Gas nervino… di un tipo prodotto in Falsolandia

 

18.03.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

di Craig Murray, 16/3/18
L’articolo originale si trova qui

Ho appena ricevuto conferma da una fonte ben piazzata  nel FCO (Foreign and Commonwealth Office – il Ministero degli Esteri Inglese – NdT) che gli scienziati di Porton Down (la sede centrale dei laboratori militari inglesi – NdT) non sono in grado di stabilire se l’agente nervino (usato per l’attentato a Skripal – NdT) sia di fabbricazione russa, e sono irritati per le pressioni che hanno avuto di affermare il falso. Porton Down ha accettato solo la formulazione: “di un tipo sviluppato dalla Russia” dopo un incontro alquanto difficile in cui questa formulazione è stata concordata come compromesso. Si presume che i russi stessero ricercando, nel programma ‘Novichok’, una generazione di agenti nervini che potessero essere prodotti da precursori disponibili in commercio come insetticidi e fertilizzanti.
In tal senso questa sostanza (quella usata nel presunto attentato a Skripal – NdT) è un ‘Novichok’, è di quel tipo. Proprio come io sto scrivendo su un laptop ‘di un tipo sviluppato dagli Stati Uniti’, anche se questo qui è stato fatto in Cina.

Per chiunque abbia un minimo di conoscenza di Whitehall (la sede del Governo – NdT) questa cosa è stata ovvia fin da subito. Il governo non ha mai detto che l’agente nervino ‘è stato creato in Russia’, o che ‘può essere prodotto solo in Russia’. L’esatta formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’ è stata utilizzata da Theresa May in Parlamento, è stata utilizzata dal Regno Unito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU,è stata usata ieri da Boris Johnson (il Ministro degli Esteri – NdT) alla BBC e, più indicativamente di tutti, ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’ è la frase esatta utilizzata nel comunicato congiunto emesso ieri da Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Germania: “Questo uso di un agente nervino di livello militare, di un tipo sviluppato dalla Russia, costituisce il primo uso offensivo di un agente nervino in Europa dalla seconda guerra mondiale”.

Quando la medesima formulazione non viene mai modificata con estrema attenzione, tu capisci che è il risultato di un compromesso di Whitehall molto delicato.
La mia fonte al FCO, come me, ricorda l’estrema pressione esercitata sul personale del FCO e su altri dipendenti pubblici perché firmassero il dossier sporco sulle armi di distruzione di massa irachene: nel mio racconto ‘Omicidio a Samarcanda’ riferisco su alcune di quelle pressioni. La mia fonte ha fatto spontaneamente il confronto con quello che sta accadendo ora, in particolare a Porton Down, senza alcun suggerimento da parte mia.

Separatamente ho scritto all’ufficio stampa dell’OPCW per chiedere loro di confermare che non ci sono mai state prove fisiche dell’esistenza di Novichok russi, e che il programma di ispezione e distruzione delle armi chimiche russe è stato completato l’anno scorso.

Conoscevate questi fatti interessanti?
– Gli ispettori dell’OPCW hanno avuto accesso completo a tutte le strutture di armi chimiche russe conosciute da più di un decennio – comprese quelle identificate da Mirzayanov, il presunto informatore sul ‘Novichok’ – e gli ispettori dell’OPCW hanno completato la distruzione delle ultime 40.000 tonnellate di armi chimiche russe lo scorso anno.
– Al contrario, il programma di distruzione delle scorte di armi chimiche statunitensi si protrarrà per cinque anni ancora.
Israele ha vaste riserve di armi chimiche ma si è sempre rifiutato di dichiararle all’OPCW. Israele non fa parte della Convenzione sulle Armi Chimiche né membro dell’OPCW. Israele ha firmato nel 1993 ma ha rifiutato di ratificarlo in quanto ciò significherebbe l’ispezione e la distruzione delle sue armi chimiche. Israele ha indubbiamente la stessa capacità tecnica di qualsiasi stato di sintetizzare ‘Novichoks’.
– Fino a questa settimana, la convinzione quasi universale tra gli esperti di armi chimiche e la posizione ufficiale dell’OPCW era che i ‘Novichok’ fossero al massimo un programma di ricerca teorico che i russi non erano mai riusciti a sintetizzare e produrre realmente. Questo è il motivo per cui non fanno parte dell’elenco OPCW delle armi chimiche vietate.

Porton Down non è ancora sicuro che i russi abbiano davvero sintetizzato un ‘Novichok’. Ecco spiegata la formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’. Si noti: sviluppato, non messo a punto, prodotto o confezionato.

Questa è propaganda formulatacon estrema attenzione: di un tipo sviluppato da bugiardi.

 

AGGIORNAMENTO
Questo post ha spinto un altro vecchio collega a mettersi in contatto. Sul lato positivo, il FCO ha convinto Boris Johnson a permettere che l’OPCW indaghi su un campione (del gas usato per il presunto attentato a Skripal – NdT). Ma non ancora. Si vorrebbe che il comitato di inchiesta sia presieduto da un delegato cinese. Il piano di Boris è di ottenere che anche l’OPCW usi la formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’, e per questo scopo la diplomazia è già al lavoro a Pechino.

Non vedo alcun segno che la BBC stia facendo vero giornalismo su questo.

