27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2018. Mai più nazismo, fascismo, lager

19.01.2018 – Milano Redazione Italia

27  gennaio 1945 – 27 gennaio 2018. Mai più nazismo, fascismo, lager
Memoriale della Shoah (Foto di Flickr)

Sabato 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria il Comitato Zona 8 Solidale partecipa a tutte le iniziative in programma.

14.30 “Eravamo persone come voi . Per non dimenticare”. Iniziativa promossa da Anpi zona 8 presso Officine dell’abitare in via Appennini 68.

16.30 LOGGIA DEI MERCANTI/p.zza  SCALA

Mai più nazismo, fascismo, lager: mobilitazione indetta da Milano antifascista, antirazzista, meticcia e solidale.

Il 27 gennaio di 73 anni fa venne liberato  Auschwitz, il lager simbolo del peggiore dei crimini nazisti: la macchina di morte chiamata “soluzione finale”, Shoah, Porrajmos, Olocausto. Milioni di persone furono deportate e sistematicamente sterminate, o perché ritenute di “razza inferiore” – gli ebrei anzitutto, ma anche i rom e le popolazioni slave – o perché omosessuali, disabili, oppositori politici, partecipanti alla Resistenza nei vari paesi, donne libere: tutti e tutte coloro che erano scomodi ai disegni razzisti del regime nazifascista.

Per questo il 27 gennaio è stata proclamata Giornata della Memoria. Per ricordare ciò che è stato e chiedersi come sia potuto succedere che degli uomini potessero coltivare un odio così feroce verso altri uomini da costruire un vero e proprio sistema organizzato nei minimi dettagli, che portasse allo sterminio.

Oggi vediamo che i germi che portarono alla nascita del nazifascismo non sono stati debellati: in questo periodo di crisi che costringe grossa parte della popolazione a condizioni di vita peggiori di giorno in giorno, i soliti seminatori di odio  sfruttano la rabbia e la frustrazione, gettando tutte le responsabilità sull’ultimo, il più povero e il più in difficoltà, semplicemente perché  “diverso da noi”. Nulla si dice di chi è il vero responsabile della crisi attuale: le grandi multinazionali, la finanza, i produttori di armi che alimentano guerre, rapinano i territori e rendono schiave milioni di persone.

E’ lo stesso meccanismo ridicolo e irresponsabile, tentato nel piccolo della nostra zona un anno fa rispetto all’allarme “Caserma Montello”, smontato con il semplice impegno del nostro Comitato.  L’interesse dei cittadini e il buon vivere della zona non coincidono con gli slogan razzisti, ma con il farsi carico dei problemi nel segno della solidarietà e dell’aiuto ai più bisognosi, italiani e immigrati, senza alcuna  classifica di colore, religione, lingua o luogo di provenienza.

Non cadiamo nel tranello dell’immigrato come nemico, perché domani toccherà al povero e poi all’emarginato e poi via via a qualche altra pseudo categoria magari sempre più vicina a noi.

Comitato Zona 8 solidale

Il prezzo dell’oro

18.01.2018 Francesco Gesualdi

Il prezzo dell’oro
(Foto di Adan Smith)

Il 19 gennaio Papa Francesco sarà a Puerto Maldonado, città a sud del Perù sulle sponde di Madre de Dios, un corso d’acqua proveniente dal versante est delle Ande e affluente del fiume Beni dopo un viaggio di oltre mille chilometri per la foresta amazzonica. Va ad incontrare la Chiesa locale e le popolazioni dell’Amazzonia.

Di vitale importanza per il clima globale e custode di biodiversità e altri valori inestimabili, la ricchezza dell’Amazzonia è anche causa del suo declino. Dagli anni Sessanta del secolo scorso le imprese possono penetrare al suo interno e portarsi via ciò che desiderano. Fra esse quelle minerarie, ansiose di prendersi ferro, carbone, bauxite e molti altri minerali di cui il sottosuolo amazzonico era e continua a essere ricco.

Anche nella foresta attorno a Puerto Maldonado arrivarono le imprese estrattive attratte dalla presenza di oro. E se inizialmente il loro interesse era limitato ai giacimenti a maggior concentrazione, col tempo capirono che il prezioso minerale si trovava diffuso in tutta l’area; per recuperarlo bastava setacciare la zona. Un compito arduo e costoso, ma le imprese sapevano come fare per garantire i profitti per sé e scaricare i costi sulle spalle di altri. Proposero alla popolazione locale di trasformarsi in cercatori d’oro con l’impegno a rivendere alle imprese proponenti tutto ciò che trovavano. Così nacque la figura del minatore artigiano, imprenditore di se stesso che per mettere insieme qualche grammo di oro è disposto allo sfruttamento di se stesso e dei propri figli, considerato che il 20% dei cercatori d’oro sono minori.

