv australiana ‘Channel 7‘ per chiedere più rispetto nel modo di discutere sulla “generazione rubata“, ovvero i bambini aborigeni che, per una legge a loro “tutela”, vennero allontanati dalle famiglie di origine, a partire dal 1869 e fino agli anni ’70 del secolo scorso. La scintilla che ha scatenato la protesta è stato il programma televisivo ‘Sunrise’.

I conduttori, durante la trasmissione, hanno dato il via alla controversa questione giudicando positivamente la legge di allora e considerando una “ovvietà” togliere i bambini dalle famiglie a rischio. “Proprio come nella prima ‘generazione rubata’ molti bambini vennero sottratti alle loro famiglie per il loro benessere, ora dobbiamo ricominciare a farlo” ha detto la conduttrice Prue MacSween. Lo spunto per un argomento così delicato è stata una dichiarazione rilasciata dal ministro per la Tutela e i diritti del bambini, David Gillespie, che ha messo in guardia sulla “crisi” australiana nella protezione dei bambini. Secondo un rapporto appena pubblicato, infatti, 32 mila bambini in Australia tra il 2016 e 2017 sono stati dati in affidamento ma solo 143 sarebbero stati adottati. Nello studio si specifica che un aborigeno ha sette volte in più la possibilità di rimanere in affidamento. Il ministro ha quindi rivolto un appello a sostenere di più i bambini indigeni, anche favorendone i rapporti con la famiglia di origine.

I manifestanti contestatori hanno messo in evidenza che al programma non è mai intervenuto alcun rappresentante della comunità nativa. “Come aborigeni ne abbiamo abbastanza di avere i bianchi che parlano al posto nostro e non ci permettono di avere voce in capitolo” ha detto Nat Heath, nativo, educatore per la prima infanzia. “Se ne vorranno parlare ancora, devono invitare rappresentanti aborigeni al loro show, scelti dalla nostra comunità e non solo da gente che sostiene la loro opinione”.

Scuole in piazza per la pace in Siria

17.04.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Scuole in piazza per la pace in Siria

Da sette anni il popolo siriano è vittima di quello che ormai si può definire genocidio, nel silenzio assoluto del mondo. La scuola, luogo votato per sua natura all’educazione alla convivenza civile, alla diffusione dei messaggi di pace, alla solidarietà, non può restare indifferente al grido di aiuto che si leva dal popolo siriano.

E’ a scuola che abbiamo imparato come 70 anni fa si compì un orrore simile nell’indifferenza generale, è a scuola che ci siamo chiesti come sia potuto accadere l’Olocausto senza che la gente manifestasse il suo dissenso.

Per questo abbiamo pensato di invitare tutte le scuole italiane a partecipare a una giornata di manifestazione per chiedere la pace immediata per la Siria.

Ogni scuola potrà organizzare la manifestazione in autonomia. Per dare un “segnale” basteranno solo cartelli e bandiere della pace: ma l’importante è coordinarsi con le altre scuole per radunarsi tutti in un unico punto della propria città o del proprio quartiere ed essere tutti presenti alle ore 11,00 del giorno 4 maggio 2018  insieme alle altre scuole italiane per levare un unico, compatto appello per la pace.

Per dare conferma della tua adesione e partecipazione all’iniziativa ti basterà inviare una mail all’indirizzo scuoleinpiazzaperlaSiria@gmail.com

Per maggiori informazioni sull’iniziativa puoi iscriverti al gruppo Facebook Scuole in piazza per la pace in Siria.

Web: https://scuoleinpiazzaperl.wixsite.com/scuoleinpiazzasiria

 

Aiutare i migranti, un dovere morale in questo momento difficile e oscuro

16.04.2018 Anna Polo

Aiutare i migranti, un dovere morale in questo momento difficile e oscuro

Antonella Freggiaro, dell’associazione Abarekà, è stata di recente in Mali. Parliamo  con lei della situazione del paese e delle attività che sta svolgendo in Italia a favore di migranti e rifugiati.

In che situazione si trova attualmente il Mali?

