la situazione in Svizzera tra realtà è sogni quaccheri

 cristiani siano costruttori di pace
Seguire l’esempio nonviolento di Gesù

(Paolo Tognina) Il pastore evangelico Ueli Wildberger è attivo da molti anni nel movimento pacifista svizzero. Dal 1998 lavora per il “Forum für Friedenserziehung”, il ramo svizzerotedesco del Movimento internazionale per la riconciliazione. Abbiamo parlato con lui del servizio civile e dell’impegno cristiano a favore di una cultura di pace.

Il protestantesimo svizzero ha avuto un ruolo nella lotta per l’introduzione del servizio civile nel nostro Paese?
La prima petizione in cui si chiedeva di creare un servizio civile è stata inoltrata nel 1903 dal pastore Paul Pettavel, di Neuchâtel. E dopo la prima guerra mondiale il pastore socialista religioso Leonhard Ragaz ha lanciato una seconda petizione, nel 1923, che ha raccolto 40’000 firme. Ma prima che le loro proposte fossero accolte, è passato quasi un secolo!

Come si spiega un’adesione tanto massiccia, in quell’epoca, alla richiesta di un servizio civile?
Alla fine della prima guerra mondiale era cresciuto un forte movimento di rifiuto della guerra. I socialisti religiosi, come Ragaz e sua moglie Clara, cercarono di cavalcare, purtroppo senza successo, quel sentimento.

Quali erano le motivazioni di Ragaz?
Erano motivazioni evangeliche, direi anzi gesuane, ricalcate sull’esempio di Gesù, il quale ha respinto l’uso della violenza. Il cristianesimo primitivo ha cercato di vivere secondo l’esempio nonviolento di Gesù, ma il grande peccato è arrivato con Costantino e la giustificazione teologica della guerra. Ragaz ha riconosciuto nella svolta costantiniana un tradimento della chiesa nei confronti delle sue origini.

Come ha reagito la chiesa evangelica alle richieste di un servizio civile?
La chiesa ufficiale non ha appoggiato la proposta ragaziana e ha deciso invece di continuare a sostenere il principio secondo cui la guerra, a determinate condizioni, può essere giusta. In fondo questa è ancora oggi la posizione di cattolici e riformati. Il Consiglio ecumenico delle chiese si distanzierà forse da questa linea: il prossimo anno, al termine del Decennio delle chiese contro la violenza. Il CEC intende pubblicare un documento che dovrebbe contenere un esplicito sostegno nei confronti dell’intervento attivo nonviolento.

E rispetto alle iniziative per il servizio civile inoltrate a partire dagli anni Settanta, che reazione c’è stata negli ambienti delle chiese?
Molti ambienti cristiani hanno sostenuto quelle iniziative: non tanto le chiese ufficiali, bensì gli enti umanitari. Penso a Pane per Tutti, all’Aiuto delle chiese evangeliche in Svizzera, a Pax Christi…

Perché in Svizzera c’è voluto tanto tempo prima che fosse introdotto un servizio civile?
L’esperienza maturata nel corso della seconda guerra mondiale ha radicato nella popolazione e nelle autorità la convinzione che l’esercito avesse preservato il Paese dalla catastrofe dell’invasione nazista. Più tardi questa convinzione è stata applicata alla funzione dell’esercito in funzione anti-sovietica. È dunque stato necessario attendere la caduta del Muro di Berlino e il crollo del blocco sovietico perché si facesse largo un nuovo modo di considerare le cose.

Oggi in Svizzera il servizio civile è accettato e dallo scorso primo aprile basta la “prova dell’atto” per essere ammessi. Si può dire che il capitolo “servizio civile” sia chiuso?
No, non è ancora chiuso. Io distinguo infatti tra “servizio civile”, che è quello che ora abbiamo, e “servizio per la pace”, che è quello che dovremmo sforzarci, soprattutto le chiese, di attuare. Intendo un intervento attivo nonviolento, sull’esempio delle chiese pacifiste storiche – i quaccheri e i mennoniti – o anche della Comunità cattolica di Sant’Egidio, a favore della riconciliazione, di mediazione nei conflitti, di informazione non partigiana, di costruzione della pace mediante metodi nonviolenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: