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Festeggiamo le 1.389 visite di ieri con 1029 visitatori unici e 1,33 pagine lette: un risultato storico di ogni epoca in Italia con…

Prima parte

Questo è un elenco di persone importanti associate alla Società religiosa degli amici , nota anche come Quaccheri, che hanno un articolo su Wikipedia. La prima parte è costituita da individui noti per essere o essere stati Quaccheri continuamente da un certo punto della loro vita. La seconda parte è costituita da individui i cui genitori erano quaccheri o che erano essi stessi quaccheri una volta nella loro vita, ma poi si sono convertiti a un’altra religione, o che formalmente o informalmente si sono allontanati dalla Società degli amici, o che sono stati rinnegati dal loro incontro di amici . Elenco dei quaccheri – https://it.qaz.wiki/wiki/List_of_Quakers

UN

Elisabeth Abegg (1882–1974), educatrice tedesca che ha salvato gli ebrei durante l’Olocausto

Damon Albarn ( nato nel 1968), musicista, cantautore e produttore discografico inglese

Harry Albright (vivente), ex redattore canadese di origine svizzera di The Friend , consulente per le comunicazioni per FWCC

Thomas Aldham (c. 1616-1660), inglese Quaker strumentale nella creazione del primo incontro nella Doncaster zona Horace Alexander (1889–1989), scrittore inglese sull’India e amico di Gandhi

William Allen (1770–1843), scienziato inglese, filantropo e abolizionista

Edgar Anderson (1897–1969), botanico americano

Charlotte Anley (1796–1893), romanziera e scrittrice inglese

Elizabeth Ashbridge (1713–1755), predicatrice e memoirist inglese quacchera

Ann Austin (XVII secolo), prima missionaria quacchera inglese

Iwao Ayusawa (鮎 沢 巌, 1894–1972), diplomatico giapponese

B

Edmund Backhouse (1824–1906), banchiere inglese e parlamentare per Darlington

James Backhouse (1794–1869), botanico e missionario australiano nato nel Regno Unito

Edmund Bacon (1910-2005), architetto americano Ernest Bader (1890–1982), uomo d’affari e filantropo inglese nato in Svizzera

Joan Baez (nata nel 1941), cantante folk americana e attivista per la pace

Eric Baker (1920–1976), cofondatore inglese di Amnesty International e della Campagna per il disarmo nucleare

Emily Greene Balch (1867-1961), vincitrice del premio Nobel per la pace americano

Chris Barber (1921–2012), uomo d’affari inglese e presidente di Oxfam

Robert Barclay (1648–1690), teologo scozzese

John Henry Barlow (1855-1924), statista quacchero inglese

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence

Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista Caleb P. Bennett (1758–1836), soldato e politico americano

Douglas C. Bennett (nato nel 1946), accademico americano, presidente dell’Earlham College

Lewis Benson (1906-1986), stampatore americano, esperto di primo quaccherismo, in particolare George Fox Hester Biddle (1629–1697 circa), scrittore di pamphlet e predicatore inglese Albert Bigelow (1906-1993), manifestante americano per le armi nucleari

J. Brent Bill (nato nel 1951), ministro americano e scrittore di religione

George Birkbeck (1776-1841), uno dei fondatori inglesi del London Mechanics Institute, ora Birkbeck, University of London Sarah Blackborow (fl. 1650-1660), tractarian inglese prominente nella discussione del ruolo delle donne nella società e delle questioni sociali

Barbara Blaugdone (c. 1609–1705), autobiografa e ministro inglese

Taylor A. Borradaile (1885–1977), chimico e uno dei quattro fondatori e primo presidente della confraternita Phi Kappa Tau ; due dei principi fondanti di Phi Kappa Tau sono anche due delle testimonianze quacchere : Integrity and Equality

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista

Segue domani ancora la lettera B

Meeting Minutes

Meeting Minutes

Le chiese cristiane hanno fatto a meno del Nuovo Testamento almeno per i primi due secoli, circa (cioè ALMENO fino al 220 dopo la morte di Gesù. E’ una cosa risaputa, ma moltissimi non ne tengono conto. In questi due secoli esistevano molto scritti cristiani e molti vangeli. Quindi Paolo non scriveva per costruire il Nuovo Testamento. Non ci pensava affatto e così anche Matteo o Marco o il vangelo di Pietro o quello degli Ebrei ecc. Erano scritti diversi e spesso in polemica fra loro: NON SI SENTIVANO LEGATI FRA LORO DA UN NUOVO TESTAMENTO CHE allora NON ESISTEVA.

Mauro Pesce, esegeta

L ‘ anno scorso i Quaccheri in Gran Bretagna hanno ufficialmente dato il loro sostegno a una prova di un reddito di base universale. L ‘ idea risale anche se almeno alla fine della prima guerra mondiale, quando Bertrand Russell ha chiesto un ′′ salario vagabondo ′′ nel suo libro ′′ Roads to Freedom ′′ e la coppia di Quaker, Mabel e Dennis Milner, hanno formato la Lega del Bonus Statale per campagna per un pagamento settimanale di 5 scellini a persona, ′′ basta per mantenere vita e libertà In considerazione di questo è interessante notare che i politici sostengono il reddito di base universale, hanno fatto bene alle recenti elezioni UBI e recenti elezioni: https://www.theguardian.com/…/election-success-uk…Sfondo alle idee UBI: http://www.inthelongrun.org/…/an-idea-whose-time-has…/I quaccheri in Gran Bretagna sostengono il processo UBI: https://www.quaker.org.uk/…/quakers-join-calls-for-a…

https://www.theguardian.com/politics/2021/may/10/election-success-uk-politicians-backing-universal-basic-income?fbclid=IwAR04NVHPRiBmBC9H0x3qrjSPSa7S2e8Zb9u48BBbWg4vruEJ0OkYkHKRs3c

Quando Gesù descrive com’è il Regno, raffigura i lavoratori che guadagnano un salario uguale, i debiti delle persone vengono cancellati, e il primo è ultimo e l’ultimo è primo. Le parole ′′ il tuo regno viene “, sono una dichiarazione radicale.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante bambino, in piedi e attività all'aperto

DA UN QUAKER IN MESSICO:


Una poesia di vita
Oggi tre giovani donne Maya
lavorato insieme
Ho fatto tortillas sul mercato
Parlava e sorrideva mentre arrotolava l’impasto nelle palline
Poi strizzato ogni palla in una tortilla con
movimenti femminili che mi ricordano mia madre…
mani veloci, esperte, belle…
più tortillas sulla superficie calda, più chiacchiere sul lato,
sorrisi più condivisi.
Anche parlato e sorriso con i clienti che passano
mentre frequento ogni tortilla
sulla superficie calda
poiché ognuno è pronto.
Continuando i sorrisi, gli sguardi tra questi
e un occasionale
Ho condiviso una piccola risata.
Cosa si stanno dicendo e
perché l’umorismo?
Non mi hanno visto guardare mentre creavo cibo,
creare un piacevole passaggio del tempo, e creare
una poesia di vita su
Pianeta Terra.