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

 

Gas nervino… di un tipo prodotto in Falsolandia

18.03.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

di Craig Murray, 16/3/18
L’articolo originale si trova qui

Ho appena ricevuto conferma da una fonte ben piazzata  nel FCO (Foreign and Commonwealth Office – il Ministero degli Esteri Inglese – NdT) che gli scienziati di Porton Down (la sede centrale dei laboratori militari inglesi – NdT) non sono in grado di stabilire se l’agente nervino (usato per l’attentato a Skripal – NdT) sia di fabbricazione russa, e sono irritati per le pressioni che hanno avuto di affermare il falso. Porton Down ha accettato solo la formulazione: “di un tipo sviluppato dalla Russia” dopo un incontro alquanto difficile in cui questa formulazione è stata concordata come compromesso. Si presume che i russi stessero ricercando, nel programma ‘Novichok’, una generazione di agenti nervini che potessero essere prodotti da precursori disponibili in commercio come insetticidi e fertilizzanti.
In tal senso questa sostanza (quella usata nel presunto attentato a Skripal – NdT) è un ‘Novichok’, è di quel tipo. Proprio come io sto scrivendo su un laptop ‘di un tipo sviluppato dagli Stati Uniti’, anche se questo qui è stato fatto in Cina.

Per chiunque abbia un minimo di conoscenza di Whitehall (la sede del Governo – NdT) questa cosa è stata ovvia fin da subito. Il governo non ha mai detto che l’agente nervino ‘è stato creato in Russia’, o che ‘può essere prodotto solo in Russia’. L’esatta formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’ è stata utilizzata da Theresa May in Parlamento, è stata utilizzata dal Regno Unito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU,è stata usata ieri da Boris Johnson (il Ministro degli Esteri – NdT) alla BBC e, più indicativamente di tutti, ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’ è la frase esatta utilizzata nel comunicato congiunto emesso ieri da Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Germania: “Questo uso di un agente nervino di livello militare, di un tipo sviluppato dalla Russia, costituisce il primo uso offensivo di un agente nervino in Europa dalla seconda guerra mondiale”.

Quando la medesima formulazione non viene mai modificata con estrema attenzione, tu capisci che è il risultato di un compromesso di Whitehall molto delicato.
La mia fonte al FCO, come me, ricorda l’estrema pressione esercitata sul personale del FCO e su altri dipendenti pubblici perché firmassero il dossier sporco sulle armi di distruzione di massa irachene: nel mio racconto ‘Omicidio a Samarcanda’ riferisco su alcune di quelle pressioni. La mia fonte ha fatto spontaneamente il confronto con quello che sta accadendo ora, in particolare a Porton Down, senza alcun suggerimento da parte mia.

Separatamente ho scritto all’ufficio stampa dell’OPCW per chiedere loro di confermare che non ci sono mai state prove fisiche dell’esistenza di Novichok russi, e che il programma di ispezione e distruzione delle armi chimiche russe è stato completato l’anno scorso.

Conoscevate questi fatti interessanti?
– Gli ispettori dell’OPCW hanno avuto accesso completo a tutte le strutture di armi chimiche russe conosciute da più di un decennio – comprese quelle identificate da Mirzayanov, il presunto informatore sul ‘Novichok’ – e gli ispettori dell’OPCW hanno completato la distruzione delle ultime 40.000 tonnellate di armi chimiche russe lo scorso anno.
– Al contrario, il programma di distruzione delle scorte di armi chimiche statunitensi si protrarrà per cinque anni ancora.
Israele ha vaste riserve di armi chimiche ma si è sempre rifiutato di dichiararle all’OPCW. Israele non fa parte della Convenzione sulle Armi Chimiche né membro dell’OPCW. Israele ha firmato nel 1993 ma ha rifiutato di ratificarlo in quanto ciò significherebbe l’ispezione e la distruzione delle sue armi chimiche. Israele ha indubbiamente la stessa capacità tecnica di qualsiasi stato di sintetizzare ‘Novichoks’.
– Fino a questa settimana, la convinzione quasi universale tra gli esperti di armi chimiche e la posizione ufficiale dell’OPCW era che i ‘Novichok’ fossero al massimo un programma di ricerca teorico che i russi non erano mai riusciti a sintetizzare e produrre realmente. Questo è il motivo per cui non fanno parte dell’elenco OPCW delle armi chimiche vietate.

Porton Down non è ancora sicuro che i russi abbiano davvero sintetizzato un ‘Novichok’. Ecco spiegata la formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’. Si noti: sviluppato, non messo a punto, prodotto o confezionato.

Questa è propaganda formulatacon estrema attenzione: di un tipo sviluppato da bugiardi.

 

AGGIORNAMENTO
Questo post ha spinto un altro vecchio collega a mettersi in contatto. Sul lato positivo, il FCO ha convinto Boris Johnson a permettere che l’OPCW indaghi su un campione (del gas usato per il presunto attentato a Skripal – NdT). Ma non ancora. Si vorrebbe che il comitato di inchiesta sia presieduto da un delegato cinese. Il piano di Boris è di ottenere che anche l’OPCW usi la formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’, e per questo scopo la diplomazia è già al lavoro a Pechino.

Non vedo alcun segno che la BBC stia facendo vero giornalismo su questo.

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

 

Gas nervino… di un tipo prodotto in Falsolandia

18.03.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

di Craig Murray, 16/3/18
L’articolo originale si trova qui

Ho appena ricevuto conferma da una fonte ben piazzata  nel FCO (Foreign and Commonwealth Office – il Ministero degli Esteri Inglese – NdT) che gli scienziati di Porton Down (la sede centrale dei laboratori militari inglesi – NdT) non sono in grado di stabilire se l’agente nervino (usato per l’attentato a Skripal – NdT) sia di fabbricazione russa, e sono irritati per le pressioni che hanno avuto di affermare il falso. Porton Down ha accettato solo la formulazione: “di un tipo sviluppato dalla Russia” dopo un incontro alquanto difficile in cui questa formulazione è stata concordata come compromesso. Si presume che i russi stessero ricercando, nel programma ‘Novichok’, una generazione di agenti nervini che potessero essere prodotti da precursori disponibili in commercio come insetticidi e fertilizzanti.
In tal senso questa sostanza (quella usata nel presunto attentato a Skripal – NdT) è un ‘Novichok’, è di quel tipo. Proprio come io sto scrivendo su un laptop ‘di un tipo sviluppato dagli Stati Uniti’, anche se questo qui è stato fatto in Cina.

Per chiunque abbia un minimo di conoscenza di Whitehall (la sede del Governo – NdT) questa cosa è stata ovvia fin da subito. Il governo non ha mai detto che l’agente nervino ‘è stato creato in Russia’, o che ‘può essere prodotto solo in Russia’. L’esatta formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’ è stata utilizzata da Theresa May in Parlamento, è stata utilizzata dal Regno Unito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU,è stata usata ieri da Boris Johnson (il Ministro degli Esteri – NdT) alla BBC e, più indicativamente di tutti, ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’ è la frase esatta utilizzata nel comunicato congiunto emesso ieri da Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Germania: “Questo uso di un agente nervino di livello militare, di un tipo sviluppato dalla Russia, costituisce il primo uso offensivo di un agente nervino in Europa dalla seconda guerra mondiale”.

Quando la medesima formulazione non viene mai modificata con estrema attenzione, tu capisci che è il risultato di un compromesso di Whitehall molto delicato.
La mia fonte al FCO, come me, ricorda l’estrema pressione esercitata sul personale del FCO e su altri dipendenti pubblici perché firmassero il dossier sporco sulle armi di distruzione di massa irachene: nel mio racconto ‘Omicidio a Samarcanda’ riferisco su alcune di quelle pressioni. La mia fonte ha fatto spontaneamente il confronto con quello che sta accadendo ora, in particolare a Porton Down, senza alcun suggerimento da parte mia.

Separatamente ho scritto all’ufficio stampa dell’OPCW per chiedere loro di confermare che non ci sono mai state prove fisiche dell’esistenza di Novichok russi, e che il programma di ispezione e distruzione delle armi chimiche russe è stato completato l’anno scorso.

Conoscevate questi fatti interessanti?
– Gli ispettori dell’OPCW hanno avuto accesso completo a tutte le strutture di armi chimiche russe conosciute da più di un decennio – comprese quelle identificate da Mirzayanov, il presunto informatore sul ‘Novichok’ – e gli ispettori dell’OPCW hanno completato la distruzione delle ultime 40.000 tonnellate di armi chimiche russe lo scorso anno.
– Al contrario, il programma di distruzione delle scorte di armi chimiche statunitensi si protrarrà per cinque anni ancora.
Israele ha vaste riserve di armi chimiche ma si è sempre rifiutato di dichiararle all’OPCW. Israele non fa parte della Convenzione sulle Armi Chimiche né membro dell’OPCW. Israele ha firmato nel 1993 ma ha rifiutato di ratificarlo in quanto ciò significherebbe l’ispezione e la distruzione delle sue armi chimiche. Israele ha indubbiamente la stessa capacità tecnica di qualsiasi stato di sintetizzare ‘Novichoks’.
– Fino a questa settimana, la convinzione quasi universale tra gli esperti di armi chimiche e la posizione ufficiale dell’OPCW era che i ‘Novichok’ fossero al massimo un programma di ricerca teorico che i russi non erano mai riusciti a sintetizzare e produrre realmente. Questo è il motivo per cui non fanno parte dell’elenco OPCW delle armi chimiche vietate.

Porton Down non è ancora sicuro che i russi abbiano davvero sintetizzato un ‘Novichok’. Ecco spiegata la formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’. Si noti: sviluppato, non messo a punto, prodotto o confezionato.

Questa è propaganda formulatacon estrema attenzione: di un tipo sviluppato da bugiardi.

 

AGGIORNAMENTO
Questo post ha spinto un altro vecchio collega a mettersi in contatto. Sul lato positivo, il FCO ha convinto Boris Johnson a permettere che l’OPCW indaghi su un campione (del gas usato per il presunto attentato a Skripal – NdT). Ma non ancora. Si vorrebbe che il comitato di inchiesta sia presieduto da un delegato cinese. Il piano di Boris è di ottenere che anche l’OPCW usi la formulazione ‘di un tipo sviluppato dalla Russia’, e per questo scopo la diplomazia è già al lavoro a Pechino.

Non vedo alcun segno che la BBC stia facendo vero giornalismo su questo.

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

 

#DefendAfrin: la situazione si aggrava, mobilitazioni in tutto il mondo per fermare l’invasione turca a Afrin