La notizia della nuova formula occupazionale si sparse per tutto il Perù e Puerto Maldonado venne presa d’assalto da migliaia di forestieri attratti dalla fortuna dell’oro. La legge imporrebbe a ogni minatore di iscriversi in un apposito registro, ma sono sconsigliati dal farlo perché non conviene alle imprese. Per loro l’economia illegale è più vantaggiosa: possono evadere il fisco ed evitare ogni altro obbligo sociale e ambientale richiesto dalla legge. In conclusione a Puerto Maldonado si è strutturato un sistema di reclutamento in nero che impone ai malcapitati perfino di rinunciare al proprio nome. Per cancellare ogni traccia di sé, si fanno chiamare col soprannome imposto dal caporale: smilzo, cileno, gatto selvatico e qualsiasi altro nomignolo che la fantasia può partorire. Loro ci mettono il lavoro, l’organizzazione l’attrezzatura, le sostanze chimiche e quant’altro serve alla perlustrazione.

Padre Xavier Arbex, che da anni si dedica ai minatori irregolari, parla di condizioni indicibili non solo per gli orari estenuanti e per il rischio di malattie e infortuni, ma per la possibilità di perdere la vita stessa. Non pochi, infatti, scompaiono, inghiottiti dalla foresta, forse solo per avere minacciato di autodenunciarsi alle autorità competenti. Purtroppo al dramma sociale si aggiunge quello ambientale per lo sversamento nei fiumi e nel terreno di montagne di olio esausto usato dalle imbarcazioni, di montagne di mercurio usato per l’amalgama dell’oro, di montagne di detriti prodotti durante l’esplorazione: un paio di tonnellate per ogni grammo di oro. Ed è proprio la questione ambientale a generare conflitti con le imprese minerarie non solo in Amazzonia, ma nell’intero Perù, considerato che l’attività estrattiva è diffusa in tutto il paese. Secondo produttore al mondo di argento, zinco, rame e sesto di oro, il Perù conta 50mila concessioni minerarie estese su 21 milioni di ettari, il 14% del suolo nazionale. E se contribuiscono al 15% del prodotto interno lordo e al 60% delle esportazioni, il loro contributo all’occupazione è piuttosto modesto, mentre è alto l’impatto ambientale per l’avvelenamento delle acque con metalli pesanti e la contaminazione dell’aria con polveri sottili. Ogni anno in Perù si contano centinaia di conflitti e di proteste popolari contro le imprese minerarie non solo per gli attentati alla salute, ma anche per i contenziosi legati alla terra. In un paese in cui i titoli di proprietà sono molto aleatori, le imprese hanno buon gioco a produrre documenti artefatti che permettono di sottrarre abusivamente terra ai contadini.

L’industria mineraria è in ripresa in tutta l’America Latina e ovunque si registrano i contraccolpi di un’attività organizzata per il beneficio di pochi a danno di molti. Spesso gli unici a recepire il grido di dolore dei poveri sono i gruppi ecclesiastici, che per svolgere un’azione più incisiva a sostegno del ripristino dei diritti calpestati si sono coordinati in una rete continentale denominata Red Iglesia y minéria. In vista della visita del Papa in America Latina, la Rete gli ha inviato una lunga missiva in cui riepiloga gli abusi sociali e ambientali sofferti dalla popolazione a causa dell’attività mineraria. La speranza è che la sua presenza e il suo magistero possano suscitare senso di responsabilità nelle imprese e nei governi.

“The Post”, i pilastri della libertà

16.01.2018 Bruna Alasia

“The Post”, i pilastri della libertà

Tanti conoscono, almeno per sentito dire, lo scandalo del Watergate che portò alle dimissioni di Richard Nixon; molti meno quello dei Pentagon Papers. Entrambi furono sollevati dal quotidiano statunitense Washington Post, il quale ha giocato un ruolo importante sulla via, oggi minacciata, della libertà di stampa.