Noi stiamo con Israele

Ancora razzi su Israele ma gli estremisti palestinesi sbagliano calcoli sulla difesa del sacro suolo di Israele. Muoiono con tanto di vergini che li attendono nel loro paradiso.

Noi in Italia come quaccheri non possiamo essere confusi coi quaccheri liberali di Londra, pro palestinesi.

Per noi sono i padri della nostra fede cristiana e rispettano il loro diritto alla autodifesa dai terroristi armati.

Noi abbiamo lo stesso Dio di Abramo Isacco e Giacobbe. E il nostro rabbi leggeva solo le scritture ebraiche. Di certo non Paolo dei protestanti.

È e sarà sempre un ebreo. Ribelle ma ebreo e non “cristiano”. Il nostro Amico.

Difendiamo le foreste

In difesa delle nostre foreste

10.05.2021 – The Ecologist

Quest’articolo è disponibile anche in: InglesePortoghese

In difesa delle nostre foreste
Veduta aerea della foresta pluviale tropicale dei Monti Cardamomi in Cambogia. (Foto di Andyb3947 – Stung Proat Cardamom Mountains.jpg / CC BY-SA 4.0)

Possono i Diritti della Natura essere la risposta alle crisi ecologiche?

Nel 2020 è cominciato il piano di deforestazione delle zone boschive secolari interessate dal percorso previsto per la nuova linea ferroviaria ad alta velocità HS2 del Regno Unito. I lavori di disboscamento hanno avuto inizio nella foresta di Jones’ Hill Wood nel Buckinghamshire, luogo d’ispirazione letteraria del libro Fantastic Mr Fox di Roald Dahl, un classico della letteratura per l’infanzia.

Finché, in considerazione delle continue proteste, delle sfide legali e della scoperta di una rara specie di pipistrello, la HS2 è stata obbligata per legge a mettere i lavori in stand-by per condurre indagini e fare domanda per la licenza a tutela della chirotterofauna.

Poiché i pipistrelli sono una specie protetta, la legge prevede l’emissione di licenze del Natural England, senza le quali non è possibile interferire o danneggiare le zone boschive nelle quali essi vivono. Il 30 marzo 2021, Natural England ha emesso una licenza a favore degli appaltatori della HS2, consentendo la ripresa dei lavori al Jones’ Hill Wood a determinate condizioni.

Marianne Brown, redattrice di  Resurgence & Ecologist, ospiterà un dibattito sul tema di questo articolo con il Resurgence Readers’ Group il 14 maggio 2021Prenota il tuo posto online.

La tregua

Mark Kier, dell’Earth Protector Communities, ha impugnato la decisione di Natural England presso la Corte Suprema, e il 16 aprile la giudice Lang ha ordinato l’interruzione dei lavori in attesa della decisione inerente alla richiesta o di un’ulteriore ordinanza.

Nel frattempo, oltreoceano, i giudici che presiedono due udienze per azioni legali in tribunali di grado inferiore dell’Ecuador, hanno dato il via alla creazione di un precedente globale tramite il riconoscimento dei diritti costituzionali delle foreste nebulose delle Ande.

Il governo ecuadoriano ha presentato ricorso contro entrambe le sentenze. Se le decisioni prese verranno rispettate, ciò si tradurrà nell’interruzione dell’estrazione mineraria nella foresta e nella conseguente salvaguardia di centinaia di specie a rischio.

Sia nel Regno Unito che in Ecuador è in ballo il destino di specie rare tutelate dalla legge e di habitat insostituibili. In entrambi i Paesi, lo Stato ha sfruttato la legge per autorizzare la distruzione e il danneggiamento degli habitat da parte delle corporazioni, favorendo lo sviluppo economico nazionale.

Tuttavia, mentre c’è la possibilità di interrompere le estrazioni minerarie nella foresta nebulosa delle Ande senza un’inversione di tendenza a livello politico, per le zone boschive della HS2 si potrebbe trattare di nient’altro che una tregua.

L’estrattivismo

La differenza degli esiti ottenuti si spiega almeno in parte con il riconoscimento dei Diritti della Natura nella Costituzione dell’Ecuador del 2008: l’Ecuador è stato il primo Paese al mondo a realizzare una legislazione di questa portata.

Tali diritti sono il risultato della mobilitazione dei popoli indigeni e della società civile negli Stati Uniti e in Ecuador, che ha portato ad un movimento nazionale e globale teso al riconoscimento della Natura come soggetto legale avente diritti.

Attivisti nel campo legale e i Popoli Indigeni, supportati dall’esperienza degli ecologisti, hanno sfruttato il movimento per portare nei tribunali ecuadoriani le rivendicazioni costituzionali per i Diritti della Natura e dei Popoli Indigeni. La forza di questo movimento si è dimostrata essere fondamentale nel corso di più di un decennio di rivendicazioni dei Diritti della Natura.

In un contesto di grande appoggio da parte dell’opinione pubblica, nel settembre 2020, un tribunale Cotacachi ha concesso un atto di tutela costituzionale a favore dei Diritti della Natura per proteggere due rare specie endemiche di rane, così come delle scimmie e centinaia di altre specie il cui habitat veniva minacciato dal progetto di estrazione del rame Llurimagua.