16.03.2018 – Firenze Redazione Italia

#DefendAfrin: la situazione si aggrava, mobilitazioni in tutto il mondo per fermare l’invasione turca a Afrin
Come ci comunica il Comitato Kurdistan di Firenze, nelle ultime ore la situazione ad Afrin si è fatta più critica: l’esercito turco invasore e le bande jihadiste sue alleate si sono avvicinate alla città da diversi lati, in particolare dalla direzione di Shera. Sono a 2,5 km di distanza e minacciano direttamente la città. La situazione dentro Afrin è quella che c’era già in questi giorni, quindi alta densità di popolazione, tanti rifugiati dai villaggi che qui hanno trovato rifugio dalla guerra e dai bombardamenti, mancanza di acqua perché quando i jihadisti e l’esercito turco hanno preso la diga di Meidanki hanno tagliato la fornitura e bombardato le stazioni di pompaggio in altri villaggi. Mancano anche alcuni generi di prima necessità. Adesso il rischio concreto è che nelle prossime ore ci sia una situazione sempre più critica e che attacchino la città; già in questo momento ci sono bombardamenti di artiglieria e di aerei nelle zone periferiche della città.
Il Tev Dem ha chiamato a una mobilitazione generale, a una sollevazione in tutti i posti e le piazze del mondo per difendere Afrin, per fermare il progetto di pulizia etnica che Erdogan e i jihadisti vogliono attuare sulla popolazione di Afrin, per chiedere una no fly zone che fermi i bombardamenti aerei, che sono anche quelli che causano un numero elevatissimo di vittime civili e che se in questa città dovessero aumentare ancora e arrivare fino in centro produrrebbero sicuramente un massacro. Queste azioni sono già in essere in molte città europee, anche in Bashur.
Adesso quello che bisogna fare è rompere il silenzio della comunità internazionale che di fatto è complice con questo piano; questo è quello che a tutti i popoli del mondo viene chiesto di fare per sostenere Afrin e la sua popolazione, per supportare la rivoluzione della Siria del nord e quindi la speranza e l’esempio della rivoluzione del nostro secolo per una società libera e democratica in cui tanti popoli diversi possono vivere assieme e che sia anche una proposta di pace per la Siria. Una sollevazione per difendere Afrin ma anche per difendere una speranza per tutta l’umanità.
#DefendAfrin
A Firenze la manifestazione si è coordinata con un’altra manifestazione  per ricordare i cinque ragazzi fucilati dai fascisti per renitenza alla leva nel 1944; di conseguenza le due manifestazioni si svolgeranno insieme alle 15 al sacrario in ricordo dei ragazzi fucilati, allo stadio di Firenze, lato maratona.
Sulla questione del Rojava e di Afrin Pressenza ha recentemente intervistato membri del Comitato Kurdistan

Scoperto il piano del governo del Myanmar: militarizzare le terre dei Rohingya

16.03.2018 Francesco Maria Cricchio

Scoperto il piano del governo del Myanmar: militarizzare le terre dei Rohingya

Sono emerse nuove sconcertanti verità sull’esodo dei Rohingya in corso dallo stato del Rakhine verso il sud del Bangladesh. Grazie ad un rapporto arrivatoci da Amnesty International, possiamo ora fare luce sul motivo che sta dietro all’escalation nel dispiego di forze militari in Birmania per cacciare la minoranza musulmana dalle proprie terre. Sono state effettuate infatti numerose riprese dall’alto, che rivelano che i militari sono già al lavoro per costruire basi militari esattamente nei luoghi dove prima sorgevano i villaggi dei Rohingya. Questi lavori hanno due scopi principali: il primo è quello di avere a disposizione spazi idonei alle esercitazioni dei militari, mentre il secondo, che è di gran lunga il più importante, è quello di cancellare ogni tipo di traccia riguardante i numerosi crimini da loro commesso contro i Rohingya. Stando ai dati ufficiali del governo infatti, i militari si sono dichiarati responsabili “solamente” di aver ucciso dei ribelli appartenenti all’ARAKAN lo scorso agosto, ed hanno sempre negato di aver commesso ogni altro tipo di crimine. E’ stato solo quando incalzati dall’agenzia di stampa internazionale “Reuters”, che hanno ammesso di aver ucciso altre dieci persone durante un raid in un villaggio. In realtà, i morti sono più di settemila, circa un decimo dei quali bambini, ma questo potrebbe non essere più provabile, visto quanto sta accadendo nella regione.
A tal proposito, Al Jazeera è riuscita ad ottenere delle dichiarazioni da Myint Khine, amministratore del Rakhine del nord: egli ha affermato che “non si tratta di appropriamento di terra e il governo non sta costruendo basi militari”, bensì che “saranno costruite nuove strade e altri tipi di edifici”.

Il tentativo di difesa dell’operato governativo da parte di Khine, soprattutto davanti alle immagini satellitari, appare più che goffo: è chiaro che il governo non si è nemmeno preparato una giustificazione credibile per i suoi crimini. D’altronde, perché dovrebbe farlo? Dallo scorso agosto la reazione della comunità internazionale è stata pressoché inesistente, nessuna sanzione ha colpito il paese asiatico,  anche se  Aung San Suu Kyi ha visto il ritiro di molte sue onorificenze assegnatele in passato. Non si è mai però andati oltre.
In questo clima surreale, l’ONU, attraverso le parole del responsabile per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Hussein, in un recente comunicato, ha dichiarato che “bisogna parlare di genocidio”. Svolta epocale: da “pulizia etnica” ora parliamo di “genocidio”. Il problema è proprio questo: parliamo solo, sono sempre e solo parole. Ebbene, non è parlando di crimini contro l’umanità che li si batte e li si scongiura. E’ ora di fare un ulteriore passo in avanti e passare a qualcosa che vada davvero a mettere a repentaglio la stabilità della Birmania. Mi riferisco all’applicazione di sanzioni sia nei confronti del paese, sia verso chi li appoggia (Australia su tutte).

Alla luce di ciò, non c’è da stupirsi se, come riporta la ricercatrice per il Myanmar di Amnesty Laura Haigh, nei campi al confine ci sia “un’atmosfera di panico”: i profughi hanno paura di non poter mai più tornare a coltivare le loro terre e ad abitare la loro regione. Inoltre, vista l’impossibilità del Bangladesh di accollarsi il destino di quasi un milione di persone, essi diventerebbero apolidi non solo dal punto di vista legislativo, ma anche da quello geografico, non avendo alcun posto dove stare.