Purtroppo la guerra in Mali (dimenticata dai media e di cui pochi si ricordano) continua e sta coinvolgendo alcuni paesi confinanti (in particolare il Burkina Faso e il Niger).  La violenza, i cambiamenti climatici, la crescita della popolazione giovanile, la mancanza di posti di lavoro e l’urbanizzazione incontrollata stanno provocando un aumento della migrazione e del traffico di esseri umani.  Nel paese prosegue l’operazione militare a conduzione francese denominata Barkhane. Succeduta a Serval, operazione del 2013, ha lo scopo di contrastare l’ascesa delle milizie islamiche nell’Azawad, lo stato tuareg autoproclamatosi indipendente dal Mali nell’aprile 2012. L’operazione si svolge con la compartecipazione di Burkina Faso, Ciad, Niger, Mauritania ed  è stata potenziata  nel marzo 2017, aumentando quindi la presenza dell’esercito francese e delle forze cosiddette “di pace” sul territorio.

Il presidente Ibrahim Boubacar Keita è impegnato nel tentativo di raggiungere la pace con i gruppi armati di matrice araba e tuareg del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma). Gli accordi dovranno essere sottoposti a referendum costituzionale, in un clima però molto complesso. Le popolazioni locali restano sotto il controllo del Cma, mentre da Gao a Timbuctù a Kidal si moltiplicano le incursioni dei gruppi terroristici, che approfittano dell’assenza dello Stato.

Nell’ultimo periodo le condizioni di sicurezza si sono deteriorate e gli attacchi  alle forze di difesa e sicurezza del Mali si sono intensificati.

Sembra che il Gruppo di sostegno per l’Islam e i musulmani abbia continuato ad aumentare la sua capacità operativa e ad ampliare l’area in cui opera, in particolare nelle regioni di Mopti e Ségou. C’è stato un aumento degli attacchi mortali tra il 2016 e il 2017. Mentre il numero di attacchi improvvisati con dispositivi esplosivi è rimasto relativamente stabile, con 130 attacchi registrati nel 2017 contro 139 nel 2016, il numero di vittime è aumentato significativamente, con 141 morti e 309 feriti nel 2017, rispetto ai 70 morti e ai 184 feriti nel 2016 .

Nel marzo 2018 l’insicurezza, l’assenza delle autorità statali e l’intimidazione degli insegnanti da parte di gruppi armati  nelle regioni centrali e settentrionali del paese hanno costretto 715 scuole a chiudere, privando dell’istruzione più di 214.000 studenti. Le regioni colpite dalla crisi includono Gao, Kidal, Ségou, Mopti e Timbuktu. Nel febbraio 2018 440 scuole sono state  chiuse nella sola regione di Mopti. Un dirigente scolastico ha dichiarato ad Amnesty International: “Sei membri di un gruppo armato sono venuti a piedi nel villaggio e hanno chiesto al mio vice dov’ero, poi sono andati a scuola a saccheggiare il mio ufficio, i miei libri e tutto il materiale didattico. Prima di andarsene hanno detto che non vogliono scuole o insegnanti nel villaggio, così abbiamo fatto le valigie e siamo partiti.”

Prima parlavi di un aumento della migrazione e del traffico di esseri umani. Puoi spiegarti meglio?

Nonostante i recenti programmi di sensibilizzazione delle agenzie di cooperazione che operano in Africa occidentale, per esempio nella regione di Kayes, da cui proviene oltre l’80 % dei maliani attualmente in Europa, emigrare resta uno status symbol. Alcuni antropologi sostengono perfino che in zone rurali punto di partenza di migliaia di africani emigrare abbia sostituito i tradizionali riti d’iniziazione per sancire il passaggio dalla pubertà all’età adulta. Un dinamismo generazionale frustrato dall’immobilismo politico di regimi democratici solo di facciata e da una rapace corruzione che permea ogni aspetto della vita pubblica e privata. Dal poliziotto che chiede mille franchi cfa (1,5 euro) al tassista fermato senza documenti in regola, al politico che chiede milioni a un parente per trovargli un posto nella pubblica amministrazione.

In un paese in cui non funziona niente – ospedali, scuole, banche – i ‘ricchi’ vanno a curarsi nelle migliori cliniche occidentali, hanno conti segreti nei paradisi fiscali, mandano i figli a studiare in costosi campus americani e le mogli a fare shopping nei negozi più chic di Parigi; ai giovani non resta che tentare la difficile strada dell’immigrazione, pur con tutti i rischi che questa comporta.