Questo è successo a seguito di una sentenza del Tribunale Provinciale di Imbabura, che ha sostenuto i Diritti della Natura della Foresta Protetta di Los Cedros contro l’estrazione mineraria. Il governo dell’Ecuador ha fatto ricorso per entrambe le sentenze.

Le miniere

Il risultato finale produrrà un precedente globale indicativo dell’equilibrio ultimo tra i diritti costituzionali di un ecosistema forestale e il potere di sfruttamento delle riserve minerarie da parte dello stato e delle corporation a favore dello sviluppo economico.

Per contro, le zone boschive secolari del Regno Unito hanno una tutela giuridica limitata, malgrado la loro rilevanza storica e culturale e la ricchezza di biodiversità. I boschi e gli alberi secolari vengono riconosciuti come “insostituibili” dal National Planning Policy Framework [politica di pianificazione dell’uso del suolo nel Regno Unito].

Tuttavia, solo una piccola parte delle zone boschive secolari è stata dichiarata area protetta. Alcune specie rare, compresi i pipistrelli, hanno il più elevato livello di protezione contro i danni che i cantieri causano al loro habitat.

Non esiste né una legge né una politica di pianificazione in grado di offrire una garanzia di protezione contro gli interventi infrastrutturali sostenuti dallo Stato. Tale carenza in materia di tutela giuridica della Natura ha consentito al governo del Regno Unito di esercitare il potere discrezionale e di proseguire con il progetto della linea di alta velocità, malgrado la crescente pressione dell’opinione pubblica e le sfide legali mosse a favore della salvaguardia delle zone boschive secolari.

Eppure, nemmeno il riconoscimento a livello costituzionale offre una garanzia di protezione. Dal 2017 il governo dell’Ecuador ha infatti ampliato il proprio programma di concessione per l’estrazione mineraria. Nel caso Cóndor Mirador del 2013, la prima azione legale sui Diritti della Natura intrapresa dalla società civile, la corte d’appello ha confermato il piano statale per le miniere a cielo aperto in Amazzonia.

Le strategie

Tutto questo ci ricorda le effettive carenze legislative presenti nei diritti umani. Quando si parla di diritti umani a fronte di un argomento di interesse statale, le corti hanno spesso emesso sentenze a favore di quest’ultimo.

Mentre la Costituzione ecuadoriana apre nuove prospettive sancendo i Diritti della Natura, finora la maggior parte dei casi riguardanti i Diritti della Natura si sono conclusi a favore degli interessi statali per lo sviluppo economico, o hanno favorito le argomentazioni dello Stato per la protezione della Natura a discapito delle attività delle comunità locali.

Nonostante il percorso turbolento dei Diritti della Natura in Ecuador, la guida fornita dalla Costituzione del Paese ha creato un effetto a catena che ha attraversato il Sud America per poi spingersi oltre. In Nuova Zelanda, il fiume Whanganui, la foresta Te Urewera e la montagna Taranaki Maunga sono stati tutti dichiarati aventi diritti inalienabili.

Lo Stato e le popolazioni Māori locali hanno concordato una governance congiunta nell’interesse del fiume, della foresta e della montagna. Questi accordi di gestione condivisa non escludono però completamente l’eventualità di estrazione mineraria.

La legge è uno strumento che può essere manovrato dallo Stato o da altri potenti organismi per prevalere e assoggettare, tanto quanto può essere usata per emancipare e trasformare. L’esperienza ecuadoriana mostra che il riconoscimento legale dei Diritti della Natura non offre la garanzia che il governo adotti delle politiche che li rispettino.

Dal punto di vista politico

Il modello neozelandese si adopera per la condivisione del potere, ma permette ancora, in determinate circostanze, lo sfruttamento delle risorse naturali. Più che la legge di per sé, sono l’appoggio dell’opinione pubblica e la volontà dei governi e dei tribunali di impegnarsi a livello legislativo seguendo metodi ecologicamente progressivi che determinano ciò che accade nella pratica.

Quando l’attivista ambientale Chris Packham ha intrapreso un’azione legale nel 2020 contro il governo e la HS2 Ltd nei tribunali inglesi, il caso è stato respinto sostanzialmente in quanto considerato una questione di giudizio politico entro i limiti fissati dalla legge, ivi compresi gli accordi sul clima del Regno Unito.

Generalmente, i tribunali hanno un potere di intervento limitato sul processo decisionale del governo attraverso il ricorso giudiziario. Le nuove inquadrature legislative di stampo ecologico, come i Diritti della Natura, l’ecocidio e i diritti umani ambientali, sono necessarie per raggiungere nel Regno Unito il tipo di protezione per la Natura contro l’esercizio del potere statale e corporativo pari a quello che si è affermato in Ecuador.

Tuttavia, come è accaduto in Nuova Zelanda, bisogna che la legge venga concepita in modi che siano anche culturalmente significativi, per poter essere socialmente e politicamente accettata.

La differenza

In un momento in cui ci accostiamo alla Natura tanto velocemente quanto la stiamo perdendo, le persone e gli Stati dovranno ripensare l’approccio ecologico alla legge e una modalità di condivisione del potere equa tra le persone e lo Stato nei diversi contesti.

I Diritti della Natura rappresentano un possibile approccio, ma comportano delle sfide e necessitano del supporto dell’opinione pubblica se si vogliono proporre come strumento legislativo efficace. In ogni Paese e cultura esiste l’opportunità di sviluppare delle normative partendo dagli spazi in cui la connessione uomo-Natura viene alimentata e riscoperta.

Alla fine, ciò potrebbe portare alla decentralizzazione degli interessi statali e a un mutamento radicale nelle culture e gerarchie giuridiche, riconoscendo la natura differente e interdipendente della relazione uomo-Terra

Non bisogna essere comunista per sostenere il popolo di Cuba affamato dagli USA

L’embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. Intervista con l’ambasciatore cubano nella Repubblica Ceca

10.05.2021 – Praga, Rep. Ceca – Gerardo Femina

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnolo

L’embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. Intervista con l’ambasciatore cubano nella Repubblica Ceca
Danilo Alonso Mederos, ambasciatore cubano a Praga (Immagine di Gerardo Femina)

Per più di 60 anni, un embargo economico degli Stati Uniti ha colpito Cuba e diverse risoluzioni delle Nazioni Unite non sono state sufficienti per mettere fine a queste sanzioni. La questione è molto attuale perché grazie alle numerose missioni di solidarietà che Cuba ha realizzato nel mondo, sempre più paesi chiedono a Washington di cambiare la sua politica.
Il signor Danilo Alonso Mederos, ambasciatore cubano a Praga, ex vice ministro di scienza, tecnologia e ambiente, ci ha rilasciato questa intervista.