Potrebbe infine sorgere spontanea un’altra domanda: qual è la percezione della questione Rohingya che ha la popolazione birmana? Per rispondere, possiamo fare riferimento alle parole dell’ambasciatore Htin Lynn, che in una recente intervista ha dichiarato: “E’ irragionevole che la nostra leader [Suu Kyi], la cui missione ha al centro i Diritti Umani, rimanga indifferente alle accuse della loro grave violazione”. Aung San Suu Kyi è infatti considerata un’eroina dalla popolazione, che la appoggia totalmente dopo la sua larga vittoria alle ultime elezioni. Se lei non denuncia e non prende posizione, nemmeno la popolazione di conseguenza lo farà. E’ anche importante ricordare che i birmani sono stati “vittime” di un vero e proprio bombardamento mediatico anti-Rohingya, che ha aumentato a creare dissenso e sospetto nei confronti della minoranza (non dobbiamo dimenticare che tutti i media principali nel paese sono controllati dallo stato). A questo proposito è arrivata nella giornata di ieri la denuncia (ma toh), da parte di Arzuki Darusman, presidente della missione internazionale d’inchiesta delle Nazioni Unite, che ha duramente attaccato il social network “Facebook”, reo di aver permesso la diffusione di moltissime fake news negli ultimi mesi, chiaramente volte a danneggiare l’opinione pubblica dei Rohingya.

Scoperto il piano del governo del Myanmar: militarizzare le terre dei Rohingya

16.03.2018 Francesco Maria Cricchio

Scoperto il piano del governo del Myanmar: militarizzare le terre dei Rohingya

Sono emerse nuove sconcertanti verità sull’esodo dei Rohingya in corso dallo stato del Rakhine verso il sud del Bangladesh. Grazie ad un rapporto arrivatoci da Amnesty International, possiamo ora fare luce sul motivo che sta dietro all’escalation nel dispiego di forze militari in Birmania per cacciare la minoranza musulmana dalle proprie terre. Sono state effettuate infatti numerose riprese dall’alto, che rivelano che i militari sono già al lavoro per costruire basi militari esattamente nei luoghi dove prima sorgevano i villaggi dei Rohingya. Questi lavori hanno due scopi principali: il primo è quello di avere a disposizione spazi idonei alle esercitazioni dei militari, mentre il secondo, che è di gran lunga il più importante, è quello di cancellare ogni tipo di traccia riguardante i numerosi crimini da loro commesso contro i Rohingya. Stando ai dati ufficiali del governo infatti, i militari si sono dichiarati responsabili “solamente” di aver ucciso dei ribelli appartenenti all’ARAKAN lo scorso agosto, ed hanno sempre negato di aver commesso ogni altro tipo di crimine. E’ stato solo quando incalzati dall’agenzia di stampa internazionale “Reuters”, che hanno ammesso di aver ucciso altre dieci persone durante un raid in un villaggio. In realtà, i morti sono più di settemila, circa un decimo dei quali bambini, ma questo potrebbe non essere più provabile, visto quanto sta accadendo nella regione.
A tal proposito, Al Jazeera è riuscita ad ottenere delle dichiarazioni da Myint Khine, amministratore del Rakhine del nord: egli ha affermato che “non si tratta di appropriamento di terra e il governo non sta costruendo basi militari”, bensì che “saranno costruite nuove strade e altri tipi di edifici”.

Il tentativo di difesa dell’operato governativo da parte di Khine, soprattutto davanti alle immagini satellitari, appare più che goffo: è chiaro che il governo non si è nemmeno preparato una giustificazione credibile per i suoi crimini. D’altronde, perché dovrebbe farlo? Dallo scorso agosto la reazione della comunità internazionale è stata pressoché inesistente, nessuna sanzione ha colpito il paese asiatico,  anche se  Aung San Suu Kyi ha visto il ritiro di molte sue onorificenze assegnatele in passato. Non si è mai però andati oltre.
In questo clima surreale, l’ONU, attraverso le parole del responsabile per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Hussein, in un recente comunicato, ha dichiarato che “bisogna parlare di genocidio”. Svolta epocale: da “pulizia etnica” ora parliamo di “genocidio”. Il problema è proprio questo: parliamo solo, sono sempre e solo parole. Ebbene, non è parlando di crimini contro l’umanità che li si batte e li si scongiura. E’ ora di fare un ulteriore passo in avanti e passare a qualcosa che vada davvero a mettere a repentaglio la stabilità della Birmania. Mi riferisco all’applicazione di sanzioni sia nei confronti del paese, sia verso chi li appoggia (Australia su tutte).

Alla luce di ciò, non c’è da stupirsi se, come riporta la ricercatrice per il Myanmar di Amnesty Laura Haigh, nei campi al confine ci sia “un’atmosfera di panico”: i profughi hanno paura di non poter mai più tornare a coltivare le loro terre e ad abitare la loro regione. Inoltre, vista l’impossibilità del Bangladesh di accollarsi il destino di quasi un milione di persone, essi diventerebbero apolidi non solo dal punto di vista legislativo, ma anche da quello geografico, non avendo alcun posto dove stare.

Potrebbe infine sorgere spontanea un’altra domanda: qual è la percezione della questione Rohingya che ha la popolazione birmana? Per rispondere, possiamo fare riferimento alle parole dell’ambasciatore Htin Lynn, che in una recente intervista ha dichiarato: “E’ irragionevole che la nostra leader [Suu Kyi], la cui missione ha al centro i Diritti Umani, rimanga indifferente alle accuse della loro grave violazione”. Aung San Suu Kyi è infatti considerata un’eroina dalla popolazione, che la appoggia totalmente dopo la sua larga vittoria alle ultime elezioni. Se lei non denuncia e non prende posizione, nemmeno la popolazione di conseguenza lo farà. E’ anche importante ricordare che i birmani sono stati “vittime” di un vero e proprio bombardamento mediatico anti-Rohingya, che ha aumentato a creare dissenso e sospetto nei confronti della minoranza (non dobbiamo dimenticare che tutti i media principali nel paese sono controllati dallo stato). A questo proposito è arrivata nella giornata di ieri la denuncia (ma toh), da parte di Arzuki Darusman, presidente della missione internazionale d’inchiesta delle Nazioni Unite, che ha duramente attaccato il social network “Facebook”, reo di aver permesso la diffusione di moltissime fake news negli ultimi mesi, chiaramente volte a danneggiare l’opinione pubblica dei Rohingya.

