pensiero del 28 del sesto mese

25 del sesto mese

Sdia ogni alba per voi come l’inizio della+ vita , e ogni tramonto come la sua fine, e ognuno di questi brevi giorni di vita lasci la traccia di un gesto di amore , compiuto per gli altri, di un tentativo di rendere migliori noi stessi, di una qualche conoscenza acquisita.

Se il tuo orgoglio patisce al ricordo che nel passato hai trascurato la saggezza e non sei vissuto come vivono i saggi, e vanamente ti sei procacciato la fama di saggio, non te ne affiggere. Se perderai la reputazione di saggio, ancora meglio. Sii contento di potere oggi , adesso, cominciare a vivere come richiede la tua coscienza.

Marco Aurelio

Mosuo: l’etnia cinese in cui le donne dirigono la comunità

24.06.2017 – Laura De Rosa EticaMente

Mosuo: l’etnia cinese in cui le donne dirigono la comunità
(Foto di EticaMente)

Quando cresciamo in un luogo e vi rimaniamo per tutta la vita riducendo al minimo i contatti con realtà altre, fatichiamo a guardarlo da una prospettiva diversa e a coglierne eventuali punti deboli. Perché essendo abituati a certe regole, diamo per scontato che siano le uniche valide e giuste. Esplorare nuove culture con lo sguardo del viaggiatore aiuta ad ampliare gli orizzonti e quindi, a mettere in discussione il proprio mondo, osservandolo dal di fuori. Viaggiare aiuta a capire che giusto e sbagliato sono concetti relativi. Perché quando il punto di vista cambia, cambiano a loro volta.

Con questa breve premessa voglio introdurre l’argomento di oggi, il popolo dei Mosuo, una minoranza etnica cinese le cui abitudini di vita dovrebbero farci riflettere. Non solo perché le donne, qui, hanno un ruolo di primo piano ma soprattutto per il loro modo peculiare di vivere l’amore in libertà.

Chi sono i Mosuo e come vivono

Le donne Mosuo appartengono alla minoranza etnica cinese dei Mosuo, mella provincia dello Yunnan a sud-ovest della Cina. Il videoreporter Ricardo Coler, che a questo popolo ha dedicato il libro “Il regno delle donne. L’ultimo matriarcato“, l’ha definita “la più pura delle società matriarcali“. La società Mosuo è infatti matrifocale, ovvero sono le donne a dirigere la vita della comunità occupandosi della famiglia, del villaggio, dell’organizzazione del lavoro, dell’amministrazione dell’economia. “…Al villaggio non c’è donna che sia priva di opportunità, che non sia degna di considerazione o che si trovi sottomessa all’arbitrio della società. A Loshui, il sesso femminile non è mai debole” afferma nel suo libro Coler.

Tuttavia non è vero che gli uomini riposano continuamente, si occupano invece dell’allevamento, della pesca, della macellazione di carne e pesce e della loro conservazione. Inoltre nel sociale e in ambito politico tutti, uomini e donne, sono chiamati a discutere a partire dai 13 anni.

La libertà sessuale dei Mosuo

Le donne Mosuo scelgono liberamente i partner e possono persino cambiarne uno per notte. Insieme al compagno occasionale, raggiungono la casa della madre e vi consumano il rapporto. Al mattino l’uomo prescelto torna a casa. Ogni donna ha una stanza dedicata all’amore, che viene concessa subito dopo la pubertà in seguito a un rito di iniziazione. E’ qui che le Mosuo ospitano gli uomini, per una sola volta, per mesi, anni o per tutta la vita, a seconda delle preferenze. Gli uomini sono ammessi dal tramonto all’alba e devono entrare dalle finestre. Quando una donna decide di interrompere la relazione, chiude semplicemente la finestra.

A dispetto di quanto si va dicendo, molte donne Mosuo hanno relazioni monogamiche ma avere più amanti e figli da uomini diversi non è considerato un comportamento sbagliato. In poche parole, ogni donna è libera di fare le proprie scelte.