Durante il mio recente soggiorno in Mali ho conosciuto l’”Association des expulses du Mali”, un’associazione creata nel 1996 a seguito delle prime espulsioni di migranti dall’Europa, dai paesi arabi e dall’Angola. Secondo il presidente, Ousmane Diarra, molti dei 1.700 migranti rimpatriati volontariamente dalla Libia nel primo trimestre del 2018 sono in condizioni di angoscia e depressione.
Cosa succede ai migranti una volta tornati a casa?

Dopo un esilio fallito in Europa, (o nella stessa Africa) devono affrontare la dura realtà del ritorno, tra speranze deluse, senso di vergogna e fallimento, possibili ritorsioni e una vita da ricostruire. “Le persone che arrivano sono a volte prostrate e restano in silenzio” raccontano i responsabili del supporto sociale per l’Associazione maliana (AME). Altri soffrono di lesioni lasciate dai colpi ricevuti durante la loro espulsione . Il team di AME agisce con tatto, pazienza e umanità. Deve identificare i nuovi arrivati e creare un vincolo di fiducia, dando modo alla famiglia o al consolato di organizzare meglio il loro ritorno. “Dal momento che noi stessi siamo ex migranti, questo facilita i contatti”, affermano i membri dell’associazione. “I giovani non osano tornare dalle loro famiglie a mani vuote, dopo che hanno raccolto una fortuna per finanziare il loro viaggio. Dovranno così fare una scelta dolorosa tra affrontare questo difficile ritorno nel paese o riprendere il sentiero molto incerto della migrazione. Se vogliono andarsene, sono liberi di farlo. In ogni caso, sono loro a decidere. Alla fine, molti abbandonano l’avventura dopo aver valutato la pericolosità del viaggio e ricordato le violenze subite in Libia o in Algeria.”

In Italia partecipi alla rete “Milano senza frontiere” e svolgi attività di appoggio e solidarietà verso migranti e rifugiati…

Sì, la mia associazione, Abarekà e un’altra realtà umanista, Convergenza delle Culture, fanno parte di questa rete che porta avanti attività di denuncia e solidarietà sul tema dei migranti e dei rifugiati. Ogni primo giovedì del mese, per esempio, ci troviamo in piazza Scala, davanti alla sede del Comune di Milano, per la “Marcia dei nuovi desparecidos” per ricordare e le persone morte nel Mediterraneo mentre tentavano la traversata e denunciare la loro silenziosa scomparsa. Siamo attivi anche nella campagna Missing at the Border, che sta coinvolgendo le famiglie dei migranti scomparsi affinché possano creare una rete e portare alla luce le storie di molti ragazzi dimenticati nelle acque del Mediterraneo.

Di recente hai anche seguito un corso per diventare tutore volontario di minori stranieri non accompagnati. Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Si tratta di un corso tenuto su base regionale per aiutare in modo concreto i minori non accompagnati presenti sul territorio italiano. Essere tutore di un minore straniero non accompagnato significa offrirgli una figura di riferimento e sostenerlo nel suo percorso in Italia: è un aiuto molto importante per un ragazzo o una ragazza che ha affrontato la migrazione senza i genitori o altre figure responsabili per la sua assistenza, un contributo concreto alla sua protezione nei momenti più complessi che dovrà affrontare.

I minori non accompagnati sono soprattutto adolescenti, provengono da paesi esterni all’Unione Europea e si trovano in Italia da soli, senza l’assistenza dei genitori o di altri adulti responsabili per loro. Nonostante il coraggio che hanno avuto nell’affrontare la migrazione, la loro giovane età e gli ostacoli che potranno incontrare li mettono in una condizione di grande bisogno e vulnerabilità. Tra le necessità essenziali di questi ragazzi c’è la tutela legale, cioè la presenza di una persona che abbia la responsabilità di curare i loro interessi e il loro benessere, di garantire l’ascolto del loro punto di vista e di rappresentarli esternamente per gli atti con valore legale che, in quanto minorenni, non possono compiere da soli.