L’ultimo film di Steven Spielberg, in uscita il 1° febbraio,  racconta la vicenda dei Pentagon Papers, carte segrete del Pentagono che negli anni ’60 dichiaravano perduta in partenza la guerra del Vietnam, anche se poi l’invio di decine di migliaia di soldati americani non fu fermato perché avrebbe danneggiato i calcoli politici dei vertici. Protagonisti sono i premi Oscar Meryl Streep nella parte della signora Katharine Graham, editrice del Washington Post e Tom Hanks in quella di Ben Bradlee, l’ambizioso e coraggiosissimo direttore della testata. Katharine Graham è stata la prima donna alla guida del giornale di famiglia che condusse per oltre due decenni. Il suo libro di memorie, Personal History, ha vinto il premio Pulitzer nel 1998.

Con tocco da grande narratore Steven Spielberg ripercorre i fatti storici del 1971: dopo la divulgazione, da parte del New York Times, di alcune pagine di un rapporto top secret che denunciava inutilità e bugie del Pentagono sulla guerra del Vietnam (fotocopiato  e consegnato al giornale da un ex militare, Daniel Ellsberg, divenuto oppositore della guerra per senso di colpa) la Casa Bianca si trincerò dietro una durissima condanna e, cosa mai accaduta prima, fu proibito per legge al New York Times di pubblicare quei documenti. Il Washington Post, senza timore delle ritorsioni che avrebbero potuto essere il carcere e la perdita degli azionisti, cercò di rintracciare Ellsberg e il  suo rapporto segreto con il proposito di renderlo pubblico. In ballo c’era il destino di milioni di persone, comprese le migliaia di giovani americani mandati a combattere.

Nel giro di pochi giorni, pressata dal temerario direttore Ben Bradlee, la pioniera e inesperta editrice del Post, Katharine Graham, si trovò di fronte a un’opzione pesantissima: ascoltare la propria coscienza e difendere la libertà di stampa, oppure perdere tutto ciò che possedeva?

Il primo emendamento alla Costituzione Americana recita: Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti. “The Post” è il racconto della battaglia che un pugno di giornalisti ingaggiarono perché tale principio fosse rispettato.  Steven Spielberg lo narra in un perfetto equilibrio di contenuto e forma: nel film ci sono ritmo, suspense, dialoghi vivi, plausibili e a tratti divertenti, atmosfere di grande fascino, interpreti di altissimo livello.

Grrenpeace lancia a livello mondiale la spedizione in Oceano Antartico per creare un’area protetta

15.01.2018 Greenpeace International

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Grrenpeace lancia a livello mondiale la spedizione in Oceano Antartico per creare un’area protetta

Misteriosi avvistamenti di pinguini si stanno registrando in queste ore nelle più grandi città del Pianeta – da Londra a Seoul, da Buenos Aires a Sydney – in concomitanza con il lancio di una nuova spedizione della nave Arctic Sunrise di Greenpeace nell’Oceano Antartico.

Gli uccelli, in realtà sculture realizzate in Germania, sono stati avvistati con delle valigie in procinto di partire per l’Antartide, per le strade più famose del Pianeta: nei pressi della Casa Bianca, del colorato quartiere Boca di Buenos Aires, della Sydney Opera House e della Sagrada Família a Barcellona.

I pinguini sono tra le specie simbolo di una nuova campagna di Greenpeace che punta alla creazione della più grande area protetta sulla Terra: un santuario di 1,8 milioni di chilometri quadrati nel Mare di Weddell, nell’Oceano Antartico. L’area in questione è infatti oggetto di una proposta di protezione promossa dall’Unione europea che sarà esaminata dalla Commissione sull’Oceano Antartico (CCAMLR) nell’ottobre 2018.

«Questo santuario sarà un rifugio sicuro per pinguini, balene e foche, e permetterà di interdire l’attività dei pescherecci industriali che stanno facendo man bassa del krill, il minuscolo crostaceo su cui si basa la catena alimentare dell’Oceano Antartico», dichiara Frida Bengtsson, a capo della nuova campagna di Greenpeace “#ProtectAntarctic”.

L’equipaggio della nave Arctic Sunrise per tre mesi ospiterà a bordo scienziati che condurranno ricerch​e  pionieristiche grazie all’uso di un sottomarino per studiare, per la prima volta, i fondali del Mare di Weddell. Gli scienziati condurranno ricerche per identificare ecosistemi marini vulnerabili e nuove specie sul fondo del mare, compresi rari coralli e spugne. Ciò fornirebbe ulteriori prove della necessità di una protezione completa dell’area. L’equipaggio eseguirà anche campionamenti dell’acqua per identificare la presenza di qualsiasi inquinamento plastico in questa regione remota.