Tutti, uomini e donne, vivono nella casa natale mentre i figli rimangono alle donne. La figura paterna è praticamente inesistente, molte donne infatti non sanno nemmeno chi sia il padre. Ciò nonostante i bambini hanno un ottimo rapporto con gli uomini della comunità, che si dimostrano particolarmente affettuosi nei loro confronti. Inoltre gli uomini hanno responsabilità figliali verso i figli delle sorelle e questo sistema contribuisce alla stabilità della struttura famigliare, che non viene messa in discussione da eventuali divorzi.

Le donne Mosuo a quanto pare non ambiscono al matrimonio e la stessa cosa vale per gli uomini. I legami amorosi sono chiamati axia e non prevedono la convivenza, perché ognuno vive a casa propria. Per i Mosuo, donne e uomini, è praticamente impossibile concepire la vita al di fuori della famiglia materna e a quanto pare, questo non crea loro alcun problema. La violenza è bandita in ogni sua manifestazione, l’interesse è piuttosto focalizzato sull’amore e sulla sessualità che, tuttavia, sono vissuti come due cose diverse. Il sesso è sesso e non c’è motivo per vergognarsene.

Questo tipo di organizzazione famigliare è davvero unico nel suo genere e si discosta da qualunque altro sistema presente nelle comunità patriarcali e matriarcali, fatta eccezione per la comunità indiana del Kerala centrale dei Nayar. Per non parlare del modo di concepire il rapporto coniugale, che è distante sia dalla nostra idea di monogamia che dalla poligamia. Il rapporto marito-moglie sembra essere rimpiazzato dal rapporto di profonda amicizia e rispetto che si instaura tra la sorella e il fratello, il quale si occupa dei figli della sorella, condividendo al tempo stesso l’abitazione materna.

Curioso è il fatto che il popolo Mosuo, nonostante sia stato minacciato nel corso del tempo da culture dominanti con abitudini molto diverse, sia riuscito a conservare usanze millenarie, che dimostrano come sia possibile vivere secondo regole lontanissime dalle nostre abitudini. Questo non significa che siano necessariamente migliori ma ci permettono di capire che il mondo non è a senso unico, esistono alternative apparentemente inconcepibili che, da qualche parte nel globo, funzionano davvero.

pensiero del 24 del sesto mese

24 del sesto mese

Non cedere allo stato d’animo di chi ti vuole irritare e non metterti sulla strada su cui vorrebbe attrarre.

Se con la gente cattiva e disumana non sarai mite , ma crudele e disuman, attento a non diventare come loro.

Il modo migliore per vendicarsi di chi ci ha offfeso ènon comportarsi come lui.

Marco Aurelio

Terre Colte: adotta un terreno per combattere l’abbandono

23.06.2017 – Paolo Cignini Italia che Cambia

Terre Colte: adotta un terreno per combattere l’abbandono
(Foto di Italia che Cambia)
Recuperare le terre abbandonate e incolte dai privati, avvicinando le persone alla terra e incentivando l’autoproduzione. Nasce in Sardegna con questo obiettivo Terre Colte, associazione che ha ideato un sistema replicabile ovunque per combattere l’abbandono dei terreni.
Adottare un terreno o una parte di esso, al fine di coltivare un orto o il grano da cui ricavare farina, da condividere insieme ad altre famiglie. Così come un campo dove poter seminare il grano Cappelli, in maniera tale da ricavarne la farina. Questi e altri i progetti dell’Associazione Terre Colte, che in Sardegna hanno ideato un sistema replicabile ovunque per combattere l’abbandono dei terreni e far tornare le famiglie alla terra.

“Noi dobbiamo essere una famiglia, dobbiamo essere vicini a chi vive in situazioni di stress quotidiano, vogliamo essere un diversivo e una terapia”. Questo e molto altro è l’associazione Terre Colte, un’associazione di promozione sociale e culturale nata nel luglio 2014 allo scopo di di recuperare terreni incolti e abbandonati da privati e contadini dai quali non riescono a trarne un giusto profitto, incentivando le persone all’autoproduzione del cibo senza l’uso di pesticidi e sostanze chimiche, grazie all’agricoltura sinergica.