Venire incontro a questo bisogno significa garantire a un adolescente in difficoltà una figura di riferimento, farlo sentire meno solo nelle procedure che dovrà affrontare, proteggerlo e rafforzarlo nelle decisioni che dovrà prendere e nel percorso di integrazione che compirà in Italia. È un ruolo che sinora hanno esercitato prevalentemente enti locali e avvocati per grandi gruppi di minori. Ma se sei giovanissimo e solo in un paese straniero, avere una persona che è il tuo tutore esclusivo per scelta volontaria, che ti chiama per nome e che puoi contattare rapidamente in caso di bisogno fa davvero la differenza.

Personalmente ho intrapreso questo percorso perché lo ritengo un dovere morale in un momento così difficile ed oscuro nella storia del nostro paese e dell’intera Europa. Credo che molte altre persone possano affiancarmi in questo percorso. Presentare la domanda è semplice: le modalità  sono esposte negli avvisi pubblici emanati su base regionale dai Garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza e non prevedono formalità complesse.

Per maggiori informazioni sui bandi in uscita e sulla possibilità di essere iscritti negli elenchi già esistenti consiglio di far riferimento ai contatti dei singoli Garanti regionali.

Vittoria storica per l’Amazzonia

15.04.2018 Unimondo

Vittoria storica per l’Amazzonia
(Foto di Wikipedia)

Su decisione della Corte Suprema, grazie alla denuncia di 25 giovani e bambini, il governo colombiano è stato condannato a presentare entro 4 mesi un piano di azione contro la deforestazione amazzonica, principale causa del cambio climatico nel Paese. I ragazzi: «Non occorre essere presidenti o ministri. Tutti possiamo cambiare il mondo». Nonostante gli impegni internazionali sottoscritti dalla Colombia per frenare la depredazione di legname dalla foresta, secondo dati dell’Istituto di Idrologia, Meteorologia e Studi Ambientali (Ideam) citati dal portale specializzato Mongabay, nel 2016 il disboscamento fraudolento è aumentato del 44% rispetto all’anno precedente (quasi 180 mila ettari di boschi nativi persi), e le Ong del settore avvertono di un probabile ulteriore peggioramento della situazione.

25 giovanissimi – tra i 7 e i 26 anni di età – si sono allora fatti coraggio e, attraverso Dejusticia, centro di studi giuridici e sociali di Bogotá del quale fa parte una di loro, l’avvocato Gabiela Eslava, hanno denunciato per questo il governo colombiano. E hanno vinto! «Oggi abbiamo vinto la causa per la ‘tutela delle generazioni future e cambiamento climatico’!», ha postato su Facebook Valentina Rozo Ángel, una dei 25. «Dopo un anno di lavoro, con molto stress, lacrime e una grande amicizia con Gabriela Eslava – continua -, oggi i giornalisti ci hanno domandato come ci sentivamo per avere vinto qualcosa che tutti tacciavano di “simbolico”, e credevano che non sarebbe stato accolto dalla Corte… Questa sentenza mostra che non abbiamo bisogno di essere presidenti, ministri o alti funzionari per cambiare il mondo. Lo possiamo fare tutti».

La “tutela giuridica”, azione legale presentata dai ragazzi, è definita dal dizionario come un “procedimento di richiesta di protezione dei diritti delle persone dispensato da giudici e tribunali”. L’eccezionalità, il gran precedente stabilito dalla sentenza, è che in questo caso, le persone da proteggere sono “le generazioni future”, ovvero, non sono ancora nate, e l’ambiente naturale (in questo caso, la foresta amazzonica) è un soggetto di diritto, come lo è nella legislazione dell’Ecuador, per esempio. L’unico caso analogo, nel quale l’Amazzonia è stata considerata titolare dei diritti di protezione, manutenzione e riparazione a carico dello Stato, è la causa del fiume Atrato, nel quale la Corte Costituzionale ha difeso la foresta.

«Noi siamo troppo giovani per frenare il cambiamento climatico e la deforestazione, ma saremo vittime dirette delle decisioni che si stanno prendendo oggi», dichiarò Gabriela Eslava alla Corte, all’inizio del procedimento. Secondo i calcoli dell’Ideam, infatti, a causa del cambiamento climatico la temperatura in Colombia potrebbe aumentare di 1,6 gradi per l’anno 2041, e ciò provocherebbe una riduzione delle piogge di circa un terzo, con gravi conseguenze sul territorio. La giovane avvocato è stata lapidaria: «Saremo noi allora a vivere un futuro minacciato dal riscaldamento globale, e per questo vogliamo azioni concrete».

La Corte di Cassazione Civile (di ultima istanza) ha accolto questa tesi ed ha emesso una sentenza che segnerà un prima e un dopo in materia di giustizia ambientale nel Paese e in America Latina. Non solo dà ragione ai giovani, ma ha determinato che il governo è stato inefficiente nella protezione dei diritti delle generazioni future. Siamo infatti di fronte a “un danno imminente e grave”, si legge nella sentenza, poiché la deforestazione provoca, com’è noto, «l’emissione di diossido di carbonio verso l’atmosfera, producendo l’effetto serra, che trasforma e frammenta gli ecosistemi ed altera le risorse idriche». Lo sapevamo già, ma ora è scritto nero su bianco nella giurisprudenza colombiana, alla quale potranno accogliersi i promotori di procedimenti giudiziari simili.

Ma in che consiste la condanna al governo? Non si limita a un generico avvertimento. La Corte ordina alla Presidenza della Republica e alle autorità nazionali, regionali e municipali rispettive, di adottare un piano di azione nel corto, medio e lungo termine per proteggere la regione amazzonica, piano che dovrà essere presentato entro 4 mesi dalla pubblicazione della sentenza. Il piano dovrà contenere un “patto intergenerazionale per la vita dell’Amazzonia colombiana” nel quale si adottino misure dirette all’eliminazione della deforestazione e alla riduzione emissioni di gas a effetto serra, con precise strategie nazionali, regionali e locali preventive, obbligatorie, correttive e pedagogiche. Inoltre, tutti i comuni del territorio amazzonico dovranno modificare entro 5 mesi i loro piani di ordinamento territoriale per eliminare la deforestazione, mentre le forze dell’ordine egli enti di difesa dell’ambiente dovranno stabilire un piano di risposta celere alle denunce pervenute all’Ideam.

Finora, nessun rappresentante degli enti pubblici condannati ha rilasciato dichiarazioni. «Per la prima volta nella storia del Paese – ha pubblicato il settimanale Semana sostenible – un organismo giudiziario riconosce che il cambiamento climatico ha effetti potenzialmente dannosi sulla salute e sulla vita umana, e ordina allo Stato di effettuare azioni concrete per mitigarlo». Secondo César Rodríguez Garavito, direttore di Dejusticia e avvocato dei 25 giovani, «costituisce un passo fondamentale sulla linea che altri alti tribunali stanno seguendo nel mondo. In questo caso, oltre a raccogliere il consenso scientifico circa l’importanza dei boschi nella mitigazione del cambiamento climatico, dichiarando l’Amazzonia soggetto di diritto, permette di proteggere questo ecosistema essenziale per la Colombia e per l’umanità intera».

Silvano Malini Cittanuova.it

Guerra in Siria: una mobilitazione per la pace è urgente e necessaria

15.04.2018 La Comunità per lo sviluppo umano

Guerra in Siria: una mobilitazione per la pace è urgente e necessaria

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Art. 11 della Costituzione Italiana

 

L’Assemblea Costituente si è dimostrata molto saggia nella definizione di questo importantissimo articolo della nostra Costituzione, una saggezza nata dall’esperienza diretta della devastazione fisica e morale prodotta dalla Seconda Guerra Mondiale.

Come umanisti nonviolenti non possiamo che condividere tale saggezza e spingerla più in là, giungendo a ripudiare qualsiasi forma di violenza come metodo di risoluzione dei conflitti.

Alcuni Padri Costituenti avevano vissuto anche gli avvenimenti convulsi che portarono alla Prima Guerra Mondiale, anch’essa devastante ed in qualche modo preludio della Seconda.

Riteniamo ci siano alcune analogie tra le condizioni che hanno scatenato la Grande Guerra e quelle che stiamo vivendo in questi giorni: un nazionalismo spinto principalmente per guadagnare potere ed appoggio delle popolazioni e un evento scatenante che può innescare un’escalation a cui nessuno delle potenze in conflitto vorrebbe arrivare.

