Shabbat Shalom

La parola Aghios o santo – sacro

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  1. Filemone e Giuseppe

Fra gli scrittori postbiblici meritano la nostra attenzione Filemone e Giuseppe perché entrambi, l’uno come filosofo, l’altro come storico, esorbitano dal rigoroso giudaismo ed alimentano il pensiero alle sorgenti ellenistiche.

Filone prende a fondamento della sua teologia il Pentateuco, dandone però un’interpretazione allegorica La sua concezione di Dio è prettamente giudaica: Dio è aghios (Sacr 101; Som I 254; Praem. Poen 123); il suo nome è che anche sapienza (sofia) è aghia (Fug. 196). Filone è consapevole che aghios ricalca l’ebraico qds (Fug 213). Perciò secondo l’uso ebraico egli definisce “santo” tutto ciò che ha relazione con il culto: il tempio, il santo dei santi,l’atrio, il recinto; ma designa così anche le azioni liturgiche che nell’A.T. non vengono mai definite direttamente qados. Così pure egli parla di numero sacro (Spec. Com. 65) a proposito del sabato (Spec. Leg. II 194) e in altre occasioni (Vit. Mos II 80); e , come il culto, è sacra la legge che anche per i giudei palestinesi apparteneva alla aghiai grafai. Fra gli israeliti Mosé, ma Israele stesso è stato costituito popolo santo, i primogentiti di Israele sono aghioi sicché – come nel Deuteronomio e nel Levitico – il popolo nel suo complesso è santo.

Ma per filone la “legge” è una allegoria dei concetti filosofici e nella sua concezione di Dio il fondamento ebraico è indissolubilmente connesso con le idee della filosofia ellenistica. Si spiega così l’uso dell’aggettivo aghios in riferimento a concetti filosofici che originariamente nulla avevano di santo. Il cosmo è aghoi come tà. Esso è un riflesso della santità. E come nel macrocosmo santo è il cielo, così nel microcosmo santo è il nous (Som I 34). In questo caso aghios perde il suo significato originario e assume quello di venerabile in riferimento alla creazione di Dio. Perciò – secondo il concetto peculiare della teologia di Filemone – l’anima è il santuario di Dio. Non si può trovare per Dio una dimora. In questo caso il sighnificato di aghios si avvicina a quello di aghios “puro”, distaccandosi perciò da quello di qados.

Diverso è l’uso dell’aggettivo in Giuseppe. A differenza di Filone, che non evita aghios, ma gli da un significato estraneo all’A.T. , si nota in Giuseppe una certa riluttanza ad usare aghios, evidentemente perché esso “aveva un suono insolito per un orecchio greco”. Lo dimostra il confronto fra il III libro delle Antichità , che tratta delle Istituzioni cultuali mosaiche, e le parti corrispondenti del Levitico a cui Giuseppe ha attinto. Mentre nel Levitico il concetto di aghios= qados è molto frequente – tanto che da esso prende il nome di “codice di santità” dei capp. 17-26 – esso invece ricorre raramente in Giuseppe, qui non meno che nelle altre opere, aghios è usato da Giuseppe soprattutto in riferimento al tempio; a proposito del naos leggiamo che la qualifica conviene tanto al santo dei santi quanto al santuario con l’atrio e il muro di cinta. Anche la terra santa ha l’aggettivo aghios . Ma molto più di aghios sono frequenti in Giuseppe aguos e i suoi derivati. Giuseppe, seguendo un criterio che è particolarmente evidente nelle sue affermazioni relative alla divinità, stempera, per adeguarsi alla mentalità e alla cultura dei lettori, i fondamentali concetti ebraici che si era tentato di rendere con aghios e aghateiu.