L’Associazione opera nell’area di Senorbì, nella provincia di Cagliari, anticamente nota come il “granaio di Roma”. Prima della nascita dell’Associazione, coloro che ne diventeranno poi i soci fondatori avevano tentato un primo progetto di recupero di un terreno abbandonato di 3000 metri quadrati: il terreno fu trasformato in un orto periurbano condiviso, e in poco tempo più della metà dei quaranta lotti a disposizione erano stati occupati. “A partire da questi primi successi, abbiamo capito che era arrivato il momento di fondare una vera e propria associazione” ci racconta Silvio Melis, tra i soci fondatori dell’esperienza “Oggi gli associati sono novecentocinquantasei che usufruiscono di tutti i progetti e i laboratori dell’Associazione, abbiamo sei sedi operative e almeno una quarantina di famiglie occupano i nostri spazi nei progetto Orti Condivisi”.

Il Progetto Orti Condivisi

Come già accennato, il primo progetto per raggiungere lo scopo del recupero delle terre abbandonate è stato quello di “Orti Condivisi”: Terre Colte mette a disposizione per un anno cinquanta metri quadrati di terra a chi vive in città o in appartamento ed ha voglia di farsi un orto, passando qualche ora in campagna per riprendersi dallo stress. La famiglia che decide di avventurarsi a coltivare il suo pezzo di terra ha a disposizione da Terre Colte l’acqua, gli attrezzi e l’assistenza (sia con un primo laboratorio introduttivo di agricoltura naturale che  durante i lavori) la sorveglianza e l’assicurazione.

La singola famiglia o persona che prende direttamente in gestione l’area pagherà meno di un euro al giorno la sua parte di terra, dedicandosi direttamente alla lavorazione del suo spazio, decidendo personalmente come impostare l’appezzamento e cosa coltivarci in base alle proprie esigenze. Se una persona per vari motivi deve assentarsi per lungo tempo, saranno direttamente i membri di Terre Colte ad assisterla nell’irrigazione.

Dagli orti ci spostiamo ai campi di grano e al secondo progetto dell’Associazione Terre Colte che sta riscuotendo un successo importante: quello della “Farina del tuo Sacco”. Su quattro ettari di terreno abbandonato, viene seminato il grano Cappelli, una varietà di grano antico in passato comunemente coltivato nel sud Italia. Questo terreno viene poi suddiviso in quote tra i partecipanti; la quota massima è di mille metri quadrati, fino ad un metro quadrato per ciascuno. Una divisione pensata in base alle esigenze personali delle famiglie e dei partecipanti: chi adotta il campo di grano ha poi diritto al quantitativo di quei metri che il terreno ha prodotto. Facendo una stima di mille metri quadrati di terreno, si potranno ottenere centoventi chili di grano oppure il prodotto finale, una farina bio e a chilometri zero.

“Chi adotta un campo di grano nel progetto “Farina del tuo sacco” segue tutto il monitoraggio della crescita di quel chicco di grano” ci spiega Silvio Melis  “sono previste visite guidate dalla semina alla crescita della spiga per poi arrivare alla mietitura e alla lavorazione finale della farina. Per questo il nome “Farina del tuo Sacco”: i nostri associati, con il proprio sacchetto, sono invitati anche a prendersi direttamente la farina una volta che viene macinata”. Il progetto, dopo una prima fase di raccolta fondi andata a buon fine, ambisce oggi a realizzare uno scopo più strategico: chiudere la filiera, acquistando dei semplici ma fondamentali macchinari che permettano ai prodotti locali di arrivare già raffinati al consumatore, come ad esempio un micro mulino a pietra per trasformare il grano in farina.

Gli obiettivi futuri
Ad oggi Terre Colte è arrivata ad avere 956 associati che usufruiscono di tutti i progetti e i laboratori dell’Associazione. Il sogno e l’obiettivo futuro ce lo illustra Silvio: “vorremmo arrivare al punto di recuperare i vigneti, gli oliveti e i frutteti incolti, facendo in modo che queste colture vengano date in adozione alle famiglie che possano così condividere dei momenti insieme, durante e dopo la lavorazione. Io proprietario di un terreno, piuttosto che abbandonarlo, potrei organizzare all’interno un laboratorio su come si coltiva e gestisce l’appezzamento, vivendo la mia azienda da un altro punto di vista che sia anche divulgativo.