A chi giova l’atte Scrivi ntato-simbolo al primo ministro palestinese Rami Hamdallah? Opinioni da Gaza

14.03.2018 L’Antidiplomatico

A chi giova l’attentato-simbolo al primo ministro palestinese Rami Hamdallah? Opinioni da Gaza

Ha colto tutti di sorpresa l’attentato di ieri al primo ministro palestinese appena entrato nella Striscia di Gaza. Le notizie sono arrivate velocissime attraverso radio e tv e i commenti dei gazawi raccolti a caldo non erano diversi da quelli raccolti oggi, dopo un giorno dall’attentato. Le opinioni sono diverse a seconda delle simpatie per le diverse fazioni, ma a distanza di un giorno non sono cambiate e per alcuni degli intervistati più che opinioni sono convinzioni assolute.

Un fatto è chiaro a tutti, quale che sia la fazione in cui si riconoscano: non voleva essere un attentato mortale e infatti non lo è stato. I feriti, peraltro lievi, non sono feriti per l’esplosione ma per I tamponamenti delle varie auto. Allora qual era il senso dell’attentato? Un messaggio, così ci dicono più o meno tutti. Chi l’autore? Qui le opinioni sono estremamente variegate, vanno da chi accusa Hamas –  che comunque ha condannato l’attentato e ha arrestato due sospetti – a chi accusa frange estremiste, a chi addirittura accusa militanti di Fatah. Quale lo scopo? Anche qui le opinioni divergono a seconda delle simpatie politiche e vanno da chi crede al tentativo di far fallire il difficile progetto di riconciliazione a chi sostiene che l’azione intendesse punire l’Anp, ovvero Fatah, per non aver rispettato i patti stabiliti con Hamas, fino alla fantasiosa opinione che si tratti di un messaggio di incoraggiamento a proseguire nel percorso di conciliazione!

Queste opinioni sono state raccolte in diversi punti della Striscia di Gaza in due momenti diversi, cioè nelle ore immediatamente seguenti all’attentato ed il giorno successivo, per capire se l’aggiungersi di elementi conoscitivi potesse portare a un cambiamento di opinione degli intervistati. In realtà di elementi conoscitivi se ne sono aggiunti ben pochi e tre sono le dichiarazioni su cui puntare l’attenzione: la dichiarazione immediata, sprezzante verso Hamas e liquidatoria del processo di conciliazione fatta dal presidente dell’Anp Abu Mazen; la dichiarazione di condanna dell’attentato fatta dal portavoce di Hamas; la dichiarazione pacata e decisa a portare avanti il processo di pace fatta dal primo ministro Rami Hamdallah oggetto dell’attentato insieme al capo dell’intelligence Majed Faraji.

Le opinioni dei media italiani in linea di massima lasciano intendere che l’attentato sia opera di Hamas e che il suo obiettivo fosse quello di minare il processo di conciliazione. Non ci sono elementi oggettivi per affermarlo, ma il ruolo degli opinion maker è appunto quello “di fare opinione” e l’opinione prevalente in Italia, circa Hamas, ricalca quella israeliana, ergo, Hamas è un movimento terrorista, e il tema della conciliazione passa in secondo piano.

Non spetta a noi il compito di assolvere o condannare, ma una riflessione sulle diverse opinioni raccolte ci fa dire che se l’Anp realmente ci tiene alla riconciliazione, non è sulla condanna senza prove contro Hamas che può portare avanti il processo visto che è con Hamas che deve raggiungere l’intesa. Se Hamas ci tiene a raggiungere la conciliazione con l’Anp ha fatto bene a condannare l’attentato, chiunque l’abbia commesso. Ma su tutte le opinioni raccolte aleggia una presenza, qualche volta accennata e solo in un caso detta esplicitamente: Mohammad Dahlan. Dahlan è un nome con una storia degna di un romanzo giallo. Di lui si dicono cose gravissime, probabilmente fantasie popolari, ma si dice anche che sia un uomo potentissimo e molto gradito tanto agli Usa che a Israele. Qualcuno lo chiama già presidente dando per certo che succederà ad Abu Mazen. Sul suo essere potente oltre che ricchissimo non ci sono dubbi, sul resto ci sono voci. Più o meno fondate, ma solo voci.

Dahlan è stato nemico giurato di Hamas, quando era un dirigente di spicco di Fatah, ma la vita è dinamica, è stato defenestrato dalla corrente legata ad Abu Mazen e le alleanze cambiano. Anche i giuramenti hanno una loro elasticità, per cui al momento si dice che proprio alcuni dirigenti di Hamas puntino su Mohammad Dahlan il quale avrebbe una nutrita schiera di fans I quali, conoscendone il potere economico e gli agganci politici, soprassiedono sulle accuse di corruzione e di collaborazionismo che lo accompagnano.

Resta la domanda chiave: a chi giova l’attentato-simbolo al primo ministro palestinese? E chi ha pensato all’attentato organizzandolo in modo tale da rappresentare un messaggio e non un omicidio, sarà riuscito a farlo capire quel messaggio o sarà stato frainteso? Mirava proprio a rompere la conciliazione o puntava ad altro?

Le parole del primo ministro, forse perché da ex-rettore universitario è abituato a pensare prima di emettere sentenze sommarie, sembrano essere le sole che possano salvare il processo di unificazione. Il professor Hamdallah infatti ha immediatamente dichiarato “E’ in corso un grande complotto contro il progetto nazionale e Hamas non deve permettere che riesca…..(saremo) ancor più determinati e quel che è accaduto oggi non ci impedirà di proseguire la via verso la fine della divisione”. Se sarà così Israele non troverà giovamento dall’attentato, né lo troveranno le frange estremiste.

Se la conciliazione è realmente l’obiettivo che Fatah e Hamas perseguono, avranno sufficiente intelligenza politica per arrivare a una strategia condivisa avendo presente che il nemico comune si chiama Israele? Sarà il futuro prossimo a dar risposta alla nostra domanda la quale, al momento, è solo la sintesi di una riflessione sulle opinioni raccolte.

Paolo Loreto
Jabalia 14 marzo 2018

Cappellani militari: mi appello a Papa Francesco

13.03.2018 Alex Zanotelli

Cappellani militari: mi appello a Papa Francesco
(Foto di Di MINISTERO DELLA DIFESA – Sito ufficiale del Ministero della Difesa, Copyrighted stemmi, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3107370)

Non è una buona notizia quella che ci arriva sui cappellani militari. E’ una doccia fredda sulle calde aspettative che nutrivamo in proposito. Con delibera dell’8 febbraio, il Consiglio dei Ministri informa che è stato approvato “lo schema d’Intesa tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze Armate.” Purtroppo in questa Intesa “l’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina” dei cappellani militari restano quasi le stesse di prima. Unica novità: la riduzione del numero dei cappellani degli attuali 204 a 162. Gli stipendi invece rimangono gli stessi. L’ordinario militare (il cosidetto vescovo castrense), assimilato a un generale di corpo d’armata avrà 126 mila euro all’anno; per il vicario generale (generale di civisione) 104 mila euro; per il primo cappellano capo (maggiore) 48 mila euro e per il cappellano (capitano) 43 mila….

Lo Stato spenderà oltre dieci milioni di euro per mantenere i preti con le stellette. Ora l’Intesa “sarà sottoposta alla firma delle due Parti, Stato e Santa Sede e il suo contenuto dovrà essere recepito con apposito disegno di legge” del Parlamento. L’iter è ancora lungo.

E così noi tutti possiamo far sentire la nostra voce. Sinceramente , dopo anni e anni di contestazione dei cappellani militari sia da parte laica come da parte ecclesiale (preti e vescovi inclusi!), non riesco a capire come si sia arrivati a una tale Intesa. Sappiamo la posizione di Papa Francesco: per assistere spiritualmente i soldati, non servono sacerdoti con i gradi. Papa Francesco è stato sulla tomba di don Milani, un duro contestatore di tale realtà con la famosa lettera “Ai cappellani militari toscani”. Tra poco Papa Francesco si recherà sulla tomba di don Tonino Bello che si è espresso contro i cappellani perché “non consoni alla credibilità evangelica ed ecclesiale.”

Ma allora, se questo è quanto pensa il Papa, chi ha voluto questa Intesa? Forse la Conferenza Episcopale Italiana? O forse l’ordinario militare, il vescovo responsabile dei cappellani militari? Chiunque abbia deciso, una cosa mi sembra chiara: questa decisione è in chiaro contrasto con il magistero di Papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma è in contrasto soprattutto con il Vangelo perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. E’ questo che è avvenuto nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. E per fare questo, il bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo è in profondo contrasto con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture.

Ma sono soprattutto i fedeli a scandalizzarsi nel vedere sacerdoti con le stellette con gradi di generale, maggiore, capitano e per di più pagati così profumatamente. E’ da anni che tanti cristiani continuano a chiedere ai vescovi che l’assistenza spirituale al personale militare sia data alla pastorale ordinaria e che il Sistema dei cappellani militari venga soppresso. Fino a quando devono attendere?

Come direttore di Mosaico di Pace, non per mia scelta, ma per volere di don Tonino Bello, aggiungo la mia voce al vasto movimento cattolico e laico che chiede la fine di questo scandaloso connubio fra Forze Armate e Chiesa. Per questo mi appello a Papa Francesco perché intervenga e renda così più credibile la scelta della Chiesa per la pace.

Afrin sotto assedio, manifestazione a Roma

12.03.2018 – Jasmina Poddi Redazione Italia

Afrin sotto assedio, manifestazione a Roma
(Foto di Jasmina Poddi)

A Piazza Madonna di Loreto, alcune centinaia di manifestanti si sono riuniti per chiedere l’immediato cessate il fuoco ad Afrin. La città nel nord della Siria è sotto attacco da 52 giorni da parte dell’esercito turco. Secondo il comunicato stampa della Mezzaluna Rossa, dall’inizio dell’operazione turca sono stati uccisi oltre duecento civili di cui numerosi bambini e donne.

A causa degli incessanti bombardamenti sono stati distrutti rifugi e centri medici. Tutto questo è aggravato dall’impossibilità dei cittadini di accedere alle fonti d’acqua potabile e agli aiuti umanitari, poiché bloccati dall’avanzata turca.

L’esercito turco si trova ormai a meno di un chilometro dal centro della città, nonostante questo la popolazione della città di Afrin ha deciso di non arrendersi e di sostenere le truppe curde dello Ypj/Ypg e dalle Forze Democratiche Siriane organizzando l’iniziativa degli scudi umani per cercare di resistere all’invasione.