Signor ambasciatore, può raccontare brevemente come è avvenuto questo embargo?

In poche parole, posso cercare di riassumere ciò che rappresenta la lunga storia del blocco di Cuba.

Fin dal trionfo della rivoluzione cubana nel 1959, le amministrazioni statunitensi speravano che il processo rivoluzionario sarebbe finito in pochi mesi. Ma quando furono messe in atto decisioni popolari e vantaggiose per tutta la popolazione, che a sua volta ratificò l’indipendenza nazionale, cominciò la vessazione.

Il 3 gennaio 1961, il presidente degli Stati Uniti decise di rompere le relazioni diplomatiche con Cuba. Nel marzo di quell’anno prese delle misure che limitavano l’esportazione di cibo e medicine a Cuba. Il 6 febbraio 1962 proibì l’importazione di tutte le merci di origine cubana nel territorio degli Stati Uniti. In sostanza, non si potevano importare merci dagli Stati Uniti a Cuba, né Cuba poteva esportare nulla in quel paese.

Per capire meglio cosa significa il blocco, è necessario sapere che prima del 1959 più del 64,5% delle esportazioni di Cuba e il 73,5% delle sue importazioni dipendevano dal mercato statunitense. Praticamente tutte le attrezzature, la tecnologia, le materie prime, il carburante e i prodotti alimentari esistenti provenivano dagli Stati Uniti.

Cuba era un paese che vendeva praticamente tutto il suo zucchero agli Stati Uniti attraverso un sistema di quote che avevano stabilito. Abbiamo anche esportato in quel mercato altri prodotti come il nichel, il tabacco, il caffè e il rum.

Improvvisamente, il paese ha finito le materie prime, il carburante e la possibilità di vendere il suo zucchero e i suoi prodotti di esportazione. Tutto il commercio, gli investimenti, tutto è stato soppresso!

Il blocco imposto a Cuba aveva lo scopo di far crollare la dipendente economia cubana.

Grazie alla solidarietà internazionale e all’appoggio disinteressato dell’Unione Sovietica e dei paesi che facevano parte del campo socialista, Cuba ha potuto realizzare le sue produzioni e iniziare un tipo di commercio più giusto, ma per farlo ha dovuto riorientare tutta la sua economia, le sue attrezzature e la sua tecnologia.

Negli anni ’90, con il crollo dell’area socialista e la perdita delle relazioni economiche commerciali e di cooperazione create in quasi 30 anni, abbiamo dovuto ricominciare da zero, ricostruire l’economia e riorientare i mercati di approvvigionamento. È stata indubbiamente una tappa dura in cui la volontà del popolo cubano è stata ancora una volta messa alla prova.

Il governo degli Stati Uniti forse pensava che Cuba non avrebbe avuto altra alternativa che seguire il corso dei paesi socialisti.

Tuttavia, quando non accadde ciò che avevano sperato, e quando si resero conto che anche in queste circostanze la popolazione continuava a sostenere la Rivoluzione e le sue conquiste sociali, adottarono nuove misure che intensificarono il blocco.

Nel 1992, la legge Torricelli ha reso il blocco una questione extraterritoriale impedendo alle filiali statunitensi in paesi terzi di commerciare beni con Cuba.

La legge Helms-Burton del 1996 ha ulteriormente intensificato e rafforzato la politica ostile contro il popolo cubano. Il Trade Sanctions Reform and Export Enhancement Act del 2000 impedisce ai cittadini statunitensi di viaggiare a Cuba come turisti. È l’unico paese al mondo in cui gli americani non possono viaggiare liberamente. Questa legge impedisce anche il finanziamento dei prodotti agricoli statunitensi da vendere all’isola.

L’arrivo di Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha significato l’inasprimento del blocco. Nuove e numerose misure sono state adottate per soffocare l’accesso del paese alle fonti per ottenere risorse finanziarie, impedire ogni tipo di transazione commerciale e impedire a Cuba di acquisire i combustibili che garantiscono la vitalità del paese.

In cosa consiste esattamente l’embargo?

Prima di tutto, vorrei specificare che in spagnolo ci sono differenze etimologiche tra embargo e blocco. L’embargo è la proibizione del commercio e del trasporto decretata da un governo, mentre il blocco equivale ad assedio, ostruzione e accerchiamento.

La parola embargo cerca di mascherare la realtà e fingere che si tratti di una questione di due nazioni, ma le leggi e le azioni del governo degli Stati Uniti sono extraterritoriali. Esercitano pressioni, minacciano governi, uomini d’affari e banche, applicano sanzioni economiche e politiche; condizionano l’aiuto e l’accesso a fonti finanziarie alle nazioni che stabiliscono qualche rapporto d’affari o commerciale con il nostro paese. Ecco perché noi parliamo sempre di blocco.

L’obiettivo dichiarato del blocco contro Cuba è: asfissiare economicamente la nazione caraibica e affamare il popolo cubano. Chiudere, bloccare, impedire, tormentare il paese. Questo era l’obiettivo e continua ad esserlo anche oggi.

Quali sono le ragioni che hanno portato gli Stati Uniti a questa decisione?

Gli Stati Uniti, come paese imperiale, hanno sempre voluto possedere Cuba, per ragioni geostrategiche e politiche. Vi ricordo che Cuba è anche conosciuta geograficamente come la chiave del Golfo. Il governo degli Stati Uniti considera l’America Latina come il suo cortiletto privato e agisce di conseguenza.

Infatti, prima del trionfo della rivoluzione cubana, gli americani avevano piani per trasformare l’Avana in un paradiso fiscale e in un luogo di gioco e di prostituzione. Avevano progettato di costruire hotel e casinò lungo tutto il litorale.