Oltre a questo, vorremmo creare una sorta di rete di orti condivisi che rispettino le caratteristiche originarie dell’esperienza: la disponibilità del proprietario a mettere a disposizione i suoi spazi con chi non ne ha e ad accettare la presenza periodica di alcuni noi membri di Terre Colte per le attività di manutenzione e controllo. Perché noi dobbiamo essere una famiglia, dobbiamo essere vicini a chi vive in situazioni di stress quotidiano, vogliamo essere un diversivo e una terapia. La terra è nel nostro DNA, ben prima della città come la viviamo oggi, c’erano terre che venivano coltivate. Noi ce l’abbiamo dentro e il ritorno alla terra sarà fondamentale per il nostro benessere psicofisico”.

Siamo pronti a mettere al bando le armi nucleari

22.06.2017 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Siamo pronti a mettere al bando le armi nucleari
(Foto di ICAN)

Mentre al palazzo delle Nazioni Unite ricominciano i negoziati per vietare le armi nucleari tramite un trattato legalmente vincolante, Reaching Critical Will ci porta la sua preziosa analisi sull’argomento.

Il momento del secondo round per le trattative sulla messa al bando del nucleare è arrivato! Le delegazioni dei governi, della società civile e delle organizzazioni internazionali si stanno riunendo a New York presso la sede delle Nazioni Unite per iniziare a deliberare sulla bozza del trattato proposta dal Presidente e scrivere una delle più ambiziose pagine di diritto internazionale, mai tentate prima d’ora. Anche persone provenienti da tutto il mondo si stanno mobilitando per radunarsi fuori dal palazzo delle Nazioni Unite a NY, oltre che davanti alle sedi delle loro città, a sostegno di questi incontri che dureranno due giorni. La Marcia delle donne contro l’atomica avrà luogo in Australia, Canada, Camerun, Danimarca, Germania, Italia, Giappone, Nuova Zelanda, Filippine, Regno Unito e Stati Uniti! Il mondo ci osserva: è tempo di bandire l’atomica.

Nella sala conferenze, questa settimana e la prossima (la scorsa, ndr), i rappresentanti di stati e altri delegati riesamineranno la bozza del trattato rilasciata il 22 maggio dall’ambasciatore Elayne Whyte Gómez, presidente della conferenza. Il testo è una buona base per i negoziati, che nelle prossime settimane si spera saranno costruttivi e ambiziosi.

Secondo la prospettiva di Reaching Critical Will, il testo potrebbe essere migliorato con l’aggiunta di divieti fondamentali sulla pianificazione e sui preparativi per l’utilizzo delle armi nucleari, e sul loro transito. Tali divieti coprirebbero alcune delle attività di vitale importanza necessarie per sostenere le pratiche nucleari “deterrenti”. A ottobre, il governo statunitense ha precisato molto chiaramente che proibire questa attività intaccherebbe la capacità di spostare le proprie armi nel mondo o di prepararsi ad utilizzarle. Il divieto di “assistenza” nel trattato è fondamentale, ma proibire esplicitamente queste due cose può essere uno dei pochi modi in cui gli stati senza armamenti nucleari possono incidere più efficacemente sulle pratiche operative relative all’esercizio globale di “estesa dissuasione nucleare”.

Un divieto esplicito sul finanziamento contribuirebbe anche a fornire orientamento e chiarezza sull’attuazione del trattato, che potrebbe includere divieti nazionali in materia di sostegno finanziario o materiale alle imprese pubbliche e private coinvolte in una qualsiasi delle attività proibite. Ciò potrebbe disincentivare le imprese private ad accettare qualunque lavoro relativo alle armi nucleari. A questo proposito, il trattato potrebbe aumentare i costi politici ed economici per il mantenimento delle armi nucleari. Ciò contribuirebbe anche a rimuovere l’influenza degli interessi privati da qualsiasi processo decisionale relativo alla produzione delle armi e al disarmo. Potrebbe inoltre aumentarne la stigmatizzazione sociale, anche attraverso programmi di cessione pubblica.