«L’Oceano Antartico può sembrare lontano, ma quello che succede laggiù è cruciale per il nostro futuro», continua Bengtsson. «Un santuario nell’Antartico non solo salvaguarderebbe i pinguini, le balene e le foche, ma potrebbe rendere questa area forte abbastanza da contribuire a mitigare i peggiori effetti dei cambiamenti climatici. Quando i governi si incontreranno ad ottobre, avranno l’opportunità di creare la più grande area protetta sulla Terra. Facciamo in modo che accada», conclude.

Guerra globale oppure difesa e sicurezza? La campagna “Un’altra difesa è possibile” in campagna elettorale

14.01.2018 Azione Nonviolenta

Guerra globale oppure difesa e sicurezza? La campagna “Un’altra difesa è possibile” in campagna elettorale

Meglio leggere, ancora una volta, le parole del generale dell’esercito italiano Fabio Mini, nel suo ultimo interessante lavoro Che guerra sarà (il Mulino, 2017), per comprendere appieno la gravità della situazione presente: “Più che nel passato, oggi è necessario tenere i governati in uno stato permanente di agitazione e paura. L’uso della forza non è più l’extrema ratio; non è neppure lo strumento ancillare della politica e della sicurezza: la guerra e la minaccia della guerra consentono di creare l’insicurezza e mantenerla a quel livello di parossismo necessario all’esercizio del potere”. E un centinaio di pagine più avanti chiosa così sull’immediato futuro: “Ogni tipo di guerra sarà sperimentato e combattuto e la loro sommatoria permetterà di realizzare l’immenso campo di battaglia del futuro dal quale le élite mondiali di politica e affari trarranno i profitti materiali e di potere. Soltanto con questo tipo di guerra globale il parossismo può essere tenuto ai massimi livelli e lo sviluppo tecnologico bellico ha senso e avvenire perché orientato sempre verso qualcosa che può e deve accadere.”

Probabilmente sono da icercare in queste oneste parole di un generale di corpo d’armata – che raccontano con lucidità il totale asservimento dei governi alla logica della guerra – le ragioni di fondo per le quali il parlamento, prima di essere sciolto, ha trovato il modo di approvare in legge di bilancio l’aumento del 4% le spese militari italiane per il 2018, portandole all’incredibilie cifra di 25 miliardi di euro, ossia a 70 milioni al giorno – come denuncia l’Osservatorio sulle spese militari italiane – sottratte alle spese civili. E il governo italiano ha trovato il modo ad imbarcare il Paese, per decreto, in una nuova – e altrimenti incomprensibile – missione militare, in Niger a rimorchio della Francia. Che si aggiunge alle altre 31 missioni militari, dall’Iraq all’Afghanistan, che continuano e che (ovviamente) non hanno pacificato nessun conflitto, ma in compenso hanno favorito il nascere del terrorismo e sperperato miliardi di euro in armamenti.

Non ha trovato tempo, invece, il parlamento non solo per discutere e approvare la proposta di legge di iniziativa popolare (e anche parlamentare) per la difesa civile, non armata e nonviolenta, promossa dalla campagna Un’altra difesa è possibile, ma neanche di dare corso alle audizioni delle Reti promotrici, peraltro già calendarizzate presso le Commissioni congiunte di Affari costituzionali e Difesa della Camera dei Deputati. E’ la solita questione delle priorità: la guerra e la minaccia della guerra sono funzionali al sistema militare-industriale – come spiega anche il generale Mini – mentre l’approntamento degli strumenti concreti per costruire pace, difesa e sicurezza con mezzi pacifici, proposti dalla campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta, sono destabilizzanti. Perché efficaci.

Sulla costruzione della difesa nonviolenta siamo ormai in ritardo di almeno 50 anni, come spiegava Aldo Capitini già nel 1968, in un articolo su Azione nonviolentala rivista da lui fondata, dal titolo Difesa e nonviolenza: “perché intendere la difesa soltanto con le armi, come distruzione dei nemici? Il metodo nonviolento è in grado di organizzare nei più minuti particolari, una resistenza nonviolenta che finisce con essere una difesa ancora più risoluta e tenace di quella militare. Esiste una strategia della difesa nonviolenta, che è efficace, complessa, impegnante e speriamo che sia appresa dagli strateghi della difesa violenta (…) e rende evidente che l’assoluto che viene difeso non è tanto un territorio, quanto una patria universale, che è il rapporto amorevole e cooperativo tra tutti, una libertà e sviluppo dinamici che debbono valere per tutti”. In quell’anno di rivoluzioni sociali e politiche, Capitini prefigurava un vero e proprio salto di civiltà – il più rivoluzionario di tutti – che mettesse progressivamente la guerra fuori dalla storia. Anziché al centro di essa.