Nello specifico l’attacco missilistico di ieri notte in Siria ci preoccupa perché ricorda nelle sue dinamiche internazionali l’attentato di Sarajevo del 1914; anche se il rischio di un’escalation immediata pare per il momento scongiurato, le potenze coinvolte stanno pericolosamente ballando intorno ad un profondissimo baratro, aumentando il rischio che un qualsiasi incidente renda la situazione irrecuperabile.

I gruppi di base de La Comunità per lo Sviluppo Umano parteciperanno o promuoveranno quindi nei prossimi giorni manifestazioni contro la guerra in tutti i luoghi in cui operano perché ritengono urgente e necessario far comprendere all’apparato militare-industriale che le popolazioni non si faranno trascinare ancora una volta nel conflitto definitivo, peraltro con dubbie per non dire false motivazioni, sia in Italia che nel resto del mondo.

Gaza. Terzo venerdì della grande marcia per il ritorno

13.04.2018 Patrizia Cecconi

Gaza. Terzo venerdì della grande marcia per il ritorno
(Foto di Patrizia Cecconi)

Si preparino le ambulanze. Il massacro è stato ancora una volta annunciato I killer sono pronti, l’ONU assente.

La marcia non si ferma, i gazawi non elemosinano il diritto al ritorno, quello già esiste nelle Risoluzioni ONU. I gazawi chiedono il rispetto e l’attuazione di questo diritto. E’ una prova di forza quella cui stiamo assistendo da alcune settimane. Una prova tra il popolo gazawo assediato e Israele. Da parte palestinese la forza consiste nella determinazione a chiedere il rispetto delle Risoluzioni ONU e, da parte israeliana, nel mostrare al mondo – sulla pelle dei palestinesi – il suo essere al di sopra del diritto internazionale.

Tra qualche ora forse si assisterà alla nuova mattanza che Israele inviterà a chiamare impropriamente “scontri”, come già fatto nelle settimane precedenti. E come già fatto negli scorsi venerdì, i media mainstream, fedelmente, seguiranno l’indicazione e quindi li chiameranno “scontri”. E forse oggi gli scontri ci saranno realmente, anche se gli organizzatori e gli stessi portavoce del governo locale (Hamas) cercano in tutti i modi di evitarli perché è la nonviolenza la strategia scelta per richiamare l’attenzione del mondo sulla violazione dei loro diritti .Le ambulanze si preparano. Gli ospedali forse scoppieranno come nelle settimane precedenti, ma medici e paramedici seguiteranno a lavorare a livello volontario senza arrendersi davanti alla scarsità di farmaci e di strutture. Si troveranno ancora di fronte gambe da amputare e bacini devastati: i cecchini sono molto professionali e sanno dove mirare, anche quando decidono di non uccidere.

Intanto Trump si fronteggia con Putin per una mattanza più grande che, alla pretestuosa ricerca del casus belli, se nessuno riuscirà a fermarlo porterà alla terza guerra mondiale giocando sull’infinita tragedia siriana.

A sua volta lo Yemen seguita a pagare un terribile tributo di sangue e via morendo a tutte le latitudini.

Ma oggi siamo presenti qui, nella Striscia di Gaza, e l’unica cosa che possiamo fare è testimoniare fedelmente quella che finora è stata la dignitosa lotta dei gazawi per la libertà e l’attuazione del diritto al ritorno.

Missionari Brasile: «complotto contro Lula e attacco alla democrazia»

11.04.2018 Redazione Italia

Missionari Brasile: «complotto contro Lula e attacco alla democrazia»
(Foto di ESTADAO da)

Quello in atto contro l’ex presidente del Brasile, Luis Ignacio Lula da Silva «è un complotto. Anzi direi di più: si tratta di un attacco alla democrazia. Il secondo atto di un colpo di Stato iniziato con l’illegale destituzione di Dilma Rousseff».

A parlare così è un missionario storico della Consolata, padre Gianfranco Graziola, che al telefono da San Paolo racconta a Popoli e Missione il clima di forte destabilizzazione che vive in queste ore un Brasile scioccato e colpito al cuore dagli eventi.

Ma la richiesta di condanna a dodici anni per corruzione e riciclaggio al 77enne leader del Partito dei lavoratori brasiliano potrebbe rivelarsi un boomerang politico.