Negli articoli 2 – 5 della bozza si affrontano i vari modi in cui gli stati nucleari potrebbero collaborare con gli stati partecipi per eliminare le loro armi nucleari o perseguire altre “misure efficaci” per il disarmo nucleare e a tale proposito la questione che viene posta è quali potrebbero essere le tipologie di salvaguardie, di verifica e di accordi dichiarativi che sarebbero necessari È importante che questi articoli siano presi tutti in considerazione. Nel complesso sarà necessario stabilire chiaramente che il trattato è aperto a tutti gli stati in maniera paritaria e che sarà obbligatorio distruggere le scorte volte alla costruzione di armamenti, in quanto lo scopo del trattato è quello di eliminare le armi nucleari.

Saranno inoltre necessarie delle modifiche per rafforzare le disposizioni in materia di assistenza alle vittime, risanamento ambientale, e cooperazione e assistenza internazionale, anche se il testo così come formulato è comunque un buon punto di partenza per questo lavoro. Anche le questioni relative all’incontro con gli stati partecipanti, al sostegno istituzionale, al ritiro, e al rapporto con altri fattori del divieto del trattato dovranno essere risolte entro le prossime tre settimane, sebbene molti punti in comune siano già stati espressi a marzo e si riflettano nella bozza.

Per migliorare l’inquadramento generale del trattato, nel preambolo bisognerebbe intervenire sul linguaggio relativo al genere, riconoscendo una gamma più ampia di ripercussioni che non riguardino solo le radiazioni ionizzanti sulla salute materna, ma ammettendo l’impatto sproporzionato delle armi nucleari sulle comunità indigene di tutto il mondo. Si dovrebbe anche aggiungere o modificare il linguaggio sui diritti umani, sull’ambiente, sullo sviluppo socio-economico, e sull’immoralità delle armi nucleari, al fine di contribuire a rafforzare la stigmatizzazione di tali armi di distruzione di massa.

Abbiamo analizzato a fondo queste questioni nel nostro resoconto sulla bozza di testo del trattato, e nelle prossime settimane lavoreremo con la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN) e insieme ad altri partners per contribuire alla promozione di un trattato il più forte possibile.

Abbiamo la possibilità di cambiare il mondo con questo strumento. La messa al bando non eliminerà magicamente le armi, ma costituirà una crepa nell’armatura nucleare di coloro che rivendicano un certo “beneficio di sicurezza” da queste armi indiscriminate, immorali e genocide. Gli armamenti nucleari non danno sicurezza. La maggior parte del mondo non le ha e non ne ha bisogno. È il momento di codificare tutto ciò nel diritto internazionale e di costruire le basi per l’eliminazione totale.

Il mondo ci osserva. È tempo di bandire l’atomica.

 

Traduzione Trommons.org di Francesca Conte

pensiero del 22 del sesto mese

22 del sesto mese

Come le guardie attentamente custodiscono la fortezza, la custodiscono attorno le mura e dentro , così occorre ben sorvegliarsi, senza mai perdersi di vista; chi si perde di vista anche un solo minuto in tutta la vita, subito si trova sulla strada degli inferi

Dhammapada

Patrie Galere senza cuore e senza testa

22.06.2017 Carmelo Musumeci

Patrie Galere senza cuore e senza testa
(Foto di R G via Flickr.com)

Dopo cinque anni in regime di tortura del 41 bis, sono stato detenuto nei circuiti di Alta Sicurezza per ben 19 anni. La notizia dell’apertura di un procedimento penale contro l’ex direttore del carcere di Padova per la declassificazione di alcuni detenuti dal circuito di “Alta Sicurezza” a quello di “Media Sicurezza” sulla base delle relazioni degli ispettori del Ministero che due anni fa fecero visita all’istituto, mi ha molto indignato.

L’Italia è veramente uno strano paese se uno dei pochi direttori illuminati di un carcere viene indagato per avere rispettato la Costituzione e la legge, mi chiedo se, paradossalmente, sia stato inquisito proprio per questo!