  1. Il concetto di santità nel giudaismo rabbinico
  2. Nel giudaismo rabbinico l’uso della radice qds è sostanzialmente conforme all’A.T. Così, per es. , secondo l’uso anticotestamentario sono definiti “santi” – senza che questo aggettivo comporti una specifica determinazione essenziale – il tempio; i sacerdoti, i sacrifici (distinti in quelli santissimi e quelli di minor santità); inoltre anche i giorni festivi, il sabato, il popolo di Israele, la Palestina, ecc. Spesso si nota anche la tendenza a ordinare in un sistema gerarchico gli oggetti ritenuti “santi” nell’A.T. Così in Kel 1,6 ss troviamo una successione di dieci gradi di santità (“terra di Israele…Gerusalemme, altura del tempio.. atri degli uomini, delle donne, dei sacerdoti, edificio del tempio”). In Meg 3,1, invece, la gerarchia del sacro è la seguente: 1) spiazzo libero di una città (in cui si tengono solennità cultuali), 2) sinagoga, 3) casetta della Torà nella Sinagoga, 4) involucri delle Sacre Scritture che si trovano nella casetta della Torà, 5) rotoli dei Nebliim e dei Keturbn, 6) rotolo della Torà.

In qualche caso il rabbinismo presenta nuove applicazioni del concetto di santità, che però rimangono sempre entro i limiti della sacralità cultuale veterotestamentaria. Così l’espressione “santità dei capelli” è usata, per dire che il nazireo deve tagliarsi i capelli in quanto sacri a Dio (Num 6,15.18), e “santità del corpo” vuol dire che il nazireo non deve contrarre imèpurità dal contatto con i morti (Num 6,6 ss).

Va ricordato infine un uso profano: qiddes, costruito con l’accusativo della donna e l l’uomo = “fidanzarsi con una donna” , letteralmente “scegliersi , togliere per sé una donna”. “Togliere”, “separare” è infatti il significato fondamentale di qds, applicato in questo caso alla sfera profana e ristretto alla scelta della moglie.

Sono questi i casi principali in cui, nella letteratura rabbinica, ricorre la radice qds. In contesti teologici la radice qds non è molto più frequente che in quelli tradizionali e profani.

  1. Nel giudaismo Dio è santo in quanto giudice severo e inesorabile, come il re supremo, rex tremendae maiestatis, al quale ci si può accostare soltanto con un brivido di sacro terrore. Ogni giorno il giudeo rivolge al “grande potente e terribile Dio” la preghiera: “Santo sei tu e teribile il nome tuo “. Si comprende quindi perché i rabbini parlano tanto spesso del timore di Dio e non di rado definiscono Jahvé come melek malke hamm lakin, espressione che indica la maestà divina trascendente ogni realtà terrestre. Il particolare rilievo dato al timore di Dio e alla distanza fra il Creatore e l’uomo non significa però che il tardo giudaismo concepisca Dio come l’Essere chiuso in una trascendenza inaccessibile; egli, anzi, rivela la sua santa maestà proprio quando si avvicina a lui e continuamente viene ribadito che egli è presente in mezzo al suo popolo. Inoltre il tardo giudaismo conosce anche un rapporto diretto e fiducioso con Dio. Ma anche quest’atteggiamento confidente – quando è ispirato da sincera pietà e non da uno spregiudicato utilitarismo – è indisgiungibile dal timore reverenziale per la santità di Dio. Perché anche il “santo” è una delle definizioni di Dio più frequenti nel giudaismo. Si trova nell’Ecclesiastico e in Enoc e poi nei testi rabbinici a partire da dal secolo III (accompagnata regolarmente dalla eologia; mentre manca stranamente nei documenti più antichi della tradizione rabbinica (sec. I e II d.C.). Accanto ad essa si trova ancora haqqodes, la santità (astratto per il concreto) nella formula mippi haqqodes; per es. S. Num. 112, a 15,31: “Mosé ha proclamato tutta la Torà con la bocca della santità “ (ossia esattamente come Dio gliel’aveva comunicata).

Santo è anche lo Spirito di Dio; ruah haqqodes è un’espressione fatta, in luogo della quale non si trova mai, per es. ruah hammaqom o altre simili, che corrisponderebbero al ruah jhwh dell’A.T.). Santo è anche e soprattutto il nome di Dio. Questo spiega perché il “nome proprio” (sem hamm juhad) di Dio nel tardo giudaismo non fosse mai pronunciato fuori dalle cerimonie nel tempio. Dopo la distruzione del tempio non si seppe più come pronunciarlo, e perciò fu sostituito nella lettura degli scritti sacri, da adonaj e nell’uso corrente da samajim. Ma anche questi surrogati col tempo diventeranno tabù, e la lettura di adonai in luogo di jhwh fu limitata all’uso liturgico, mentre in provato si leggeva hassem “il nome”; samajim, dal canto suo, fu sostituito dal generico Hammaqom “il luogo” (ossia il cielo =Dio).

La santità del nome di Dio (ossia la santità di Dio stesso) si esprime caratteristicamente nella frase santificare il nome (di Dio). Essa ricorre talvolta nelle preghiere, avendo Dio come soggetto: “santifica il tuo nome” (Tanna d-be Elijiahu 21 E), oppure – in forma variata, ma sostanzialmente identica : “sia santificato il tuo nome”. Equivalente a queste è l’altra frase : “sia glorificato il tuo nome”. Le due formule si trovano insieme all’inizio della preghiera del Qaddis : “sia santificato e glorificato il tuo grande nome”. “Dio santifica il suo nome dimostrando al mondo la sua santità” e con ciò “costringe” gli uomini “a riconoscerlo”. Di solito, però, si dice degli uomini e talvolta soltanto degli Israeliti che santificano il nome di Dio. E lo santificano “vivendo in modo che gli uomini sono costretti a constatare e ammettere che il Dio di Israele è il vero Dio”, ossia soprattutto obbedendo alla volontà di Dio con l’osservare i precetti della Torà, ma anche col tenere una condotta irreprensibile di fronte al mondo. Così la santificazione del nome (qiddus hassem) è per il giudaismo “il supremo principio e motivo dell’agire morale”. In particolare sono i martiri che santificano il nome di Dio, osservando i suoi comandamenti anche a costo della propria vita-

  1. La Scrittura è sacra in quanto è parola di Dio. In particolare la Torà è più sacra degli altri scritti dell’A.T., perché è “Parola di Dio” in senso più stretto. SI veda la gerarchia delle cose sante di Meg. 3,1 che abbiamo riferito. L’esplicita definizione della Torà o di tutto l’Antico Testamento come Kitbé haqqodes è rara nella letteratura rabbinica. Di solito si parla soltanto di hattora o di hakkatub. La spiegazione è semplice: la santità della Torà si rivela soprattutto nel fatto che la sua lettura è al centro del rito sinagogale, preceduta e seguita da preghiere relative ad essa. La lettura della Torà è perciò un’azione cultuale, sacra. Ma anche al di fuori del culto la lettura e lo studio della Torà erano considerati un’opera santa: “quando due siedono insieme e si occupano della Torà, Dio è presente in mezzo ad essi” (Ab. 3,6 e passim). La stessa idea si ritrova nelle narrazioni del prodigio occorso ad alcuni rabbini che, mentre studiavano la Torà, vennero avvolti da fiamme.

Poiché la Scrittura è sacra, sacri sono anche i singoli rotoli di essa, e in particolare quelli della Torà. L’azione stessa di scrivere un rotolo della Scrittura è sacra. Così in b. Er. 13 a, R. Jishmael scrive a R. Meier, copista della Scrittura: “Figlio mio, sii diligente nel tuo lavoro perché è opera divina” . Perciò R. Akibà (S. Num. 5,23 e 16 E) chiede che le copie della Torà scritte dagli eretici vengano bruciate, “perché non sono state scritte in santità”, ossia un giudeo di stretta osservanza e secondo le regole.

Per significare la santità dei rotoli della Scrittura i rabbini usavano dire che essi “rendono le mani impure”, intendendo con ciò che le mani rese sante dal contatto con la Scrittura dovevano essere sconsacrate con una abluzione rituale prima di essere nuovamente adibite agli usi comuni.