Durante la manifestazione sono stati lanciati numerosi appelli per richiedere una immediata no-fly-zone e mettere fine alla strage di civili che si sta compiendo ormai da settimane.

In molti interventi è stato, inoltre, richiesto di mettere in atto il cessate-il-fuoco deliberato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e garantire la consegna degli aiuti umanitari e dei soccorsi sanitari ad Afrin e Ghouta.

Qui di seguito i video e foto reportage realizzati da Jasmina Poddi

L’8 marzo a Gaza

12.03.2018 – Gaza City Patrizia Cecconi

L’8 marzo a Gaza

Nei bei giardini Al Jundi Majhul nel centro di Gaza city, sotto un sole generoso che fa già primavera, il 10 marzo si sono riunite circa duecento  donne e a loro si sono uniti una ventina di uomini per riaffermare, insieme, i temi che l’8 marzo pone in maggior evidenza. La manifestazione, fatta volutamente il 10 per non confliggere con altre, è stata organizzata dall’associazione AISHA, che ha come proprio focus la protezione delle donne e dell’infanzia.

Come spiegano bene le sue rappresentanti, AISHA ha l’obiettivo di sviluppare coscienza,  di far conoscere, accrescere e tutelare i diritti delle donne e di sviluppare programmi di contrasto e di difesa verso la violenza di genere.

Ad occhi occidentali, sensibili a un dettaglio che a guardarlo con sguardo diverso lo si potrebbe definire pregiudizio, sembra una contraddizione parlare di diritti e di libertà con i capelli coperti dall’ijab o, peggio, col viso coperto dal niqab. E’ un pregiudizio duro a morire almeno quanto lo è, in Occidente, il “se l’è cercata” riferito a una donna che pretende rispetto anche se veste abiti succinti. Si sa, il pregiudizio è sempre in agguato e assume molti diversi aspetti per annidarsi in menti e culture diverse.

Comunque gli ijab colorati portati con molta eleganza, pian piano hanno riempito  di colore il giardino centrale,  neutralizzando qualche niqab nero sotto il quale, tuttavia, le donne non si sentivano meno in diritto di partecipare alla manifestazione e di gridare, come le altre, slogan sui loro diritti.

Cartelli e striscioni hanno aggiunto altro colore e soprattutto hanno dato un ulteriore senso alla manifestazione che, a differenza delle tante altre belle iniziative che si sono svolte in Italia e un po’ ovunque, ha  aggiunto agli slogan comuni a tutte le piazze anche il diritto alla libertà dall’assedio e dall’occupazione israeliana. In effetti la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione e alla libertà era affermato anche dalle numerose bandiere palestinesi che sventolavano accanto ai cartelli femministi. Del resto la Palestina ha la sua peculiarità e, per quanto nei media occidentali le uccisioni e gli arresti pressoché quotidiani di palestinesi di tutte le età non vengano prese in considerazione, in quanto ormai pura routine fatta di numeri, qui ogni uccisione, ogni arresto e ogni ferimento non riguarda un numero, ma una persona. E quindi anche la manifestazione su temi di genere non poteva prescindere dal ricordare la necessità della lotta comune contro l’assediante. Le donne di AISHA sanno che l’occupazione e l’assedio sono un oggettivo ostacolo a percepire la cultura patriarcale per quel che è, come impedimento ai diritti paritari.

Le donne scese in piazza con cartelli violetto-femminista che rivendicano il diritto a essere la guida e non più le guidate, o con cartelli che dicono no alla violenza sulle donne o che rivendicano la necessità di capire l’importanza di essere donne con slogan del tipo “se si fermano le donne si ferma il mondo”, prendono parola a voce alta sulla politica. Alcune portano cartelli con scritto che vogliono la fine della rivalità tra Fatah e Hamas, ma dalla sintesi dello slogan si sviluppa l’analisi di alcuni interventi.

Queste donne scese in piazza per rivendicare i loro diritti di genere alzano la voce contro i vertici delle due fazioni che non trovano la possibilità di conciliarsi, regalando a Israele la loro debolezza invece che unirsi moltiplicando la loro forza. Questo dicono alcune voci dal palco degli interventi.

Sono donne giovanissime, giovani, meno giovani o decisamente anziane. Ce ne sono alcune “in rappresentanza” di quelle generazioni che in Occidente hanno contribuito a modificare la cultura patriarcale, ma ci sono quelle che non ne conoscono neanche il significato, e però sono qui. Qualcosa le ha spinte a partecipare e hanno l’aria felice di chi sente che sta scoprendo qualcosa di bello.

Intanto le donne dal palco seguitano a parlare e a dire che per sconfiggere il patriarcato bisogna prima sconfiggere l’assedio, ma che l’assedio si potrà sconfiggere solo se Fatah e Hamas uniranno le loro forze scegliendo la riconciliazione.

Non è l’animo pacifista, che a torto si ritiene sia tutto femminile, a guidare i loro discorsi, ma un preciso realismo che secondo la traduttrice, palestinese del sud della Striscia, le donne possiedono in misura superiore agli uomini. Non sappiamo se questo è vero, ma chissà che non nasca proprio dalla loro volontà quella spinta alla riconciliazione che finora sembra essere stata solo un rincorrersi di parole tra rappresentanti politici. “Senza le donne il mondo cade” recita un cartello e queste donne di tutte le età e con l’ijab di tutti i colori potrebbero essere le colonne di sostegno di una nuova fase storica. Non sarebbe l’immaginazione al potere, come si diceva negli anni “70, ma il poterlo immaginare sembra già un segnale di possibile cambiamento.