Il 1° gennaio 1959 significò la fine di questi piani. All’inizio pensavano che la rivoluzione fosse una questione di giorni e che i leader avrebbero abbandonato i loro obiettivi di giustizia sociale e pari opportunità per tutti i cubani. Le prime misure sociali e nazionaliste non furono di loro gradimento e cominciarono ad aumentare seriamente la pressione.

Il blocco è stata la misura più “pacifica”, ma hanno anche organizzato, incoraggiato ed eseguito numerose azioni aggressive, attacchi terroristici, introduzione di mercenari, guerra biologica, guerra di disinformazione e ostilità cibernetica. Nel 1961 ci fu l’invasione di Playa Giron, sconfitta in meno di 72 ore, che aveva lo scopo di prendere una parte del territorio nazionale per dichiarare un governo di transizione in quella zona e iniziare quella che poteva diventare una guerra civile.

I vari presidenti statunitensi in più di 60 anni non hanno cessato nelle loro intenzioni di mettere in ginocchio i cubani. Il costo è stato alto per entrambe le parti, ma per i cubani la dignità, l’indipendenza e la sovranità non sono negoziabili.

Ci sono stati momenti in cui sembrava che gli Stati Uniti volessero togliere l’embargo. Cosa ha impedito questa decisione?

Il blocco di Cuba ha un quadro giuridico complicato che rende difficile per la presidenza di quel paese prendere una simile decisione.

Ci sono anche molti interessi che ostacolano qualsiasi decisione del genere. C’è un settore di persone di origine cubana che ha costruito la sua storia e le sue posizioni politiche ed economiche sulla base di quel confronto. Togliere il blocco significherebbe perdere importanti benefici, non solo economici ma anche riguardo all’immagine che si sono costruiti.

Rimuovere l’embargo, per il complesso militare industriale e per coloro che esercitano il potere economico negli Stati Uniti, significherebbe ammettere che Golia non può sconfiggere Davide. Questo ferirebbe l’orgoglio di coloro che pretendono di essere i padroni del mondo e di coloro che impongono le loro decisioni secondo i loro interessi.

Personalmente, credo che non ci sia mai stata una seria intenzione da parte degli Stati Uniti di togliere il blocco. C’è stata qualche azione superficiale di ‘facciata’, ma se davvero ci fosse stata questa intenzione, anche con tutti gli ostacoli legali che si sono costruiti in 60 anni, si sarebbero potute fare molte più cose.

Quali conseguenze ha sulla vita delle persone a Cuba?

Senza dubbio, il blocco economico, finanziario e commerciale imposto a Cuba da una delle principali potenze mondiali ha importanti conseguenze sulla vita delle persone. Le politiche del blocco costituiscono una flagrante violazione dei diritti umani dei cubani.

Il blocco impone carenze e difficoltà di accesso a tutti i tipi di risorse. Le importazioni di materie prime e tecnologie sono rese più costose e le esportazioni di prodotti e servizi cubani sono più difficili.

Le transazioni bancarie sono disturbate; molte banche si rifiutano di fare trasferimenti a Cuba per paura di rappresaglie e sanzioni monetarie da parte degli Stati Uniti.

Gli uomini d’affari e i commercianti interessati al mercato cubano o a fare investimenti nel paese sono messi sotto pressione. Se commerciano o investono a Cuba, potrebbero perdere i loro affari negli Stati Uniti o, nel migliore dei casi, loro e le loro famiglie potrebbero non essere in grado di viaggiare a Cuba.

Cuba è allora considerata un paese rischioso per vendere, investire o comprare prodotti e quindi i tassi d’interesse aumentano.

Come potete capire, tutto questo colpisce la popolazione cubana e rende la vita più difficile. I prodotti, le materie prime e il carburante scarseggiano.

Nonostante le circostanze attuali, nessuno a Cuba è lasciato a se stesso. La gente conosce i vantaggi del regime sociale cubano e ciò che la Rivoluzione ha fornito per il suo sviluppo umano. A Cuba c’è giustizia sociale, sicurezza dei cittadini, pari opportunità, istruzione e garanzie sanitarie per tutti.

Come ha interpretato il popolo cubano l’embargo e come sta reagendo?

Il popolo cubano ha resistito a 60 anni di un blocco ingiusto e crudele e ha dovuto affrontarlo con coraggio e dignità. Il blocco statunitense è senza dubbio un’aggressione contro un paese il cui unico crimine è quello di non sottomettersi ai disegni e agli interessi dell’impero.

Il nostro popolo è molto dignitoso e affezionato alla sua libertà, alla sua sovranità. La rivoluzione cubana è autoctona, nessuno l’ha fatta o imposta dall’esterno. È stato il risultato dello sviluppo storico della nazione.

La nostra preparazione educativa e il nostro livello di conoscenze ci hanno permesso di affrontare queste sfide con intelligenza e capacità di adattamento alle circostanze peggiori. Siamo un popolo resiliente, capace di risorgere come una fenice dalle difficoltà che abbiamo affrontato.

Sono convinto che se il blocco statunitense non esistesse, la vita dei cubani e lo sviluppo economico e sociale del paese sarebbero molto migliori.

Come ha fatto Cuba, nonostante la crisi economica si sia aggravata a causa della pandemia, a investire in educazione e salute?

L’istruzione e la salute sono diritti fondamentali di tutti i cittadini cubani residenti nel nostro paese. Questi diritti sono sanciti dalla Costituzione e sono gratuiti per tutti, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione o dal modo di pensare. A Cuba, non c’è niente di più importante di ciascuno dei suoi abitanti.

L’istruzione e la sanità sono state la prima priorità dello Stato cubano fin dal trionfo della Rivoluzione, e perciò non si è risparmiato nessuno sforzo o risorsa per garantirle. È stato così per più di 60 anni e così si è comportato durante la pandemia.

È stato proprio grazie a queste politiche che il paese era meglio preparato di molti altri ad affrontare la pandemia.

Grazie all’alto livello di formazione sistematica delle risorse umane e ai livelli educativi raggiunti, il paese ha abbastanza medici e personale sanitario, non solo per affrontare la pandemia a Cuba, ma anche per fornire assistenza ad altri paesi in difficoltà. Grazie a queste politiche e allo sviluppo raggiunto, il paese è in grado di sviluppare i propri vaccini, medicinali e altre tecnologie per sconfiggere il Covid.