  1. Anche gli uomini vengono spesso definiti “santi” nella letteratura rabbinica. Santo è chi osserva i comandamenti di Dio e conduce una vita pia, accetta a lui: “la santità che consiste nell’osservare tutti i comandamenti” . Anche lo studio della Torà fa parte delle opere accette a Dio. Perciò i discepoli dei dotti sono chiamati ‘am qados. José b Meshullaau e Shim’on b. qdosa, “comunità santa”, perché la loro vita rappresentava in qualche modo l’ideale della pietà giudaica. Essi dividevano la giornata in tre parti: 1/3 per la Torà, 1/3 per la preghiera e 1/3 per il lavoro. “Santi” sono detti anche gli uomini giusti e pii dell’A.T. Così in Tanh. Hmdbr 2,2 sono santi i patriarchi, in Gen r. 65 lo è Isacco, in Gen r 45 Abramo.

Particolare rilevo è dato all’aspetto negativo della santità. “Essere santo” significa essere separato Separato innanzitutto dai popoli pagani e dai loro culti idolatrici. Ma spesso “essere santo” significa tenersi lontano dal peccato, soprattutto dalla lussuria. In Lev r. 24, 6 (34d) Jehuda b. Pazzi dice: “Chi si tiene lontano dalla lussuria è chiamato santo”. Nello stesso senso si esprime Num r. 9 (151b). Così Rabbi (Jehuda I) è chiamato santo “perché per tutta la sua vita non guardò mai (il punto del)la sua circoncisione” e Nahum b Simai era chiamato “santissimo” perché non vide mai una statua (pagana e nuda) e nemmeno una figura su una moneta. Santi e casti sono per il tardo giudaismo addirittura sinonimi. Maimonide (sec XII) chiama qsh la sezione della sua Mishné Torà che contiene le prescrizioni di ordine sessuale e Nachmanide (sec. XIII) intitola una lettera sullo stesso argomento ‘grt qdsh. (lettera santa).

Segue Aghios nel N.T.

  1. La santità di Dio
  2. Gesù Cristo come Aghios
  3. Lo Spirito Santo
  4. La novità dell’ecclesia
  5. La vita “santa” dei cristiani
  6. La ecclesia triumphans

 

Maurizio deve cimentarsi nel terminare la traduzione dall’inglese delle preposizioni teologiche di Barclays che sono fondamentali per l’identità quacchera e purtroppo sottovalutate in passato: abbiate pazienza che ritorneremo sul Lessico. Contateci.

Abbiamo tanti nuovi contatti ma deve essere chiarita fi da ora la specificità del messaggio quacchero se aderire o meno e non in mera contestazione alla chiesa cattolica o quelle evangeliche. Non siamo noi ma non è sufficiente il NO. Occorre il SI’.

Preghiamo per i tre nuovi ingressi in FB nei Meeting Minutes (sono chiamati così nel mondo da noi) giornalieri quaccheri: l’accoglienza ai nuovi è totale e la preghiera vale anche per le due persone che hanno deciso di lasciarci su whatsappe e via e.mail. Le porte sono aperte in ingresso e uscita. Siamo a 78 persone collegate sul social e 5 via e.mail. Mai avuto tanto riscontro in Italia. Da sempre.

 

Salmo nr. 25: cercate una bibbia in casa o in rete come faccio io domani su Google o altro motore di ricerca e scegliete la traduzione preferita (ebraica, protestante, CEI, pentecostale o altro…) La new revised standard version “The bible with apocrypha”  (anglicized editon) in uso ai quaccheri londinesi non è necessaria. Fate liberamente: lo Spirito è libertà. Benazzi digitalizza quelle apostoliche.

 

Vangelo di Luca 2,29 -32

Nunc dimittis

Ora lascia, Signore, che il tuo servo …
vada in pace secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
che hai preparato al cospetto di tutti i popolo (Is 40,4; 52,10):
luce per illuminare le genti
e gloria del popolo d’Israele (Is 42,6; 46,13)

 

 

 

 

 

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