«In questo momento la popolarità di Lula è ai massimi storici: se indicasse un candidato alle presidenziali, credo io, la gente lo voterebbe – afferma padre Graziola –  I poteri forti (l’oligarchia economica e politica e il mercato finanziario) considerano la trappola tesa a Lula il completamento di un vero e proprio colpo di Stato. Quel che temo è che prima o poi arrivi anche la fase tre: un golpe militare o comunque l’ulteriore militarizzazione del Paese».

E le avvisaglie ci sono tutte: la repressione violenta dei disordini sociali e l’attacco diretto a chi difende il diritto alla terra e i diritti umani sono un campanello d’allarme. L’arresto di padre Amaro, l’attivista dei sem terra, pochi giorni fa, è un segnale.

Il dato positivo di questa azione finalizzata «a togliere di mezzo un simbolo popolare come Lula, è che in realtà la sua figura non è stata intaccata», afferma Graziola che è anche membro della Commissione Pastorale carceraria.

Se è vero che il Paese è diviso sulla colpevolezza dell’ex sindacalista è anche vero che dalla sua parte stanno le masse di poveri e di diseredati, il popolo brasiliano, le comunità di base, la società civile più colpita dalle politiche della destra liberista e una buona fetta della Chiesa cattolica,.

«In questo momento il Brasile è un Paese spaccato a metà: dalla parte di Lula c’è la maggior parte della gente  – dice anche  Sandro Gallazzi, missionario laico da 45 anni in Brasile, che contattiamo al telefono a Bento Gonçalves, Rio grande do Sul, dove vive –  La sensazione generale è che ci sia una lotta tra due poli e che l’arresto di Lula sia arrivato per impedirgli di essere rieletto».

Sandro Gallazzi dice che è quasi impossibile non credere nell’innocenza di un personaggio politico e sindacale che ha sempre fatto dei diritti degli operai e dei braccianti la sua battaglia personale. Il missionario ci descrive però oggi un Paese in difficoltà, preso in ostaggio da forze economiche («la finanza che avanza e che inghiottisce l’economia reale e la terra») e militari, dove l’esercito e la polizia in chiave repressiva e anti-crimine, stanno prendendo il sopravvento.

«Siamo sotto la mannaia di una destra che avanza e che scalza progressivamente il potere residuo del Partito dei lavoratori», spiega Gallazzi, membro della Commisisone pastorale della terra di cui faceva parte la missionaria Dorothy Stang, uccisa dai latifondisti.

La Chiesa locale e i movimenti di base stanno con Lula

Gli fa eco padre Graziola: «nessuno è senza macchia oggi in Brasile: anche il sistema giudiziario che si descrive come l’unico credibile è in realtà corrotto. La Chiesa, con la Conferenza episcopale brasiliana, a breve si esprimerà su questo evento dell’arresto, e dovrebbe emettere un documento. Ma già il vescovo italiano Adriano Ciocca Vasino e gli altri leader cattolici della diocesi di  São Félix do Araguaia hanno divulgato una nota dove scrivono che è in corso una “persecuzione virulenta nei confronti di Lula”.  Ma perché avviene tutto questo in Brasile?

«La Giustizia si sta prestando a un gioco politico – risponde Gallazzi – per incastrare l’ex presidente. Lui però è riuscito a ribaltare la situazione, a dichiararsi prigioniero politico e perseguitato politico».
Probabilmente, affermano entrambi i missionari, l’errore più grande di Lula, commesso durante gli anni della sua presidenza (2003-2011) è stato quello di «preferire la governabilità e la conciliazione» ad un braccio di ferro continuo per le riforme.

«Ha ceduto a dei compromessi», per quieto vivere, dicono i missionari, e soprattutto «non è riuscito a realizzare la tanto attesa riforma agraria per mancanza di maggioranza in parlamento».

Ma questo sgambetto che indigna tutto il mondo, dice ancora Gallazzi, sarà forse la sua rivincita: «Io sono convinto che nessuno in Brasile in coscienza, creda veramente che Lula possa aver commesso crimini legati alla corruzione».

E il popolo non lo lascerà da solo, tanto più che l’ex presidente è ancora ufficialmente un precandidato all’agone elettorale.

di Ilaria De Bonis – Fondazione Missio

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