Nessuno però indaga sul “porto delle nebbie” dell’Amministrazione penitenziaria centrale di Roma che ha trasformato le nostre “Patrie Galere” in un inferno dantesco dove ci sono molti detenuti privi di un posto letto regolamentare. Oppure in luoghi dove ci sono prigionieri che si tolgono la vita perché vengono deportati in regioni lontane dai loro affetti. E penso che per alcuni di loro la morte sia l’unica arma che hanno a disposizione per non morire davvero e per dire al mondo “ci siamo anche noi”.
Nessuno, però, indaga sui molti funzionari dell’Amministrazione penitenziaria centrale di Roma che fanno vivere i detenuti come pezzi di legno accatastati in cantina costringendoli a vegetare nel corpo e nell’anima in nome della sicurezza. Secondo me, sarebbe meglio dire in-sicurezza sociale perché obbliga i detenuti a vivere una non vita come fossero cani ciechi rinchiusi in un canile. Eppure questi funzionari non pagano mai per il loro crimini e non vengono mai inquisiti neppure quando l’Italia è stata condannata dalla Corte europea per atti inumani e degradanti.

Penso che la società dovrebbe stare più attenta a quello che accade nelle nostre “Patrie Galere” perché il carcere in Italia è un po’ come l’ospedale, dove chiunque ci può finire in un attimo. La società dovrebbe anche sapere che molti prigionieri, dopo anni di angherie e d’ingiustizie, usciranno più cattivi e pericolosi di quando sono entrati. La galera in Italia, purtroppo, non cambia le persone in meglio, ma piuttosto le distrugge. Dentro queste mura t’insegnano spesso a odiare. Nient’altro. Questo è il luogo più diseducativo esistente sulla terra. Spreca la vita dei suoi prigionieri ed il tempo di chi ci lavora senza alcuno scopo. I detenuti hanno tanto tempo libero, ma pochissime opportunità per riempirlo perché sono costretti a fare-a volte perfino a pensare-quello che dicono gli altri. S’invecchia senza vivere. Spesso i prigionieri si sentono in guerra, una guerra sporca e senza regole. Non puoi vincere e lotti solo per continuare a sopravvivere.

Le nostre “Patrie Galere” senza testa e senza cuore non fanno emergere il senso di colpa perché ben presto il detenuto si accorge che i suoi governanti sono più cattivi di lui. Per gli ergastolani, in particolare, non è facile vivere sapendo che la cella diventerà la propria tomba.
Per me non è facile trasmettere la solidarietà al direttore di una prigione; ma posso dire che l’ex direttore del carcere di Padova è stato, fra tutti quelli che ho incontrato durante un quarto di secolo di carcere, un direttore a cui riconosco di aver fatto il suo lavoro senza dimenticarsi di avere a che fare non con numeri, ma con esseri umani.

pensiero del 21 del sesto mese

21 del sesto mese

Tutto al mondo cresce , fiorisce e ritorna alla sua radice: Tornare alla propria radice significa pace,  accordo con la natura. Accordo con la natura significa perennità; per questo la distruzione del corpo non racchiude in se alcun rischio.

Lao-tse

Una persona bugiarda , cattiva, che trasgredisce la legge, pensa noncurante che con la morte finirà totalmente : una tal persona è capace di acconsentire ad ogni sorta di mala azione.

Dhammapada

Riparare il mondo. Ricostruire con Alex Langer la buona politica che ci manca

20.06.2017 – Reggio Emilia Azione Nonviolenta

Riparare il mondo. Ricostruire con Alex Langer la buona politica che ci manca

I movimenti per la pace devono sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze,

ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti

Alex Langer, “Pace e nuovo ordine mondiale”, 1991

 

Già nel 1989, anno dell’abbattimento del muro di Berlino che avrebbe portato (almeno temporaneamente) al superamento della contrapposizione Est-Ovest, Alex Langer scriveva su Nigrizia un articolo dal titolo “Non basta l’antirazzismo“, nel quale – con sguardo lungimirante – ammoniva: “finché la nostra civiltà industrializzata e opulenta, consumistica e competitiva imporrà a tutti i popoli la sua legge del profitto e dell’espansione, sarà inevitabile che gli squilibri da essa indotti sull’intero pianeta spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna – anzi la loro sopravvivenza – “a casa nostra”, dopo che abbiamo reso invivibile “casa loro”. Perché meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aereri e oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro? Attrezzarsi ad un futuro multi-etnico, multi-culturale e pluri-lingue è dunque una necessità, anche se non piacesse.”