Questo è possibile grazie al modo in cui le risorse sono distribuite nella nostra società secondo il regime sociale che abbiamo abbracciato.

Immagino che la ripresa dell’industria del turismo sia importante per Cuba, cosa si sta facendo in questo campo?

Così è. Il turismo è un’importante fonte di risorse per Cuba. Dagli anni 90 del secolo scorso il paese ha iniziato a preparare il paese per questo settore dell’economia. Il volume di turisti annuali è aumentato di anno in anno e nel 2018 abbiamo accolto poco più di 5 milioni di turisti. Il paese è pronto a far sì che il numero di turisti continui a crescere.

Durante questo periodo di estrema contrazione del turismo a causa della pandemia, abbiamo preparato le strutture per garantire un turismo più sicuro e consolidato durante la nuova normalità. Non si è perso tempo e si sono create nuove condizioni nelle strutture. Anche i protocolli per l’assistenza ai turisti sono stati rivisti e aggiornati.

Quali prospettive vede per il futuro?

Il mondo deve necessariamente cambiare. Come disse una volta il leader della rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz: “Un mondo migliore è possibile”.

Perché questo sia vero, molte cose devono cambiare. Il mondo ha bisogno di pace, di più giustizia sociale, di meno egoismo e più solidarietà, di una più equa distribuzione delle risorse. Se queste cose non si realizzano, non saremo in grado di assicurare che la nostra casa comune sopravviva e si sviluppi in pace e armonia.

Il blocco imposto a Cuba dagli Stati Uniti è destinato a fallire e prima o poi dovrà essere eliminato dal governo americano. Allora il popolo cubano potrà impiegare tutta la sua conoscenza, tutta la sua saggezza e tutte le sue energie per raggiungere uno sviluppo armonioso e sostenibile.

Come può uno stato, un’associazione o un individuo aiutare il popolo cubano?

Il più grande aiuto che si può dare è mettere in campo tutta la solidarietà internazionale e denunciare in tutti gli scenari esistenti la necessità di porre fine alle politiche di blocco e di sanzioni.

È necessario moltiplicare la pressione internazionale sul governo degli Stati Uniti in tutti i modi possibili e rendere così insostenibile il mantenimento del blocco su Cuba.

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Nocera

Riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia: l’Italia fa scuola

09.05.2021 – Elena Rasia – Italia che Cambia

Riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia: l’Italia fa scuola
(Foto di Italia che cambia)

Da anni nel nostro paese sono attive associazioni come Libera e il comitato don Peppe Diana che, lavorando sul campo ed esercitando un’intensa attività di lobbying, hanno contribuito a costruire un modello virtuoso di riutilizzo sociale dei beni mafiosi che oggi comincia a essere copiato anche all’estero.

«Può un territorio ad alta concentrazione criminale trasformarsi in territorio libero? È possibile riconvertire il capitale criminale in capitale sociale per comunità libere e solidali? Possono i cittadini attivarsi e ricostruire coesione sociale? La risposta a tutte e tre le domande è sempre “sì”. È già accaduto in provincia di Caserta, dove i beni confiscati alla camorra da simboli del crimine e del sopruso sono diventati presidio di legalità, ma anche testimoni di un modello di crescita in grado di fare economia sociale, di restituire alla comunità il maltolto della malavita e investire nello sviluppo sostenibile».

Tina Cioffo, del comitato don Peppe Diana, inizia così a raccontarmi il processo di cambiamento che riguarda il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. Non si parla di un semplice progetto, ma di una rifondazione della coscienza civile che, grazie a questo percorso, ricostruisce fiducia.

Il riutilizzo sociale di beni confiscati alla mafia ha una storia che inizia più di vent’anni fa ed è in costante crescita e sviluppo. «Il modello di riutilizzo a cui ha sempre creduto il comitato don Peppe Diana si caratterizza per la specificità delle attività e della gestione che parte dal basso, sperimentando forme di reinserimento di persone svantaggiate ma anche rifondando la fiducia».

Oggi c’è un nuovo tassello che apre la porta a nuove opportunità per la collettività. Tale tassello è riassunto in queste righe: “È possibile il trasferimento dei beni confiscati anche alle Città metropolitane e la destinazione degli immobili confiscati per incrementare l’offerta di alloggi da cedere in locazione a soggetti in particolare condizione di disagio economico e sociale. Viene soppressa l’assegnazione automatica ai Comuni, prevista dalla legislazione vigente, con concessione a titolo gratuito ad associazioni, comunità o enti per il recupero di tossicodipendenti operanti nel territorio ove è sito l’immobile confiscato”.

Con le novità introdotte dalla legge n.132 del 2018 – di cui sopra è citato l’art. 36, co. 3, lett. a), c) – si snelliscono le procedure di gestione e destinazione dei beni confiscati. In questo modo, la rete di associazioni, cooperative, gruppi e parrocchie unite e coinvolte nella lotta alla criminalità organizzata e nella divulgazione della giustizia sociale possono continuare a tracciare un percorso nobile che non smette mai di evolversi.

Iniziò tutto nel 1995 con la nascita di Libera, quando venne lanciata una petizione a sostegno di un disegno di legge che prevedesse la possibilità di restituire spazi alla comunità togliendoli alla criminalità organizzata. Nel 1996 gli attivisti dell’associazione lanciarono e promossero, insieme a Don Luigi Ciotti, una raccolta firme a sostegno della proposta di legge avanzata da alcuni deputati. La legge 109, approvata il 7 marzo 1996, rese concreto questo percorso di sensibilizzazione, attualizzando la legge Rognoni – La Torre del 1982.

Tina Cioffo ripercorre le tappe salienti: «Negli anni molto è cambiato. Pensiamo per esempio all’iniziativa “Facciamo un pacco alla Camorra”, tra le attività promosse dal Comitato don Peppe Diana. Nel 2010 nacque come una riflessione sui temi dell’economia sociale, ma è poi diventata risposta concreta al bisogno di legalità praticata, generando un percorso strutturato e auto-sostenibile. Si consideri il Festival dell’Impegno Civile ideato sempre dal comitato don Peppe Diana per promuovere l’utilizzo dei beni confiscati ancora chiusi. Quando abbiamo cominciato lo abbiamo fatto solo a Casal di Principe, ma ora il Festival è internazionale con tappe anche in Francia e a Bruxelles».