Cinquanta anno dopo – nonostante tutto – è necessario non perdersi d’animo e portare i temi del disarmo, della riconversione sociale delle spese militari, della riconversione civile dell’industria bellica, della costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, dell’educazione alla nonviolenza – ossia i temi della difesa, della sicurezza e della costruzione della pace – al centro del confronto politico della campagna elettorale in corso. E’ necessario che la campagna Un’altra difesa è possibile rilanci autorevolmente la propria proposta, faccia sentire autonomamente la sua voce e misuri i programmi elettorali e l’impegno dei singoli candidati – collegio per collegio – sulle questioni essenziali. Chiedendo loro di scegliere tra l’obbedienza al complesso militare-industriale e l’obbedienza alla propria coscienza. Attivandosi sia sul piano nazionale che sui singoli territori. Preparandosi così a rilanciare la proposta di legge con il nuovo parlamento eletto, richiamando le forze politiche e i futuri parlamentari agli impegni assunti in campagna elettorale.

Insomma, a cinquanta anni dalla morte di Aldo Capitini – che proprio nel 1968 passava alla “compresenza” – o riusciamo ad avviare una rivoluzione nelle idee, nelle strategie e nell’uso delle risorse per difesa e sicurezza, sottraendole agli interessi bellici del complesso militare-industriale, o lo farà quest’ultimo sottraendo definitivamente la costruzione della pace e della sicurezza dalle prospettive realistiche della politica. E non ci rimarrà che osservare, di volta in volta, che guerra sarà. Protestando forse, ma sempre più debolmente, fino a passare – prima o poi – da vittime indirette a vittime dirette.

Pasquale Pugliese

Da Firenze a Ghedi per il disarmo nucleare

13.01.2018 – Firenze Redazione Italia

Da Firenze a Ghedi per il disarmo nucleare
(Foto di Inkiostro)

La sala di Inkiostro in Via degli Alfani a Firenze si è riempita di gente in occasione dell’iniziativa contro le armi nucleari promossa dal Comitato Fermiamo la Guerra di Firenze.

Obiettivo dell’evento era quello di continuare la campagna di sensibilizzazione e di informazione sul tema del Trattato di Proibizione delle Armi Nuvcleari e quella di pressione affinché finalmente uno stato NATO come l’Italia firmi quel trattato, rompendo il muro di gomma di disinformazione che le potenze nucleari hanno eretto intorno a quest’evento storico, seguito poi dal conferimento del Premi Nobel per la Pace alla campagna ICAN.

Nel corso del pomeriggio Giovanna Pagani di WILPF ha illustrato le iniziative promosse, come la Carovana delle Donne per il Disarmo Nucleare, sottolineando la sensibilità quasi fisiologica delle donne alla lotta per il disarmo, analizzando le difficoltà e gli aspetti positivi di questa lotta, denunciando il tentativo di omologazione e di appiattimento svolto dai grandi Mass Media. Angelo Baracca, membro del Comitato e storico militante antinucleare,  ha fatto un’efficace sintesi della storia del disarmo nucleare, dalla guerra fredda a oggi, sottolineando come le armi atomiche siano passate da essere strumento di deterrenza fino a sembrar diventate obsolete, per tornare ad essere preoccupante minaccia per la vita del pianeta stesso ora che, con aggiornamenti tecnologici ma soprattutto cambi di strategie militari, si sta valutando la possibilità di usarle sul serio. Ambedue gli oratori hanno sottolineato la necessità di una urgente mobilitazione delle forze pacifiste e la necessità di trasmettere l’esperienza storica del pacifismo italiano alle giovani generazioni.

Il dibattito si è aperto con un appello a partecipare alla importante manifestazione presso la base militare di Ghedi il 20 gennaio. L’idea è di fare un pulman da Firenze; per le prenotazioni rivolgersi a Moreno Biagioni alla mail mor.biagioni@gmail.com

La discussione è continuata sottolineando la necessità di partire dalla base e le interessanti esperienze in proposito; sarà anche necessario fare pressione durante la campagna elettorale affinché la politica si occupi di questo tema assolutamente dimenticato o marginalizzato.