Il futuro è arrivato, ma non ci siamo affatto “attrezzati” alla necessaria convivenza interculturale. Anzi, da lì a poco – facendo crollare le speranze di un nuovo ordine internazionale, fondato sulla pace e la cooperazione – sarebbe partito il ciclo di guerre internazionali che non è ancora finito, nelle quali il dirottamento delle ricchezze altrui verso il nostro mondo è avvenuto a mani armate. Mani armate, al plurale, sia perché abbiamo armato – e continuiamo ad armare – fino all’inverosimile la nostra mano militare che ha partecipato – e partecipa – a innumerevoli missioni di guerra, sia perché i “nostri” produttori di armi hanno armato – e contiuano ad armare – governi e bande in giro per il mondo. Mani armate che, in aggiunta ai milioni di migranti che cercano fortuna fuggendo da Paesi depredati economicamente ed ecologicamente, producono milioni di profughi in cerca di rifugio da guerre e terrorismi. Di fronte ai quali – quasi trent’anni dopo l’abbattimento di quel muro al centro dell’Europa – molti altri muri, fili spinati e cortine di odio sono stati innalzati dappertutto in Europa. E’ stato avviato un circuito perverso: esportiamo armi, alimentiamo guerre, importiamo profughi ed alziamo muri.

Il fallimento delle politiche militari di intervento nei conflitti è completo: anziché pacificare il pianeta – semmai avessero mai avuto davvero questo fine – hanno portato la guerra fin dentro alle nostre città. L’Europa è nel pieno di una crisi di nervi, colpita da ripetuti attentati – compiuti per lo più da giovani europei di seconda generazione – che alimentano la paura dell’altro – del nemico interno, come del nemico esterno – e alzano le percentuali elettorali dei partiti razzisti e fascisti. La xenofobia è diventata il tratto che accomuna tutti i populismi che cercano voti puntando sulle paure irrazionali. E’ la cattiva politica che alimenta la paura e da questa trae alimento. E genera violenza, anziché convivenza.

Ecco perché è assolutamente necessaria “una buona politica per riparare il mondo” – come recita il titolo dell’interessante antologia ragionata e commentata di testi di Alex Langer, a cura di Mario Marzorati e Mao Valpiana – che parta da quella che Langer definiva la condizione vitale: bandire ogni violenza. “La conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano (…) Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza”. Così scriveva Langer nel 1994, difronte alla tragedia della guerra fratricida nei Balcani, a partire della quale avrebbe elaborato l’anno successivo il documento “Per la creazione di un corpo civile di pace europeo” nel quale immaginava una vera e propia forza disarmata, costituita “dall’Unione Europea sotto gli auscpici dell’ONU”, inizialmente composta da almeno un migliaio di persone, tra professionisti e volontari, ma tutti perfettamente formati ed equipaggiati per intervenire nei conflitti internazionali prima dell’esplosione della violenza e capaci di rimanervi efficacemente anche durante la fase acuta.

Era il sogno della buona politica, l’unica in grado di fermare guerre e terrorismo e trasformare – con la nonviolenza – il rombo delle armi nel suono del dialogo: a Mosul, Raqqa e Kabul come a Parigi, Londra e Roma. Ma nel luglio di quello stesso anno Alex Langer decise di andarsene e di lasciare a noi l’impegno di continuare “in ciò che era giusto”. Di tutto questo parleremo con Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento – del quale Langer era un grande amico – il prossimo 23 giugno a Reggio Emilia, alle 18.00, presso il Giardino dell’Arca dedicato ad Alex Langer, nel parco di via Danimarca.

Pasquale Pugliese

pensiero del 20 del sesto mese

20 del sesto mese

Chi dice “amo Dio” ma odia il suo fratello è un bugiardo; poiché chi non ama il suo fratello, che vede, come può amare Dio che non si vede?

Prima lettera di Giovanni 4,20

Operate con giustizia nei confronti del prossimo – potete farlo, amandolo oppure no – e gli insegnerete ad amare. Ma se siete ingiusti nei suoi confronti, perché non amate , finirete con l’odiarlo.

John Ruskin