«Si pensi ancora a Casa don Diana – prosegue Tina –, bene confiscato alla camorra in via Urano a Casal di Principe, sede del comitato don Peppe Diana. La villa che era del clan dei Casalesi e che ha poi vissuto anni di cattivo utilizzo da parte dell’Asl di Caserta, è ora un luogo di incontri, laboratori e progettazione viva. La rete sociale del Comitato don Peppe Diana, con cooperative e associazioni, è piena di esempi positivi e buone pratiche di riutilizzo sostenibile e moltiplicatore di esperienze. Nei beni confiscati si produce cioccolato, si fa formazione, si pratica agricoltura biologica, si fa cultura, si aprono biblioteche e si crea occupazione».

In questo modo si continua a dare vita a progetti sempre in evoluzione che regalano opportunità di crescita per una vivibilità migliore. Ulteriore conferma della qualità del lavoro svolto ed elemento di soddisfazione per chi da anni nel nostro paese si batte su questo fronte, è il recente aggiornamento della normativa francese sul tema, frutto di un iter dichiaratamente ispirato all’esperienza italiana.

 Qui l’articolo originale sul sito del nostro partner

Il nucleare non è la soluzione al cambiamento climatico

Il nucleare non è la soluzione al cambiamento climatico
Centrale nucleare Diablo Canyon, Unità 1 e 2, USA (Immagine di: NRCgov, CC BY-NC-ND 2.0)

Tutti gli scienziati sono ormai d’accordo sull’asserire che il cambiamento climatico risulta essere una situazione urgente che minaccia la civiltà e la vita sul nostro pianeta. Qualsiasi soluzione deve includere misure per controllare l’effetto serra diminuendo le emissioni, limitando il consumo di carburante e passando a tecnologie alternative che non distruggano l’ambiente umano, conservando l’energia necessaria per sostenere le specie su questo pianeta.

Questa triste realtà ha portato alcuni osservatori di spicco, anche all’interno del movimento ambientalista, ad abbracciare la possibilità dell’energia nucleare. Sappiamo che dai suoi sostenitori è sempre stata proclamata pulita, affidabile, economica e sicura. In realtà, niente di tutto questo corrisponde a realtà.

1) È costoso e rappresenta un rischio enorme per il nostro benessere fisico e mentale. Secondo la U.S. Energy Information Agency, il costo medio della produzione di energia nucleare è di circa 100 dollari per megawatt/ora. Confrontatelo con 50 dollari per megawatt/ora per il solare e 30-40 dollari per megawatt/ora per l’eolico. Il Lazard Financial Group ha recentemente dichiarato che il costo delle rinnovabili è ora uguale o inferiore al costo delle fonti di energia tradizionali, cioè i combustibili fossili, e molto meno del nucleare.

In teoria, questi costi elevati e i lunghi tempi di costruzione si dovrebbero essere ridotti. Ma dopo mezzo secolo in cui l’energia nucleare si è sviluppata, tale teoria si è rivelata falsa. Al contrario di altre tecnologie, il costo dell’energia nucleare è in costante aumento. Gli stessi sostenitori ammettono che non ritornerà mai ad essere competitiva nell’ambito del mercato libero. Sia l’Agenzia per l’energia nucleare che l’Agenzia internazionale per l’energia hanno concluso che, mentre l’energia nucleare è “una comprovata fonte di produzione di elettricità a basso contenuto di carbonio”, la sua industria deve affrontare seri problemi di costo, sicurezza e smaltimento delle scorie se vuole ricoprire un ruolo nella futura produzione di energia a clima controllato.

Ma ci sono problemi più profondi e seri. Questi riguardano la paura e la realtà delle conseguenze della radioattività. Parliamo tutti di inquinamento invisibile, nel senso che è un veleno che penetra nel corpo e può colpire in qualsiasi momento, anche coloro che inizialmente si pensava non fossero colpiti da un disastro nucleare. Questa non è una paura irrazionale, poiché la medicina dice che gli effetti ritardati delle radiazioni sono reali.

Inoltre, gli incidenti nucleari catastrofici, anche se rari, possono causare queste conseguenze fisiche e psicologiche su vasta scala. Nessun sistema tecnologico è perfetto, ma la vulnerabilità del nucleare è troppo grande. I miglioramenti nella progettazione non possono eliminare la possibilità di fusioni fatali. Queste possibilità sono il risultato di condizioni meteorologiche estreme, eventi geofisici come terremoti, vulcani e tsunami (come quello che ha causato il disastro di Fukushima), problemi tecnici e inevitabile errore umano.

Il cambiamento climatico stesso sta lavorando contro le centrali nucleari, poiché le gravi siccità causano lo spegnimento dei reattori quando l’acqua circostante diventa troppo calda per raffreddare il nucleo.

2) I sostenitori dell’energia nucleare generalmente minimizzano le conseguenze catastrofiche di Fukushima e Chernobyl. Fanno notare che ci sono stati relativamente pochi morti per mano di questi due disastri. Ma non considerano le ripercussioni mediche.

Il caos di entrambi i disastri e l’estrema cattiva gestione della crisi da parte delle autorità hanno portato a una vasta gamma di stime. Ma i calcoli scientifici documentati per Chernobyl prevedono morti future dovute al cancro da decine di migliaia a mezzo milione.

Gli studi su Chernobyl e Fukushima rivelano anche un handicap psicologico dovuto alla paura della contaminazione invisibile. Questa paura ha travolto Hiroshima e Nagasaki, e gli abitanti di Fukushima paragonano dolorosamente la loro esperienza a quella delle città bombardate. La situazione a Fukushima non è ancora sicura. Questa paura pervase anche Chernobyl, dove ci fu un enorme movimento di spostamento forzato della popolazione e intere aree furono avvelenate dalle radiazioni restando così disabitate.

La combinazione di effetti reali e previsti delle radiazioni, la paura di una contaminazione invisibile, è evidente ovunque sia stata usata la tecnologia nucleare, non solo nelle città che sono state bombardate con armi nucleari e nei grandi incidenti, ma anche a Hanford, in relazione ai rifiuti di plutonio della costruzione della bomba di Nagasaki, il Rocky Flats, dopo decine di siti di costruzione nucleare, i siti di test nucleari in Nevada e ovunque i soldati siano stati esposti alle radiazioni dei test nucleari, e le Isole Marshall, sito dei test della bomba H, dove recenti misurazioni hanno dimostrato che ad oggi rimane il luogo più radioattivo sulla terra.

3) I reattori nucleari pongono anche il problema delle scorie nucleari, per le quali non è stata trovata una soluzione adeguata nonostante mezzo secolo di sforzi scientifici e tecnologici. Anche quando una centrale nucleare è ritenuta inaffidabile e chiusa, come nel caso del reattore Pilgrim a Plymouth, o chiusa per motivi economici, come nel caso di Vermont Yankee, le scorie radioattive accumulate rimangono pericolosamente e virtualmente immortali.

Con il Nuclear Waste Policy Act del 1982, gli Stati Uniti hanno tentato di costruire un sito permanente di smaltimento delle scorie nucleari; 40 anni dopo, non è stato fatto nonostante i tentativi falliti di seppellimento profondo a Yuka, Nevada. Si noti che l’amministrazione Trump quest’anno ha tagliato l’importo annuale per la manutenzione del sito, in un momento in cui, con il terremoto nella regione vicina, la possibilità di perdite di acqua freatica è diventata maggiore.

Poiché non c’è soluzione, le scorie nucleari europee vengono segretamente trasportate in treno nei porti italiani per essere spedite in Africa, ma il più delle volte vengono deliberatamente scaricate nel Mar Mediterraneo, soprattutto nella regione ionica.

Una soluzione che fu tentata fu quella di usarlo per fare armi all’uranio impoverito, che, nonostante la dose relativamente bassa di radioattività, causarono problemi di salute ai soldati americani (Sindrome della Guerra del Golfo) e contaminarono l’ambiente dove furono usate a tal punto che alla fine furono vietate e abbandonate.

4) In definitiva, c’è il pericolo più grande. Il plutonio e l’uranio arricchito ottenuti dai reattori nucleari sono la base per fare armi nucleari. La tecnologia di arricchimento dell’uranio per l’analista commerciale può essere facilmente trasformata in uranio per una bomba nucleare. Quando il reattore commerciale sta fissionando il combustibile, produce plutonio, che si traduce in rifiuti altamente radioattivi. Ovunque venga lanciato un grande programma di energia nucleare, c’è la possibilità di costruire armi nucleari. Naturalmente, questa possibilità rende i reattori nucleari un obiettivo interessante per i terroristi.

5) A luglio 2019, ci sono 416 reattori nucleari in funzione nel mondo.

Se il nucleare viene adottato come soluzione tecnologica, questo numero si moltiplicherà e creerà una zona di pericolo nucleare mortale; un sistema planetario di possibile autodistruzione umana. Il pericolo di questo sviluppo è evidente. È assurdo liquidare questa preoccupazione e insistere, dopo più di mezzo secolo di esperienza, che una “quarta generazione” di centrali nucleari farà la differenza.

6) I sostenitori dell’energia nucleare la paragonano spesso alle fonti di energia basate sul carbone. Ma il carbone non è il problema. Si sta già ritirando dalla scena mondiale.

Il confronto corretto è tra il nucleare e le fonti di energia rinnovabili. Le energie rinnovabili fanno parte di una soluzione economica ed energetica. Sono già disponibili molto più velocemente, più ampiamente e meno costose di quanto gli esperti avessero previsto e il consenso del pubblico è notevole. L’uso delle energie rinnovabili inizialmente sarà seguito da miglioramenti nell’immagazzinamento dell’energia, nell’integrazione della rete, nei piccoli elettrodomestici e nei veicoli elettrici. Possiamo fare uno sforzo globale, come la seconda guerra mondiale o, ironicamente, la bomba atomica, che riuscirà a rendere le energie rinnovabili uno stile di vita per tutti.

Il gas naturale e l’energia nucleare avranno solo un ruolo transitorio, ma è sciocco scommettere il pianeta su una tecnologia che non ha mai funzionato correttamente e che pone profonde minacce ai nostri corpi e alle nostre anime.

L’energia nucleare non è la soluzione di nessun problema umano in guerra o in pace. Prima ce ne liberiamo, meglio è se vogliamo che ci sia un futuro per l’umanità.

Fonte: ippnwgr.blogspot.com

Traduzione dal francese di Maria Rosaria leggieri. Revisione: Silvia Nocerahttps://www.facebook.com/v3.0/plugins/like.php?action=like&app_id=&channel=https%3A%2F%2Fstaticxx.facebook.com%2Fx%2Fconnect%2Fxd_arbiter%2F%3Fversion%3D46%23cb%3Dfb6009fc7bc78%26domain%3Dwww.pressenza.com%26origin%3Dhttps%253A%252F%252Fwww.pressenza.com%252Ff280a3a6cc0142c%26relation%3Dparent.parent&container_width=0&href=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com%2Fit%2F2021%2F05%2Fil-nucleare-non-e-la-soluzione-al-cambiamento-climatico%2F&layout=button_count&locale=it_IT&sdk=joey&share=false&show_faces=true

Firenze: manifestazione di denuncia della violenza in Colombia

08.05.2021 – Cesare Dagliana

Firenze: manifestazione di denuncia della violenza in Colombia
(Foto di Cesare Dagliana)

Un nutrita partecipazione della comunità Colombiana, dei rappresentanti delle altre comunità sudamericane e dell’ l’associazionismo internazionalista  in piazza Santa Maria Novella  a Firenze  ha denunciato, sabato 7 maggio,  il clima di violenza della polizia e dell’esercito colombiano che spara sulla folla.Lo sciopero generale iniziato il 28 aprile è  diventata un a vera e propria rivolta dell’opposizione contro le politiche del governo Duque.Foto di Cesare Dagliana